Quando nasce un progetto, non è mai davvero solo una questione personale. A muovere le intenzioni, i desideri, le azioni degli artisti è spesso un motore collettivo, troppo difficile da ignorare, impossibile da silenziare e da fermare. L'esigenza, o ancora meglio, l'urgenza, è ciò che sempre più in grossa percentuale spinge alcune persone a fare quello che fanno, da un libro a un film, da un disco a un meme. Così nascono le cose nuove: mentre la lingua si evolve e le opportunità aumentano, non sentiamo più parlare solo di pop, ma di queer pop, la techno non è mai solo musica elettronica, ma diventa non binary techno, queer tech. Dalle discoteche e dai party, il clubbing si trasforma in un momento di lotta, le serate e i set veri e propri spazi in cui liberarsi.



Non mancano anche in Italia queste realtà, sviluppatesi in modo particolare durante il periodo del Covid: «Siamo corpi, voci, suono e rumore – raccontano le Fucksia, band originaria di Milano a Bologna – Occupiamo lo spazio pubblico, siamo visibili, esistiamo intrecciate alle esistenze di chi ci attraversa e che con la musica e la danza, si libera». Fa queer pop o queertech anche il duo SARABAMBA – un sostantivo plurale di genere neutro che diventa il nome proprio e collettivo della polecola di quest'universo italiano: SARA e BAMBA sono infatti dj e performer di Firenze «manifesto, non icona, della moda indipendente», le cui identità rimangono radicate nell'anonimato.

È da quell'urgenza di cui sopra che si formano le Fucksia band, che sentivano il bisogno di colmare un vuoto. Nei circuiti musicali, infatti, nei club, nei festival, mancava uno spazio in cui l'energia della musica elettronica e la tekno – con la sua dimensione rituale, il suo legame con la cultura del rave – potesse intrecciarsi a un messaggio, a una presa di posizione, a testi politicamente impegnati. Dal bisogno di dare sfogo alle parole e ai beat, di raccontarsi attraverso la musica, col tempo, il progetto ha preso una piega quasi narrativa: ha iniziato a cercare di dare voce alle mobilitazioni, a chi lotta dal basso, a quelle energie che nel mainstream non trovano rappresentanza. «Non è stata una scelta astratta, è stata una conseguenza naturale di chi siamo e di dove veniamo. Nel delirio del lockdown, quasi come una terapia, questo progetto ci ha aiutate a reggere il dolore, a non sprofondare, a restituirci una visione comune». Anche la genesi di SARABAMBA è simile: «Siamo nate nel pieno della pandemia, un momento sospeso, che in tanti hanno rimosso. In quel vuoto, la noia è diventata un motore, qualcosa da trasformare in energia creativa. Ci siamo accorte che appena le limitazioni si allentavano un po' cominciava a nascere un fermento nella nostra città, Firenze. E abbiamo deciso di parteciparvi perché credevamo di poter aggiungere qualcosa. Avevamo ragione, in fondo. In una una festa un po' clandestina sui colli bolognesi abbiamo iniziato a giocare, improvvisando parole sulla musica ed è venuta fuori la nostra prima traccia, DOPPIA POMPA. Da lì, abbiamo deciso di trasformare quell'idea in una canzone e poi in un vero e proprio progetto che stesse a metà fra ironia e serietà».

Entrambe le realtà fanno parte del roster di KAOS AGENCY – specchio di Claudia, (founder, manager e booker) e Lisa (booker) – un'agenzia di management e booking, indipendente, queer, attivista e transfemminista, la cui missione è far crescere le artistə, contribuendo a incrementare e a rappresentare con una prospettiva politica e sociale; un luogo sicuro in cui rivelarsi pienamente, una famiglia che condivide valori e visioni.

Nella nostra chiacchierata con le artiste di Fucksia e SARABAMBA abbiamo provato a definire una prospettiva sui nuovi generi queertech e la scena queer transfemminista italiana ed europea, e a capire come queste comunità assumano un ruolo sempre più attivo nella società attuale, tra sonorità, ispirazioni politiche e musicali, momenti live, dissenso e liberazione.

Il rapporto fra musica e attivismo e l'ascesa dei nuovi generi musicali queertech, dal queer pop alla non binary techno: le interviste a Fucksia e SARABAMBA

Come vivete il rapporto fra musica e politica, fra arte e lotta?

Marzia (F): «In maniera fortemente interconnessa. Siamo persone queer, socializzate donne, precarie ed emigrate. Viviamo quotidianamente sulla nostra pelle l'oppressione patriarcale, coloniale e capitalista. Attraverso la musica raccontiamo una condizione sociale che non è solo la nostra, ma di tante come noi. La musica ci aiuta a farci sentire connessə, unitə, meno solə, a superare barriere di spazio e di tempo. A volte, è un modo per evadere dalle gabbie del sistema ma soprattutto un mezzo per esprimere il nostro dissenso e ribellione verso una società che marginalizza le minoranze, che opprime le categorie più deboli».

SB: «Per noi musica e politica non sono mondi separati. È uno spazio libero in cui sperimentare: usiamo l'ironia come strumento per ridicolizzare l'assurdo, giocando con le regole e le contraddizioni per sovvertire generi e ordinarietà. Proviamo a fare politica così, attraverso le nostre scelte, creando e promuovendo contesti di condivisione e rispetto reciproco. D'altronde la musica è sempre politica: fa ridere chi dice che musica e politica dovrebbero essere due cose separate, come dopo Sanremo l'anno scorso. Anche chi sceglie di non stare da nessuna parte comunque opera una scelta».

    Che cosa si intende con i termini non binary techno (Fucksia) e queer pop (SARABAMBA)? Che significa per voi?

    Marzia (F): «Solo negli ultimi anni sta aumentando la presenza di donne nel mondo della produzione musicale techno e nella scena elettronica che per tantissimo tempo è stata occupata unicamente dalla presenza maschile. Per noi, non binary techno è un modo per dire che la musica, e nello specifico la musica elettronica, non ha genere e deve essere aperta a tuttə le soggettività. Bisogna fare spazio a chi fino a questo momento si è visto negare questo spazio magari perché donna, persona trans, afab, amab o persona razzializzata. C'è ancora tanto sessismo, anche negli ambienti "compagni" – i fonici o i tecnici maschi cis, a volte si rapportano a noi facendo mansplaining, sono letteralmente da rieducare. Il significato politico è nel nome stesso: la techno non binaria è l'espressione di ciò a cui aspiriamo nel futuro che ci immaginiamo, un futuro dove non c'è una distinzione netta tra maschile e femminile, dove la performatività del genere non è il frutto di un modello normativo».

    SB: «Il termine queer può assumere un senso di provocazione. Nei paesi anglosassoni era un'offesa che oggi, attraverso la rivendicazione, ha assunto un significato identitario, perdendo via via il senso originario. Per questo anche la nostra musica, queer pop o queer techno che sia, deve contenere un po' di provocazione e di rivendicazione. Sia il mondo del pop che quello della techno sanno essere molto ortodossi e omologati, e viene reputato cringe o sbagliato tutto ciò che non si attiene a determinate sonorità. Noi cerchiamo di mettere quel quid che faccia pensare alla gente di potersi anche divertire».

      Da che suoni e da che aspetti si caratterizzano?

      Marzia (F): «A noi piace la contaminazione e l'ibridazione, mischiamo sonorità tekno rave con suoni a tratti più distesi e psichedelici, come arpeggiatori e armonizzazioni ipnotiche, ma soprattutto ci piace attraversare epoche e geografie sonore».

      Poppy (F): «Dalle influenze che hanno contaminato e caratterizzato il progetto, in primis la frequentazione dei free party e poi la musica elettronica che ho ascoltato e visto dal vivo nel periodo in cui ho vissuto a Berlino, che è stata sicuramente ispiratrice».

      Mari (F): «Quella stessa logica di contaminazione si riflette anche nelle nostre voci. Veniamo da mondi diversi: c'è chi ha un approccio più pop, chi più punk. Voci diverse, sensibilità diverse, che invece di scontrarsi si sono fuse. Ognuna porta il suo linguaggio, la sua storia, e insieme troviamo un suono che non esisterebbe senza tutte e tre».

      SB: «Le nostre sonorità vengono dal mondo della musica elettronica nel senso più vasto. La ritmica viene direttamente dalla techno, mentre synth e voci pescano a piene mani nel repertorio dell'electroclash e della trance. Le nostre influenze, musicali e politiche, nascono invece da un intreccio piuttosto naturale tra esperienza personale, ascolti e pratiche di club. Da un lato, veniamo da una formazione profondamente legata alla cultura techno, che per noi non è solo un genere ma uno spazio di possibilità, anche politica. Siamo cresciute dentro quell'immaginario, tra rave, club e contesti in cui la musica elettronica nelle sue molteplici declinazioni diventa linguaggio condiviso e dispositivo di liberazione. Allo stesso tempo, abbiamo personalmente attraversato altri territori sonori, dalla disco alla musica colta, fino a un pop più stratificato e consapevole. Questo si traduce in un approccio molto aperto alla selezione e alla produzione: nei nostri set convivono riferimenti anche distanti tra loro, da M¥SS KETA a Britney Spears, da Erykah Badu ai 99 Posse, fino a incursioni più inattese come Maurice Ravel o Hole. Sul piano politico, le nostre influenze sono strettamente legate alla dimensione queer del clubbing e alla sua storia come spazio di espressione, rivendicazione e costruzione di comunità. Ci riconosciamo in una pratica che mette in discussione le ortodossie, tanto musicali quanto sociali, e che cerca costantemente di aprire margini di libertà, anche attraverso l'ibridazione dei linguaggi e un uso consapevole della provocazione. In questo senso, anche il costante dialogo con realtà indipendenti: collettivi artistici e politici, etichette discografiche e l'agenzia di management di cui facciamo parte, Kaos, che ha una precisa mission in tal senso».

      Che cosa ispira i vostri testi? E come funziona il vostro processo creativo?

      Marzia (F): «La nostra vita e chi ci circonda, la storia, ma soprattutto ciò che accade oggi nel mondo».

        Poppy (F): «Non ho un metodo ben preciso, a volte mi faccio trasportare da un suono di synth e ci costruisco intorno tutto il resto. Altre volte parto dalla parte ritmica e poi ci aggiungo delle melodie. Importanti sono anche i temi che affrontiamo e qui subentra tanto anche lo stato d'animo; quello che sto vivendo internamente nel momento della creazione».

        Mari (F): «Il nostro è un processo creativo è fluido e collettivo. Spesso Poppy parte da una base, o a volte Marzia, e lo manda nel gruppo. Io personalmente non riesco mai a finire un pezzo da sola e passo la palla alle ragazze. Una scrive una strofa, un'altra costruisce il ritornello, ci aiutiamo nella scrittura. Molti brani nascono da una sorta di scrittura e composizione condivisa, in cui ognuna mette il suo ingrediente. Ognuna con il proprio background, le proprie influenze, la propria sensibilità».

        SB: «Nei nostri testi c'è tanta ironia e irriverenza. Ci piacciono i giochi di parole e i riferimenti culturali agli Anni '90 e 2000. Un nostro brano si chiama 666 UNIKA! e penso non ci sia bisogno di dire altro; in HORROR, inoltre, citiamo gli Uomini di Mare (gruppo hip hop con cui esordisce il rapper Fabri Fibra, nda). Abbiamo variato molto. Ovviamente i testi derivano da esperienze personali: molte idee ci vengono quando siamo fuori a far serata e poi, successivamente, le elaboriamo assieme. Spesso siamo partite da un testo attorno al quale abbiamo confezionato una produzione musicale con l'aiuto del producer Abo Abo. Oggi le cose stanno cambiando: abbiamo messo a punto una sonorità nuova che sentirete nel nostro prossimo album che, si chiamerà DISCO INFERNO».

        In che modo i momenti live diventano politici?

        Marzia (F): «Il live è forse il momento più politico di tutti perché è il momento in cui con i nostri corpi e con le nostre voci occupiamo uno spazio pubblico; siamo visibili, esistiamo intrecciate alle esistenze delle altre persone che sono lì con noi e che attraverso la danza, attraverso la musica, si liberano».

        SB: «Per fare un esempio davvero minimo basta pensare alla costruzione delle line-up: mettere più dj donne, più persone T*, più persone marginalizzate in momenti centrali della scaletta è un modo di dare a loro uno spazio che a lungo è stato negato. Per noi questo è un punto fondamentale quando organizziamo ASTROFLUID, il nostro party multidisciplinare, punto d'incontro per musica dal vivo, DJ set e visual art».

          Che ruolo hanno secondo voi la musica e la comunità queer transfemminista nella società attuale?

          Marzia: «Siamo decisamente convinte che il ruolo della comunità transfemminista sia cruciale, perché è solo assumendo un punto di vista intersezionale sulla società attuale che si riesce a cambiare il sistema di oppressione alla radice. Non si può pensare di concepire la lotta a compartimenti stagni, dobbiamo tutte lottare per la libertà delle nostre compagne Iraniane, Kurde, Ucraine, Palestinesi, per le persone trans, per le persone precarie, con disabilità mentali o fisiche, e per tutte le categorie marginalizzate. La musica serve a ricordarci che siamo corpi pieni di desiderio, amore e rabbia».

          SB: «Hanno un ruolo sempre più centrale. I movimenti sociologici e politici hanno spesso tempi lunghissimi, e il transfemminismo non nasce certo oggi. I social media hanno senz'altro dato una visibilità maggiore ai movimenti e questo è un bene. Purtroppo i social sono un'arma a doppio taglio e sono architettati per metterci gli uni contro gli altri; ci auguriamo che generalmente ci si renda sempre più conto di questa insidia. La musica fortunatamente spesso evade dalle logiche dei social dal momento che il modo migliore per fruirne è dal vivo. Da sempre è uno dei migliori modi per veicolare dei messaggi politici. In Italia ci sono sempre più artist* che dichiarano potentemente da che parte stanno: Fucksia, Yung Paninaru, Hachiko, ad esempio. Ma la lista potrebbe essere infinita».