Prima di Sanremo e del successo sono in macchina con la mia amica Margherita per andare a vedere l’ultimo film di Jarmusch. Identikit musicale di Margherita: cantautorato vario italiano, con una predilezione netta per Battiato; musica classica (i grandi classici, Beethoven, Mozart ecc., con alcune incursioni novecentesche: Feldman, Kurtág); e jazz (Davis, Coleman, Coltrane, Jarrett).
Quando mi dice “ti faccio ascoltare una cosa”, quindi, mi aspetto di tutto, ma non questo. Perché dalle casse parte il sample di “Occhialata Carrera” . Mentre la traccia scorre, Margherita mi informa che è un pezzo appena uscito di questo rapper, un ragazzo genovese. Cerca il nome perché le sfugge… “Sayf!”, mi dice. E io devo averle fatto una faccia sorpresa. Lei, per tutta risposta, mi guarda e — come se non servisse aggiungere altro — dice: “Spacca”. Ha ragione. Sayf spacca.
E, ovviamente, come si è visto a Sanremo (Sayf è arrivato secondo con "Tu mi piaci tanto"), non siamo solo noi due a pensarlo. Anzi. Quello però che mi sorprende è il fenomeno di crossover che è riuscito a generare e di cui la mia amica e io siamo un esempio perfetto. Crossover: cioè quando un artista riesce a far convergere pubblici diversi su uno stesso prodotto che, in qualche modo, è in gradi di “metterli d’accordo”. Un’ascoltatrice di musica classica, jazz e Franco Battiato e un ascoltatore medio di musica pop cantano in coro il ritornello della stessa canzone. Sembra l’inizio di una barzelletta. E invece.
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Chi è Sayf
Quando torno a casa inizio a documentarmi e scopro, nell’ordine, che: Sayf è molto giovane (ok, ok, lo avevo intuito dalla canzone); Sayf ha origini tunisine/italiane (padre italiano e madre tunisina); fa musica dal 2020, anno di Everyday Struggle, di cui consiglio l’ascolto; fonda, assieme ad altri cantanti giovanissimi, il collettivo Genovarab; nel 2025 ha pubblicato un EP dal titolo Se Dio vuole. Fino a qui tutto più o meno normale.
Ma, con mia grande sorpresa, guardando un’intervista per “One Take” scopro, strano a dirsi, che Sayf è anche simpatico. Cosa per nulla scontata se si pensa all’appeal del giovane rapper medio italiano, caratterizzato o da un’aggressività tipo baby boss o da una preoccupante catatonia “indotta artificialmente”. Sayf invece è lucido e presente. Alla domanda dell’intervistatore: “E se tutto questo dovesse finire?”, risponde con il suo bel sorriso, e sul sorriso ci ritornerò perché è una componente importante della sua poetica: “Si torna a camallare”. Si torna a camallare, cioè si torna a lavorare in dialetto genovese. E questo, ovviamente, è solo un esempio dei tanti che si potrebbero fare.
Se Dio vuole, l'EP del 2025
“Se Dio vuole” è l’ultimo lavoro organico di Sayf. L’EP è uscito nel 2025 per ADA (compagnia di distribuzione di proprietà di Warner Music per etichette indipendenti).
Si compone di 10 tracce: quattro pubblicate prima dell’uscita, "Chanelina Soubrette", "Fortuna", "Facciamo metà", "Marinè", e altre sei inedite. In più cinque featuring: Ele A, Simba 22, Rhove, Neza, Disme. Tutti giovani e giovanissimi, o parte della nuova scuola genovese. Prima di concentrarsi sull’album potrebbe essere utile fare attenzione a due aspetti liminali del progetto: titolo e copertina.
L’abito non fa il monaco, è vero, ma può dare qualche suggerimento. Il titolo è la traduzione in italiano di Inshallah. Inshallah è una delle espressioni più comuni usate nel mondo arabo: unisce i termini In (se), Shaa (vuole), Allah (Dio). Importante non tanto nel suo senso letterale quanto per il valore che gli si attribuisce: rimettersi nelle mani di Dio, affidarsi a una volontà superiore. Concetto in netta controtendenza in un momento storico in cui la volontà dell’individuo sembra contare più di tutto. Incarna in ogni caso la disposizione di Sayf verso il far musica, e azzardo anche verso la vita almeno per come emerge nell’articolo-intervista uscito su Rolling Stone: «Il pubblico si accorge che quello che faccio è spontaneo. Io faccio le cose alla buona, ma non nel senso che le faccio a caso: nel senso che faccio quel che mi sento di fare, senza preclusioni mentali». Se Dio vuole, aggiungiamo noi.
L’immagine della copertina invece è interessante perché presenta due elementi opposti tra loro e riuniti in un’unica espressione: la lacrima e il sorriso. Antitetici nella rappresentazione anche rispetto a loro stessi. Quello che mostra Sayf si può davvero chiamare sorriso? Sembra piuttosto una smorfia. E lo stesso vale per la lacrima, che luccica come una pietra preziosa. Questo gioco tra opposti, apparenze e realtà, sofferenza e gioia, amore e possesso, successo e fallimento, è lo stesso che attraversa l’intero album. Dove coesistono pezzi come "Chanelina Soubrette" ed "Egoista", "Figli dei palazzi" e "Alba".
Un manifesto
In questo senso Se Dio Vuole (Intro), che è anche la title track, può essere considerata una sorta di manifesto programmatico. Il pezzo è spaccato in due. Una prima parte di ascendenza più cantautorale, caratterizzata da assenza di rime e da una cadenza insistita grazie alla ripetizione di “quando” all’inizio di ogni strofa oppure di “chi”.
Quando picchiavate tutti e non avevam paura
Quando ho lasciato la scuola, prendevo quattro euro all'ora
Quando scaldavo col phon il freddo delle lenzuola
Chi è morto, chi è un ingegnere, chi ha preso una brutta piega
Chi è mio amico e vota Lega, mia madre per lui è una negra
Domina un’atmosfera cupa, così come sono cupe le situazioni evocate. Poi uno scatto. Un click. E cambia tutto. Ovviamente è difficile spiegare a parole che cosa succede sul piano melodico-musicale: il consiglio quindi è di ascoltare la traccia. In ogni caso la seconda parte è il riscatto, la soddisfazione di chi ce l’ha fatta o ce la sta facendo. E il suono cambia radicalmente, così come l’impostazione strofica e le situazioni rappresentate.
Il sesso non scaccia questi pensieri
Io devo tutto a questi problemi
Vengo dal trap, ma trap davvero (Uah), soldi senza lavorare (Uah, uah)
Up più up, faremo soldi senza lavorare (Uah, uah, uah)
Eppure l’idea che il pezzo riesce a trasmettere con forza è che così come non c’è sorriso che non nasconda una lacrima, non c’è successo che non nasconda sofferenza. Un ciclo piuttosto che una linea retta. Qualcosa di simile allo Ying e lo Yang.
Sayf e La poetica del sorriso
Secondo Pirandello l’ironia non è semplice comicità o risata. (Un attimo di pazienza: ora a Sayf ci si arriva). Piuttosto, per Pirandello, è un modo di svelare la natura tragica e complessa della vita. Per questo il sorriso di Sayf è un sorriso ironico.
Oltre a essere un elemento che ricorre nei suoi pezzi con una certa insistenza, almeno in quelli di “Se Dio vuole”, vale la pena, ancora una volta, di prendere in considerazione l’Intro con i suoi caratteri di manifesto programmatico. Si era detto che è divisa in due parti: la prima più cantautorale ed introspettiva, la seconda più rap ed estroversa. Ed è proprio nella prima parte che troviamo queste barre chiave per l’interpretazione del valore del sorriso nella musica di Sayf:
Quanto costa ridere su tutto quanto?
È costato lacrime
Ed è esattamente quello che si diceva in proposito della copertina e di una certa estetica dei contrari che tiene insieme i due elementi contrastivi: lacrime e sorriso, che non esisterebbero uno senza l’altro.
Ma i riferimenti al sorriso sono disseminati in tutto l’album. La stessa Intro, nella parte più cantautorale riporta: Dodici ore col sorriso, tranquillo, va tutto bene.
Riferimento alle ore di lavoro appena dopo aver lasciato la scuola. In "Egoista" invece il sorriso diventa un simbolo di incertezza e simulazione, in ogni caso un modo per attingere all’interiorità più riposta dell’altro. Perché il tuo sorriso non mi sembra sorridere?
Cose di famiglia
Ora il sorriso è, come si è visto, espressione tangibile di un’ironia tragica che svela gli aspetti nascosti della vita piuttosto che celarli dietro una scontata superficialità. L’Intro e “Pachamama”, terzo pezzo dell’album cantato con Rhove, danno occasione di far emergere anche un altro tema che, proprio come il sorriso, svela qualcosa di nascosto.
Il rapporto con i genitori è un tema ricorrente nella scena rap. Di solito i conti con la figura paterna si risolvono nei termini di un’assenza inappellabile; con quella materna invece di un affetto dimostrato attraverso il dono di oggetti costosi. Detto in parole povere: con il primo album ho comprato la villa alla mamma e ho preso il posto di mio padre che non c’è mai stato (beninteso semplificando, perché le cose sono sempre più complicate di così). Rhove invece, che del resto già negli altri suoi pezzi ha dimostrato una grande attenzione per queste tematiche, nel mezzo della sua strofa si chiede: Ho reso felice mia madre?. Ed è lo stesso che fa Sayf quando, nella prima parte dell’Intro, si chiede e chiede al padre: Chissà cosa non andava, perché sei voluto andare?. Non è un caso che entrambe le strofe siano domande. La voglia di aggredire la realtà lascia il posto alla voglia di comprenderla. Nell’intricato complesso dei rapporti familiari, l’aggressività e il denaro come prova di affetto lasciano il posto a questioni più vive, che toccano il nervo scoperto di molti.
Ti sto volendo bene nel modo giusto?
Perché tu non sei riuscito a volermi bene?
L’amore è egoismo, un grande classico o quasi
Quello dell’amore è un tema che attraversa trasversalmente molte della tracce contenute nell’Ep Se Dio vuole. Ma è con “Egoista”, quarta traccia, che possiamo farci un idea più compiuta di come lo consideri Sayf.
Già dalla seconda barra il cantante genovese mette a fuoco con incisività il punto centrale: perché queste donne non mi vogliono amare? E questa, come abbiamo visto per i rapporti familiari è la domanda della domande, perché non sono amato? Anche in questo caso l’intera strofa si compone di una sequenza di interrogative. Una riposta possibile è forse contenuta nel sentimento di possesso che pervade il pre ritornello, dove la gelosia è filtrata dalla genuinità del bambino che “non scambierebbe la sua figurina per nulla al mondo”.
Ma in questa rappresentazione non c’è nulla di apologetico e anzi, nel ritornello vero e proprio, sentiamo i versi finali:
Forse sono egoista, vorrei averti
Vorrei avermi solo per te
Qui il sentimento di gelosia e possesso si trasferisce dalla donna a se stessi. Rendere qualcuno “oggetto” del nostro amore, per quanto al modo innocente dei bambini, spinge irrimediabilmente a considerare oggetti noi stessi. Entità da possedere e consegnare all’altro con beneficio di inventario.
Where Is my Tromba?
Complice Sanremo, Sayf sta avendo un amplissimo riscontro da parte del pubblico. Tra i giovani e i giovanissimi, ma non solo. Dopo averlo scoperto grazie alla mia amica, grande ascoltatrice di musica classica, faccio ascoltare l’album anche ad Alice, mia sorella e mia personalissima arbiter elegantiae. Dopo un iniziale rifiuto — “ma cos’è sta roba?” — la sorprendo a canticchiare il ritornello di “Occhialata Carrera” mentre usciamo di casa, mentre camminiamo e mentre siamo in macchina. E questo un po’ perché Sayf, come mi ha perentoriamente ricordato Margherita, “Spacca”. Un po’ perché tocca alcune corde universali che ci uniscono tutti profondamente.
E lo fa in un modo semplice e genuino, che non ha nulla né dell’affettazione del grande saggio né della presunzione da imbonitore. Quelle stesse corde che vibrano durante l’esibizione live a Sanremo. A tutti gli effetti un grande show da parte del cantautore ligure, che si è reso memorabile per uno sketch in particolare (durante la serata dei duetti, con Alex Britti e Mario Biondi) cioè quello in cui Sayf si chiede: «E mentre il mondo affonda… where is my tromba?».
Questo di Sayf è un adagio simile a quello che si è cristallizzato nella celeberrima formulazione di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. La bellezza salverà il mondo, che per come le cose stanno andando, verrebbe da dire lascia un po’ il tempo che trova. Il fatto è che non bisogna prenderla come una verità storica, ma piuttosto come un modo di disporsi nei confronti del mondo, di appellarsi all’inutile, come una tromba, una canzone o un libro, non per dimenticarlo, ma per viverci in mezzo con un sorriso. Anche se questo sorriso, come abbiamo sentito, costa lacrime.
E quindi la domanda di Sayf non è affatto retorica. Anzi, ci interroga con una certa insistenza: mentre il mondo sta affondando, dove troviamo quella “piccola inutile bellezza” a cui ci aggrapperemmo per salvarci? Dov’è la Tromba che salverà il mondo?






