Il suo registro da contralto e la scelta di un suono jazz, con richiami al musical Anni '50 e un'atmosfera onirica vintage, rendono Laufey ciò che di più lontano si possa immaginare dalla popstar a cui siamo, mediamente, abituati. Eppure i suoi testi sinceri e indagatori sulla complessità del sentire femminile contemporaneo parlano la lingua Gen Z e aprono le pagine del suo diario per dare a chi l'ascolta un luogo in cui sentirsi compresi. Con il suo ultimo album, A Matter of Time, pubblicato nell'agosto del 2025, Laufey ha vinto il premio Best Traditional Pop Vocal Album ai Grammy Awards 2026, ma sarebbe troppo facile dire che il suo genere è un pop in giacca e cravatta.
A Laufey, d'altronde, le etichette sono sempre state strette, a partire da quelle sulla sua origine. Nata a Reykjavik nel 1999 da madre di origine cinese (nonché violoncellista d'orchestra sinfonica) e padre islandese (economista), condivide il giorno di nascita con la sorella gemella omozigota, Junia Lin Jónsdóttir, che oggi è una violinista, nonché direttrice creativa del progetto di Laufey e che, di tanto in tanto, l'accompagna sul palco ai suoi concerti. Laufey è cresciuta tra Reykjavik e Washington D.C., con una formazione da violoncellista classica e, mentre studiava ancora al Berklee College of Music, nel 2021, ha pubblicato il primo Ep, Typical of Me. I suoi primi due album, Everything I Know About Love e Bewitched, vincitore di un Grammy, la rendono un'artista di fama internazionale, facendole vincere il primo Grammy nel 2024.
Con A Matter of Time, Laufey mostra la sua crescita artistica e personale, senza paura di alternare romanticismo e caos interiore, la difficile accettazione di sé e le diverse sfaccettature dell'amicizia. Così, in "Sabotage" esplora il timore di distruggere qualcosa di bello, rivelando all'altra persona la parte più reale di sé stessa; in "Hollywood Castle" indaga la fine di un’amicizia; con "Snow White" tratta con cinismo la frustrazione del non sentirsi mai abbastanza aderente agli standard di bellezza prefissati dalla società; in "Forget-Me-Not" parla con nostalgia per l'Islanda e la paura di perdere i propri legami allontanandosi.
Se per Laufey il suo diario è la fonte principale di ispirazione e la musica è il modo per comunicarsi al mondo, il palco è ancora una grande sfida. Nel 2025 ha concluso il suo primo tour nelle arene degli Stati Uniti e dal 18 febbraio 2026, con la prima data a Zurigo, fino al 22 marzo, con la tappa finale a Barcellona, sarà impegnata nella torunée in Europa e Regno Unito. L'11 marzo, Laufey toccherà anche la Choruslife Arena di Bergamo, dove si esibirà per un live intimo. In attesa di quella data, Laufey ci parla delle sensazioni durante il tour, i segreti dietro agli abiti di scena e le nuove ispirazioni nel suo diario.
Cosa ti porti dietro dai tuoi primi concerti e come ti sei preparata a questo tour?
«Penso che durante il primo concerto di quel tour negli Stati Uniti fossi così... non spaventata, ma come dire, guardavo la sala e pensavo: 'C'è tantissima gente. Come è possibile che così tante persone sappiano chi sono?'. E, sai, non riuscivo a credere che avrei dovuto farlo ogni sera. Ho dovuto superare un po' quella sindrome dell'impostore. Io vengo dall'Islanda, che è un Paese molto piccolo, e suonare per 10-15.000 persone a sera era come suonare per un villaggio intero. Era davvero molto strano. All'inizio era scoraggiante, ma poi mi sono detta: 'Forza, è come qualsiasi altro spettacolo'.
Adesso, quando mi esibisco in un'arena, mi sento come se potessi essere ogni singola parte della me stessa artista, che in quel momento convergono. Un'altra cosa che ho imparato è che riesco a dare il meglio di me sul palco rispettando un regime piuttosto rigido: ogni singolo giorno mi alleno e mangio correttamente e sempre alla stessa ora, poi faccio riscaldamento vocale e fisico, dormo il più possibile. Non esco nemmeno a cena, perché altrimenti parlo troppo e non fa bene alla voce. È difficile rispettare questa routine in Europa, soprattutto perché le città sono così divertenti e diverse tra loro, io vorrei uscire e divertirmi ogni giorno. Ma ci tornerò in vacanza».
Come hai scelto gli abiti di scena e in che modo raccontano la tua musica?
«Ho lavorato con Emily Adam Bode, stilista che ho sempre amato, perché ho la sensazione che lei capisca davvero come modernizzare gli stili vintage, che è esattamente ciò che faccio io come musicista. La nostra collaborazione è cominciata prima del tour negli Stati Uniti quando, pensando ai miei outfit preferiti sul palco, quelli che mi hanno fatta sentire più sicura, mi è venuto subito in mente un tutù bianco che avevo sfoggiato durante il mio tour di Asia di due anni fa. Quel tutù, che era il mio abito di scena preferito in assoluto, quello che avrei voluto portare ogni sera, era di Bode: così l'ho contattata ed è nata la nostra collaborazione per questo tour.
Nella sua nuova veste, il tutù diventa parte di un costume a strati, che posso lentamente (s)comporre per raccontare l'evolversi della storia durante il concerto. Quindi, il live inizia indossando quello, che mi permette di danzare con grazia ed evocare un'atmosfera onirica, simile a un sogno Disney. Poi, togliendo il tutù, svelo un miniabito con nappine e perline, un vestito da jazz in stile Anni '30/'40, che apre a una parte del live più allegra. Proseguendo, la seconda parte dell'abito è una gonna color bronzo e mi rende più simile a una showgirl, ma più vivace e moderna. In questo senso, i costumi seguono perfettamente lo sviluppo musicale dello spettacolo».
Cosa significa per te condividere il percorso artistico con tua sorella gemella: avete mai avuto un momento in cui vi siete guardate dicendo «chi se lo sarebbe aspettato da bambine»?
«Sì, sempre. Mi sembra che ogni singolo giorno ci guardiamo e pensiamo: 'Wow, è fantastico!'. Poter fare questo insieme è una vera benedizione. E poi, l'altro giorno ho fatto una campagna per uno stilista. Disegnare i costumi è stato davvero importante perché stavamo semplicemente realizzando gli abiti che avremmo voluto tirare fuori dal nostro armadio dei costumi da bambine. E sì, abbiamo fatto insieme anche una campagna di San Valentino per Chanel. Ed è stato così carino perché ci sono stati tanti momenti in cui abbiamo scelto insieme dei piccoli orologi. Oltre alla moda, Junia sarà sul palco insieme a me anche in alcune delle date del tour europeo, sicuramente per quelli in Islanda».
Il tuo album A Matter of Time è una trasposizione personale del tuo diario: per te è importante che la musica parli di esperienze realmente vissute?
«Penso che per me, come cantautrice, sia molto limitante scrivere solo di un aspetto di me stessa o di una sola cosa. O controllare quale parte di me stessa sto comunicando al mondo. Perché quando scrivo da sola nella mia camera da letto, non penso a queste cose, non è così calcolato. Sto solo riversando i miei sentimenti su una pagina. E alla fine quelle canzoni diventano ciò che mi aiuta e sono le canzoni che amo di più.
Penso che oggi, se si guarda al panorama della musica pop, ci sono molte artiste che scrivono e cantano. Voglio dire, la musica pop è cambiata, giusto? E anche solo dieci anni fa, erano gli uomini a scrivere canzoni per le donne: le etichette discografiche decidevano di assegnare le canzoni a determinate artiste pensando che fosse la cosa giusta da fare, di conseguenza queste canzoni finivano per essere piuttosto generiche. Ora penso che ci sia una nuova era di artiste pop che sono cantautrici. Credo che sia un cambiamento davvero positivo. E penso che sia perché stiamo imparando a conoscere le artiste donne fino in fondo. Ovviamente centra anche l'ascesa dei social media, con i fan vogliono conoscere il lato più profondo dell'artista».
Nelle tue canzoni, come riesci a dare spazio alla complessità delle emozioni femminili, lontano da stereotipi?
«A volte, può essere scoraggiante perché devi dare molto di te stessa al mondo. Ma se ripenso a me stessa da giovane, da fan e appassionata di musica, ero molto attratta dagli artisti che dicevano la verità e si mostravano più vulnerabili, perché mi facevano sentire meno pazza mentre crescevo. Se ascoltavo una canzone su una donna che parlava dell'immagine del proprio corpo o del fatto che non si sentiva bene con se stessa, pensavo solo: 'Oh mio Dio, non sono sola al mondo e non sono pazza'. E quindi spero che questo sia l'effetto che stiamo avendo ora con gli artisti pop attuali.
Oggi è decisamente più attuale essere super onesti, infatti, molti artisti pop ora scrivono le loro canzoni o, se non lo fanno, sono fortemente coinvolti nell'assicurarsi che la storia sia in linea con loro. E io, come cantautrice, sono esattamente come appaio: parlo molto con il cuore. E questo mi rende le cose più facili perché, specialmente con questo album, non cerco di controllare l'immagine che viene trasmessa al mondo e sono semplicemente pienamente umana, il che significa che a volte sono davvero felice e innamorata e altri giorni sono super devastata».
Nelle nuove pagine del tuo diario c'è qualcosa che ti sta ispirando?
«Assolutamente sì. Recentemente ho scritto della relazione con il successo e di come può sfociare in ossessione. Crescendo come musicista classica, ero il tipo di ragazza che voleva ottenere ottimi voti. Studiavo molto ed ero davvero presa da questo. E, sai, è qualcosa che si è trasferito un po' nella mia carriera da adulta, per quanto possa sembrare poco romantico. Mi concentro troppo sul fatto che non mi sembra di ottenere mai abbastanza e non è davvero una bella sensazione. È come capire che niente sarà mai abbastanza. Ed è proprio quello di cui stavo scrivendo. Ma lo stavo trasponendo come una sorta di relazione, come se il rapporto con i miei successi fosse una relazione con un uomo tossico.
Allo stesso modo in cui puoi pensare che un uomo non sia buono per te, ma continui comunque ad avvicinarti a lui, cercando sempre di più, così può essere anche il tuo rapporto con il lavoro o la carriera. Anche se probabilmente dovresti lasciar perdere, tu vuoi sempre di più. Mi piace scrivere canzoni d'amore e ne ho scritte molte sul non essere mai stata innamorata. È una mia caratteristica. Ultimamente mi diverto molto a trovare modi per usare le storie d'amore per descrivere altri sentimenti della vita o usare altri sentimenti della vita per descrivere l'amore. È un po' come stravolgerli, inserire degli indovinelli. Ecco perché non mi piace dire: 'Ecco, questa canzone parla esattamente di questo'. Perché c'è tanta bellezza nel fatto che le persone possano applicare le proprie storie alle canzoni».
Qual è la cosa più importante che hai scoperto su te stessa, come persona e come artista, durante il tour?
«Ho più forza di quanto credessi. Ho sempre pensato di essere molto brava ad ascoltare gli altri e seguire le regole, ma durante il tour ho davvero scoperto di avere il potere di prendere un po' le mie decisioni.»
Cosa ci possiamo aspettare dal tuo live a Bergamo, l'11 marzo?
«Sono molto emozionata perché sarà davvero intimo, e questo mi rende molto felice perché potrò parlare di più con il pubblico. E potrò sentirlo davvero vicino. E sarà un po' più speciale. Ci sono solo pochi concerti di questo tipo, quindi penso che sarà sicuramente un'opportunità per cantare nuove canzoni che non ho mai eseguito prima».












