Metti insieme la canzone d'autore italiana degli Anni '60, la chanson e l'exotica; poi aggiungi una certa eleganza e malinconia, una punta d'ironia e un abbondante romanticismo, fatto di flirt estivi e amori possessivi. L'artista che ti deve venire in mente è Lumiero, aka Luca Benetta, milanese classe ’97 che è qui per mostrare che l'ossessione della Gen Z per il vintage può andare ben oltre i negozi second hand e le macchinette analogiche. La nostalgia con cui infonde le canzoni rende la sua Milano, per essere più specifici la Barona, meno produttiva e più romantica, meno affannata e più emotiva.



Dopo l’uscita del 45 giri de "La Tua Amica Più Cara / Corteggiamento Lento", e il singolo "Un Letto Per Tre", il 5 dicembre, Lumiero ha pubblicato Il Primo Grande Disco Di Lumiero che, come si intuisce, costituisce il suo esordio discografico. Il primo album di Lumiero è interamente prodotto da Marquis, oltre ad essere suonato con strumenti dal vero, su cui la voce profonda di Lumiero descrive con un mix di ingenuità naif e malizia contemporanea l'amore odierno. Le 8 tracce dell'album sono un viaggio sentimentale nelle forme d'amore, alla maniera della canzone italiana, omaggiata anche nel settimo brano che è la cover di "Io sono il vento" di Marino Marini.

Abbiamo incontrato Lumiero per farci raccontare da dove nasce questa passione per la musica di un tempo, ma anche i suoi segreti di stile, le collaborazioni in studio e cosa ha nel cassetto per il futuro.

Come ti sei avvicinato alla musica?

«Mi ci sono avvicinato praticamente verso il finire del liceo. La quinta è stato l'anno in cui il programma di letteratura italiana mi ha aperto gli occhi su tutto un mondo che in realtà conoscevo abbastanza poco e in quel momento, mentre mi appassionavo alla poesia e alla letteratura italiana del Novecento, mi sono trovato molto vicino a gente che faceva musica. Era il 2016, per cui insomma era un momento in cui stavano cambiando tante cose nella musica italiana, c'erano tanti nuovi artisti che effettivamente mi hanno portato a unire un po' questi due mondi e a buttarmi anch'io nel provare a giocare con la musica. Erano giri in cui ti beccavi in studio a fare le canzoni piuttosto rap, ma io ho sempre coltivato anche la parte più melodica.»

Come è nata la tua passione per la musica Anni ’60?

«Io penso che sia partita prettamente dal gusto, cioè a un certo punto mi sono accorto che avevo un estremo piacere ad ascoltare quel tipo di musica, molto più rispetto a qualsiasi altro genere e mi riferisco più che all'epoca, alla modalità della musica: la bellezza, la poetica, le immagini, anche un po' il romanticismo, l'essere sognante. Cantando mi sono scoperto affine anche a livello melodico, quindi ho detto 'beh, perché non proviamo a fare questa cosa?' Ovviamente significava misurarsi con degli artisti che sono di un calibro infinito per cui ovviamente faccio sempre molta attenzione a non mettermi troppo a paragone, anzi, mi sembra piuttosto di avere la sindrome dell'impostore. Comunque è tutta una ricerca puramente personale, di gusto e passione.»

La tua Barona è la stessa eppure molto diversa da quella di Marracash, come entra il quartiere nella tua musica?

«Tocchi un punto, perché per me Marra è il king del rap, cioè è uno dei miei artisti urban preferiti da tantissimi anni e lui ha, tra l'altro, un rapporto col quartiere molto forte che è contato sempre molto, ovviamente anche perché dietro a quella tipologia di musica c'è tutto un retroterra di quartiere, che in realtà ancora oggi in Barona è molto presente, nonostante la zona stia cambiando tantissimo. C'è la parte autentica e popolare, però è un quartiere che si sta gentrificando abbastanza velocemente e quindi diciamo che tante cose da una parte le sta guadagnando, ma dall'altra anche perdendo. Nella mia musica, Barona entra come la scenografia dei miei giorni di vita quotidiana, dei miei pensieri, per cui sicuramente in quel modo un po' si riverbera nelle canzoni. In generale ci sono spiagge, Milano, non esattamente un'ambientazione precisa, ognuno può calarle nella sua esperienza, però sto cercando di fare emergere di più Barona in quello che sto facendo adesso, nella musica che ho in cantiere.»

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Marco Borgo
Lumiero

A proposito della collaborazione con Marquis, come nasce la parte sonora de Il primo grande disco di Lumiero?

«È stato un incontro formidabile, è stato molto stimolante perché entrambi ci siamo dati tantissimi input, tante idee che ci sono nel disco appunto. Nella modalità di scrittura io sono piuttosto intimista e mi piace scrivere a casa, poi a un certo punto i brani arrivavano in studio e incominciavano a prendere un po' corpo e poi vestiti. C'è stata una fase di confronto in studio con Marquise per le prime idee di arrangiamenti e poi abbiamo preso tutti i brani li abbiamo portati in studio in Emilia Romagna a Lido di Dante nello studio di Francesco Giampaoli e con gli strumentisti li abbiamo arrangiati. Le canzoni sono anche cambiate molto nel tempo prima poi di prendere la loro veste finale, perché questi passaggi hanno arricchito il tutto grazie alla creatività di orecchie e mani differenti.»

C'è una wave emergente attorno a te che cerca qualcosa di suonato, nostalgico e analogico nella musica?

«Dopo tanti anni di musica di plastica c'è un cambio di direzione. La diffusione di strumenti e software hanno reso accessibile la produzione di musica a una quantità di persone che prima era impensabile, e in questo aumento della quantità si nota che si è andata a creare anche un'elevata standardizzazione, sia delle modalità che dei brani. Penso che oggi ci sia un ritorno alla ricerca dell'autenticità in alcune cose e sicuramente nella ricerca di una musica suonata dal vero, in cui si registrano gli strumenti. In realtà a livello di epoca che stiamo vivendo questo non è l'unico vettore di recupero: c'è l'estetica retrò, le foto analogiche, i vinili. Siamo in un momento in cui abbiamo vissuto questo incremento di prodotti, comodità, agi e poi, a un certo punto, abbiamo capito che forse stiamo contemporaneamente rinunciando a qualcosa e quel qualcosa spesso è la qualità di quello che si ha, di quello che si fa. La qualità della vita.»

Come nascono i tuoi look?

«Anche questo è frutto di una ricerca, una cosa su cui a un certo punto mi sono trovato a ricercare, ovviamente in maniera collegata alla musica e all'immaginario che sto abbracciando. È stata una ricerca, non dico collettiva, però in cui sono stato aperto alle influenze, ad esempio anche a quella di Marquise. In un certo senso ho avuto l'opportunità di fare una cosa che mi ero sempre detto, ovvero 'Ci sarà un momento in cui da grande mi vestirò un po' più elegante, abbandonerò le scarpe da ginnastica e quant'altro'. Ho colto l'opportunità e mi sono messo a fare questa ricerca. Oggi mi dà molta soddisfazione trovare chicche e approfondire lo stile.»

Sul palco ti senti più compreso dai Gen Z nostalgici o dagli adulti?

«Questa musica viene capita anche dalla mia generazione e ne sono molto contento, anche perché in realtà era un punto interrogativo che avevo inizialmente invece mi sembra che stia venendo capita e, allo stesso tempo, ci sono degli insospettabili adulti che si appassionano a questo progetto. Per esempio, al concerto che abbiamo fatto a Milano, il primo concerto a gennaio, abbiamo accolto davvero un pubblico super variegato. È stato molto bello, anche perché poi si vedeva proprio che c'erano momenti di scambio e commento tra le varie generazioni, quindi sarebbe bello riuscire a costruire anche un ponte in questo senso, un terreno comune.»

Progetti per il futuro?

«Non mi sono mai fermato a scrivere e ormai è da un po' che scrivo. Ci sarà un lavoro più attento e brani che racconteranno le esperienze vissute in questo periodo, i pensieri che ho in testa da un po' e che, piano piano, sto riuscendo a buttare giù. Mi piace molto dare tempo alle canzoni mentre le scrivo, per cui capita che apro un brano e poi lo lascio riposare, poi lo riprendo dopo due mesi per scriverci. Questo mi piace perché mi dà una maturità diversa per cui sono molto curioso io in primis di vedere come andrà a finire.»