Chiello non è stato un adolescente come gli altri. Non tutti abbiamo deciso di scappare di casa a sedici anni e decidere di vivere a Genova «in un sottoscala» con qualche amico, e provare a fare musica, salvo poi tornare a casa «quando in frigo era rimasta solo una cipolla e poco più». Proprio per questo oggi Chiello è uno dei nuovi nomi del cantautorato italiano. Dallo scantinato di Genova alle terrazze di Milano il passo sembra lungo, ma in fondo è tutto ancora lì, come mi racconta in una giornata di fine marzo: i suoi capelli biondi schiacciati sulla fronte coprono un tatuaggio che non mostra volentieri, veste pantaloni in pelle attillati su un paio di stivali neri con un po' di tacco. Mi fa strada verso una grande stanza utilizzata dagli artisti dell'etichetta per provare e per le interviste.

Ci sediamo su un divanetto e riprendiamo le fila dell'ultima chiacchierata che gli avevo fatto giusto un mese prima, negli spazi di Cosmopolitan a Sanremo, dove per la prima volta si esibiva in gara con "Ti penso sempre". Dopo anni di ermetismo in cui è stato difficile intervistarlo, Chiello si apre con serenità, parla di sé, come se sapesse che in fondo non c'è niente da temere: a soli 26 anni, può contare un Festival al fianco di Rose Villain (2025), uno da concorrente, quattro album pubblicati in cinque anni e un tour in partenza. Dal 16 aprile, infatti, Chiello suonerà nelle maggiori città italiane portando anche Agonia, il disco uscito il 20 marzo: registrato in una casa nel Minnesota, è un album diverso, suonato, più complesso dei lavori precedenti. L'immaginario malinconico resta, ma c'è anche spazio per la luce, come rivela la copertina dell'album, un'opera di Todd Hido tratta dalla raccolta fotografica House Hunting, che attraversa i sobborghi americani e ben spiega l'atmosfera solitaria, misteriosa del disco, con 11 tracce sospese tra conforto e inquietudine.

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Nima Benati

Inizio con una domanda che volevo già farti a Sanremo. Mi racconti quando e perché hai deciso di tatuarti una farfalla sul viso?

«È stato un gesto estremo, un punto di non ritorno. Mi sono detto che volevo fare questo per tutta la vita e quindi sapendo che poi sarebbe stato difficile fare un lavoro “normale” con dei tatuaggi in faccia è stato quel passo che fai per non poter più tornare alla vita di prima. Il significato si lega al butterfly effect, piccoli gesti che poi hanno un grande effetto».

Quando hai deciso che sarebbe diventato il tuo lavoro?

«Diciamo che ho sempre creduto in quello che facevo e speravo diventasse il mio lavoro, soprattutto dai 16 anni in su. Suonavo la batteria già da piccolo, scrivevo poesie e a volte le trasformavo in canzoni, però lo facevo per divertimento. Poi a un certo, vedendo Sfera e la Dark Polo Gang, ho capito che la trap funzionava e questo mi ha dato una spinta. Poi sono arrivato a Milano e ho iniziato davvero. A un certo punto però la trap mi stava stretta, non riuscivo più a esprimermi, la trovavo superficiale rispetto al cantautorato, non mi ritrovavo più nel tipo di testi, spesso misogini e violenti, quindi ho cambiato strada».

Parli del mondo FSK?

«Sì, ma la trap in generale. A un certo punto non mi ci sono più ritrovato. Nello specifico con gli FSK sono in ottimi rapporti, sono tutt'ora i miei amici e nessun se l'è presa quando ci siamo sciolti. Nessun litigio. Ognuno di noi ha iniziato a fare il proprio percorso da solista, quindi è stato tutto naturale. Oggi ci vediamo, condividiamo momenti anche se non facciamo più musica insieme».

Parlando del tuo inizio da solista, i brani con cui sei diventato conosciuto non sono esattamente felici. “Acqua salata”, per esempio: che periodo era e quanto c’è di vero?

«Finzione ce n’è poca. Racconto molto spesso la mia vita, anche se a volte in maniera più ermetica. Era un periodo di merda, non me lo ricordo benissimo, ma mi ricordo che mi ero lasciato con la mia prima fidanzata e vivevo un momento difficile. Lottavo per i miei sogni e sembrava di correre sul posto. Anche la mia ex si vergognava di me perché facevo musica. Però io ci credevo molto e non mi sono mai fermato».

Fino a salire sul palco dell'Ariston. Che esperienza è stata Sanremo? La rifaresti?

«Sì, ho imparato tante cose su di me. Ci sono andato apposta per uscire dalla mia comfort zone. Non è un posto che sento mio e proprio per questo mi serviva per capire come reagisco alle situazioni nuove».

E com'è andata?

«Bene, sono stato tranquillo, mi sono anche divertito. Ho costruito un ambiente che mi facesse stare bene, ho portato i miei amici, la mia band, il mio team. Anche i miei genitori sono venuti a trovarmi al Club Agonia, dove ogni sera facevo cantare artisti diversi. Avere persone che ti vogliono bene accanto aiuta tanto».

Hai scelto di avere Morgan con te per la serata dei duetti, poi hai cambiato idea. Cos'è successo?

«È stata una serie di eventi che per cui mi sono sentito quasi costretto a lasciar perdere. Sono molto fatalista, credo nel destino, seguo quello che mi mette davanti e vedendo com’è andata l’esibizione penso che sia stato molto meglio così. L'intimità che è nata cantando la canzone insieme a Saverio Cigarini, non si sarebbe creata se avessi cantato con Morgan. Non ci siamo più risentiti, però magari ci rincontreremo».

Alla fine è stata la scelta giusta?

«Saverio è la persona con cui lavoro tutti i giorni, lo stimo molto e stiamo facendo le cose insieme, volevo anche dargli la giusta visibilità perché secondo me se la merita. All’inizio tutti mi sono venuti contro perché non è molto conosciuto e quindi sarebbe stato un azzardo portarlo su quel palco. Poi la situazione si è ribaltata a mio favore. Alla fine sono stato più contento di portare Saverio rispetto a Morgan, perché Saverio è stato sempre la mia prima scelta».

Con Morgan avete avuto modo di chiarirvi?

«No, non ci siamo risentiti, però io non ce l’ho con lui sinceramente e penso che nemmeno lui ce l’abbia con me. Sono cose che succedono, non è che siamo arrivati a litigare o altro».

Hai seguito quello che ha detto dopo?

«Ho visto la prima cosa che aveva fatto, poi non ho seguito molto altro perché dopo un po’ annoia. Però non è che abbia parlato così male: ha detto più o meno la verità dal suo punto di vista. Però vabbè, sti cazzi».

Come nasce Agonia, il tuo ultimo album?

«È un progetto nato con Fausto Cigarini, Saverio Cigarini e Matteo Pigoni in una casa immersa nel nulla, in Minnesota. La copertina del disco, quella casa in mezzo al niente, la ricorda. È un disco che rappresenta quelle atmosfere. È un disco che nella sua cupezza ha una luce diversa, come nella copertina in cui si vede la luce calda che esce da dentro la casa».

Perché proprio il Minnesota?

«Il disco è stato registrato al Pachyderm Recording Studio, che ha una strumentazione che in Italia sarebbe difficile trovare nello stesso posto. Ma l’ispirazione l’abbiamo avuto in questa casa nel mezzo della provincia americana, immersa nel nulla. Ci siamo stati due volte, una col caldo, verso aprile, e una con la neve, quindi ho visto entrambe le facce del posto. È stato bello stare tutti insieme nella tessa casa sullo stesso progetto, è un lavoro di gruppo».

In che cosa si differenzia dai dischi precedenti?

«È diverso nell’approccio: più suonato, più vero. Non ci sono produttori in senso classico, è un disco fatto con la band. Alcune tracce sono registrate in presa diretta, quindi quello che esce è quello che resta, con tutta la verità del momento».

A livello di scrittura com’è cambiato?

«Non volevo seguire le classiche forme della canzone. Sono più flussi di coscienza, meno strutturati. Non è più solo strofa ritornello strofa, ma cambia sempre. In questo senso è sicuramente un disco più complesso».

Di cosa parla “Agonia”?

«Del conflitto. È una parola che viene dal greco e significa proprio conflitto. Può essere inteso come lo scontro con la vita, con la felicità, con gli altri. Sono i conflitti che hanno tutti gli esseri umani».

C’è un brano a cui sei più legato?

«È presto per dirlo. Quando sono freschi magari me ne piacciono alcuni, poi cambia. Però sono affezionato a tutto il progetto perché mi riporta a quel periodo con i miei amici».

Quanto conta il live per affezionarti ai brani?

«Tanto. Vedere la reazione delle persone mi aiuta a capire meglio le canzoni».

Che rapporto hai con il pubblico?

«Devo mantenere una distanza. Quello che faccio lo faccio per me, non per gli altri, altrimenti cambierebbe. Però ci sono dei momenti in cui vivere il pubblico da vicino è un'esperienza forte, come gli in-store e i firmacopie, lì riesco a sentire davvero le loro emozioni».

E con il live e l’ansia da prestazione?

«L’importante è essere veri. Anche sbagliare fa parte del gioco. Se vai sul palco a fare il compitino non trasmetti niente. Anzi, durante l'ultimo tour mi ero anche un po' incazzato perché eravamo troppo precisi e invece un po' di sbavatura ci sta».

Che musica stai ascoltando in questo periodo?

«Ascolto molto indie e rock: Andy Shauf, Korn, Verdena, Radiohead. Anche qualcosa di pop internazionale. La musica italiana nuova mi stimola poco, preferisco quella del passato, anche se artisti come Lucio Corsi mi piacciono molto».

Nuovi progetti?

«Non so nemmeno se farò un altro disco sinceramente».

La tracklist di AGONIA

1. A TESTA ALTA

2. VULCANO

3. SALVAMI DA ME STESSO

4. TI PENSO SEMPRE

5. POLYNESIAN VILLAGE

6. DESATURARSI

7. LUPO

8. GLI SPETTRI E LE PAURE

9. SPERO ALMENO

10. SCARLATTA

11. STO ANDANDO VIA

Le date del tour di Chiello

16 APRILE 2026 – GRAN TEATRO GEOX – PADOVA
19 APRILE 2026 – ATLANTICO – ROMA
21 APRILE 2026 – TEATRO CARTIERE CARRARA – FIRENZE
22 APRILE 2026 – ESTRAGON – BOLOGNA
28 APRILE 2026 – ALCATRAZ – MILANO
29 APRILE 2026 – TEATRO CONCORDIA – VENARIA REALE (TORINO)

I biglietti sono disponibili qui.