Arrivare tardi a Siviglia significa percorrerla tutta nel cuore di una notte così profonda che neanche la movida più sfrenata lo raggiunge. È l’anima più placida della città che scorgo dai finestrini dell’autobus che dall’aeroporto mi porta fino a plaza de Armas, in centro. Le luci scintillano sul fiume, le torri si protendono per vedere chi arriva a quest’ora. Siviglia sembra dormire ma è vigile e aspetta di svelare i suoi segreti.
Il primo lo scopro la sera stessa, sono i vicoletti tranquilli e tortuosi che si diramano dal mio hotel verso il centro da una parte, verso il fiume dall'altra. Non ho ancora sonno e li esploro subito. Mi colpiscono le facciate bianche con i profili gialli, sembra quasi di essere in Sudamerica. Ma in fondo è proprio da qui che la scoperta delle Americhe è partita.
Nel silenzio della notte mi fermo su una panchina in una piazzetta defilata. Ci siamo io, una ragazza che porta a spasso il cane, il cameriere di un locale già chiuso che riordina i tavoli all’aperto. E ci ritroviamo a chiacchierare sottovoce sotto il balconi serrati. Amparo si chiama lei, Alejandro lui. Mi raccontano, contraddicendosi vivacemente a vicenda, la storia di una misteriosa principessa musulmana di nome Zaida – è il nome del mio hotel – che rinunciò alla sua fede per convertirsi e sposare il re Alfonso VI. Prese il nome di Isabella e regnò pochissimo ma il suo ricordo rimane, frammentario e incerto, affondato nelle nebbie di una storia intrecciata come quella andalusa.
Qui arabi e cristiani hanno vissuto in pace e si sono fatti la guerra e in ogni dove ne restano le tracce. Lo scoprirò soprattutto nelle magnifiche architetture mudéjar, sia all’Alcázar che nelle residenze private. Oltre all’imperdibile Casa de Pilatos, mi raccomanda Amparo, devo visitare anche il Palacio de la Condesa de Lebrija. È una residenza storica che risale al XVI secolo e riunisce tutti gli stili presenti in Andalusia: ci sono i mosaici romani recuperati dall’archeologa e padrona di casa, le strutture mudéjar dei portici, i decori di azulejos.
Mentre conversiamo di meraviglie una fontana zampilla al centro della piazza e nell’aria ancora calda si spande un profumo di aranci che sarà una costante di questo viaggio. Insieme alla luce abbagliante del giorno, alla festosa vivacità della sera, ai colori squillanti delle facciate, ai sorrisi dei sivigliani. E ai versi dei piccoli pappagalli verdi tra le fronde degli alberi: ce ne sono a decine, liberi, in tutta la città. Me ne parla il proprietario di una piccola libreria, la Jerónima, dove mi fermo a curiosare tra i volumi e a bere una birra (sì, è anche birreria artigianale!).
E a proposito di libri mi raccomanda di sbirciare tra le nicchie di plaza de España. Questa enorme piazza ricoperta di piastrelle di ceramica colorata, diventata simbolo di Siviglia a inizio Novecento, si è trasformata in una gigantesca biblioteca a cielo aperto. Nelle nicchie tra le panchine si trovano libri a disposizione di chi vuole leggerli, sul posto o portandoli a casa. Luis mi racconta che non sempre i libri tornano al loro posto ma che periodicamente vengono riforniti per continuare a offrire il servizio a cittadini a visitatori.















