Erano gli anni dell’analogico — che erano bellissimi — e la musica aveva un peso diverso. Passava dalla radio, si fermava nelle cassette registrate male, si incastrava nei ricordi senza chiedere permesso. Io Gianni Morandi l’ho incontrato così, prima ancora di conoscerlo davvero: nella voce di mia nonna, nei ritornelli cantati. «Fatti mandare dalla mamma» diventava un gioco: la testa si muoveva facendo vibrare i capelli corti e biondi, e le gambe iniziavano a muoversi in un accenno di boogie boogie. In un appartamento di provincia all’ottavo piano rivolto verso le montagne, la musica di Gianni Morandi tornava spesso. «C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones», le parole venivano scandite e quel VIET-NAM, sottolineato. I suoi brani ritornavano, e a distanza di qualche anno, tornano ancora, assolutamente attuali.

Poi cresci, cambia tutto — i formati, i tempi, le abitudini — e certe canzoni restano. Restano perché sanno stare al passo e perché, in qualche modo, parlano ancora. Ecco perché essere, a San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, accolti da Gianni Morandi a casa sua, anche per noi è un rito emozionante. Ci accoglie con il telefono in mano, in videochiamata «c’è Lorenzo», ci mostra Jovanotti dall’altra parte dello schermo.

Qui il tempo si prende una pausa, la casa immersa nel verde, gli ulivi, l’aria pulita, quiete. E in mezzo a tutto questo, Gianni Morandi. Ottantuno anni e una leggerezza che non ha nulla di superficiale. È una leggerezza costruita, scelta, difesa. Il 15 aprile partirà il suo tour: C’ERA UN RAGAZZO - GIANNI MORANDI STORY. «Per l’occasione ci sono due nuove canzoni: Monghidoro, scritta da Jovanotti, e Sono le canzoni, scritta da Giovanni Caccamo». Da qui, attorno a una tavolata tra computer e piatti consumati iniziano diversi racconti: «Le canzoni ci accompagnano nella vita, scandiscono il tempo. Nel 1962 a 17 anni anni ero al mare e presi una cotta incredibile. Così quando arrivavo in spiaggia spingevo sul juke box Io che amo solo te. Quella canzone mi commuove ancora».

Il pranzo comincia piano, come le cose belle. Non è un evento, non è un’intervista rigida. È una tavolata dove, prima di tutto, si ascolta perché sono le storie e i racconti a essere protagonisti. Per chi ha attraversato sessant’anni di storia della musica italiana, le storie sono continue. A partire proprio da quella di C’era un ragazzo: «La canzone rimase prima in classifica, ma non veniva mai passata alla radio. C’era la censura. Poi le cose sono cambiate, oggi si canta, quel “VIETNAM” viene sottolineato. Ai tempi c’era una guerra, oggi altre. Durante una tournée in Russia mi diedero una medaglia per la pace, mi premiarono come cantante pacifista. È strano ricordare questo aneddoto, pensando alla situazione di oggi. La guerra c’è ancora. Questi due (Trump e Putin, ndr.) che vogliono decidere della nostra vita mi disturba».

Intanto intorno a noi tutto rimane così com’è: il verde mosso dal vento di primavera. In casa invece si respira un filo anche più contemporaneo. In cucina c’è una piccola foto di Pietro, suo figlio (Tredici Pietro è stato cover di Cosmopolitan durante la sua partecipazione a Sanremo). «La strada è lunga», dice. È il tono di un padre che osserva, che aspetta. Ma è impossibile non leggere, tra le righe, un orgoglio silenzioso. Tredici Pietro porta con sé un linguaggio contemporaneo, ma non così distante. Un movimento diverso, con temi che seguono il suo tempo. E tra le mura di questa casa ci si immagina crescere tra i racconti di un padre che ha girato il mondo, che ha incontrato e vissuto nomi che solo citare emoziona.

Ma del resto lui rimane mito e simbolo per ogni generazione. Ha sempre saputo parlare in modo attuale, giocando anche con i social. «Se metti una cosa seria non interessa, se pelo una patata arrivano centinaia di commenti». Ride. «Conosco bene Instagram e TikTok». Lui li usa, li ha anche messi un po’ da parte quando diventavano troppo. «Ne diventi schiavo», ammette. Poi è tornato. Ed è forse questo il punto: Gianni Morandi non forza nulla. Non prova a essere giovane. Non prova a inseguire la Gen Z. Semplicemente, rimane se stesso. E in un mondo in cui tutto è costruito, filtrato, accelerato, questo è bellissimo.

A un certo punto si parla di Sanremo. «Ho incontrato poco tempo fa Stefano De Martino, gli ho detto che gli avrei mandato una canzone». Torni a Sanremo? «Ma no! Ma credo che Stefano farà un ottimo lavoro». Intanto fuori la luce cambia, il pranzo finisce senza finire davvero. Si resta lì, si parla di Lucio Dalla e dei giorni passati insieme prima che morisse. Ma anche di Gino Paoli. Poi ci mostra il suo campo da corsa, si allena, si prepara al tour.

Un pranzo che diventa un momento di memoria. E tornando indietro, verso la città, viene da pensare che il mondo cambia, ma ci sono figure che riescono a restare. Non perché si fermano (abbiamo citato Mina, Celentano, per esempio) , ma perché si muovono attuali. Gianni Morandi è uno di quelli. E forse è anche per questo che i più giovani gli vogliono bene davvero. Nel ricordo di una nonna che canta, di una tv nel salotto accesa, o in un Sanremo più recente dove ci ha fatto semplicemente restare umani.

Il tour di Gianni Morandi

Prodotto da Trident Music, il tour nasce per festeggiare i 60 anni di "C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones" e vedrà Gianni accompagnato sul palco da una superband diretta dal Maestro Luca Colombo

15 aprile, Conegliano

17 aprile, Milano

19 aprile, Torino

21 aprile, Roma

24 aprile, Casalecchio di Reno

26 aprile, Firenze

28 aprile, Terni

30 aprile, Montichiari

2 maggio, Pesaro

4 maggio, Padova

6 maggio, Genova