Il lato dark di Pyrex (all'anagrafe: Dylan Thomas Cerulli) gli è rimasto nel nome Instagram, nel cuore (per il suo passato con la DPG) e nel sound, come anticipa anche il titolo del suo nuovo album, King of the dark, uscito oggi (venerdì 13 dicembre) nei negozi e in tutte le piattaforme di streaming e negli online store. Eppure, quella parte più oscura - se così la vogliamo definire - non è necessariamente rimasta nelle tematiche dell'album, che spazia sui temi più vari, compreso l'amore - pur raccontato alla maniera dell'artista.



Cosmopolitan ha avuto l'occasione di incontrare Pyrex proprio a pochissime ore di distanza dal rilascio di questa sua ultima fatica discografica: ecco tutto quello che ci ha raccontato sul disco e sul suo percorso artistico fino ad oggi.

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Pyrex: l'intervista per King of the Dark

Dopo aver ascoltato il disco in anteprima, non potevamo iniziare questa nostra chiacchierata se non approfondendo le motivazioni per cui Pyrex ha deciso di autodefinirsi "Re dell'oscurità".

Partiamo dal titolo e dall'estetica. Una scelta stilistica che rappresenta il tuo percorso. Rappresenta il tuo passato e la tua storia, mi sembrava il modo giusto per presentare il nuovo disco. Cos'è questa parte oscura dentro di te?

«Non credo di avere un lato oscuro molto spiccato tranne per il fatto che forse sono un po' taciturno. La parte dark è in realtà più legata all'estetica che ho scelto, e al sound cupo. Poi c'è un riferimento anche al mio passato, che ovviamente è il mio background, è la mia storia. È ciò che sono stato e ciò che sono. Non posso rinnegarlo».

Ci sono tantissimi featuring in questo disco. Come mai questa scelta?

«Io amo fare collaborazioni. Se ascolto il disco di un artista che mi piace, mi aspetto di trovarci dentro dei "feat". Difficilmente riusciamo ad ascoltare un disco di una sola persona dall'inizio alla fine senza annoiarci; il nostro cervello vuole varietà. Poi i titoli con più nomi attirano la gente. Li ho scelti in base ai rapporti personali: sono tutte persone con cui sono amico nell'ambiente, abbiamo iniziato tutti più o meno nello stesso periodo».

Avevi fatto un disco tre anni fa. Cosa è cambiato dentro di te in questo triennio?

«Beh, sono diventato più dedito al lavoro. Sono più sereno con me stesso, più lucido, più stabile e centrato dal punto di vista personale. Musicalmente, io ho la tendenza a fare dei "concept album", quindi trovo un immaginario e sviluppo il disco in base a quello che ho scelto. Qui le tematiche e il sound sono completamente diversi dal disco di prima. Questo è più aggressivo, più brutale. Le sonorità non sono certo "simpatiche" o amichevoli. Sono cresciuto tanto in questi tre anni sotto questo aspetto, devo dire».

Hai parlato di concept album e di un sound molto "spinto". Qual è il filo conduttore del disco?

«Penso sia proprio il mio modo di fare musica rap o trap. Ho cercato di enfatizzare le mie caratteristiche tecniche di scrittura. È un disco volutamente "superficiale", ma non nel senso negativo... Non lo definirei un disco profondo che parla di aspetti interiori o emotivi, anche se ci sono alcuni episodi di quel tipo. Il filo conduttore è più basato sullo stile, il rap inteso non solo come abbigliamento, ma anche come attitudine musicale. I temi ricorrenti sono volutamente sfarzosi».

C'è questa scelta di stile... preferivi semplicemente fare musica di questo genere ora?

«Sì, come avrai sentito ci sono anche degli episodi un po' più melodici, un po' più d'amore, perché non volevo abbandonare del tutto gli altri generi musicali, ma il resto suona abbastanza crudo».

L’intro di "Flash flash" mi ha colpito molto: è una traccia che non ti aspetti, soprattutto per il sound del disco. Com’è nata?

«Per quella canzone mi sono ispirato a un progetto di Kanye West che si chiama Yeezus, uno dei miei album preferiti. È un pezzo che mi caratterizza molto, un rientro alla base rap, però non ha un particolare significato filosofico profondo dietro. L'ho fatta perché mi piace il gusto per il bello. Penso che l'unico che sia riuscito a tirare fuori una produzione così complicata sia stato Drillionaire, tra i tanti produttori con cui ho lavorato».

Come ti influenzano le tue origini statunitensi?

«Ho deciso di fare musica quando ero a New York, tra l'altro in quel momento è uscito Yeezus, ho comprato il cd e ho capito che dovevo iniziare a fare musica».

Di Tony Pitony cosa ne pensi?

«Mi piace tantissimo, è un maestro a cantare. Trovo sia un peccato ridurre tutto a un personaggio un po' meme, spero che ci regali dei brani più seri. Io lo ascolto per la voce, soprattutto. Spero che faccia un percorso interessante e spero non si riduca a fare canzoni divertenti».

Parlando di icone, so che avevi incontrato Post Malone una volta...

«Sì, lo avevamo incontrato a Roma. Si era instaurato un bel clima, lui ai tempi aveva comprato casa a Roma ed è una persona super amichevole. Abbiamo giocato a beer pong, abbiamo chiacchierato, mi aveva fatto i complimenti per le collane... ma non sono riuscito a farmi la foto insieme a lui! Amen, spero ci sarà un’altra volta! Penso però si sia allontanato un po' dallo spettacolo, non lo vedo tanto sulla cresta dell'onda in questo momento. Ti parlo non come sue capacità, parlo del fatto che non senti spesso parlare di lui. Il suo ultimo disco country, in ogni caso, mi è piaciuto tantissimo».

Come parli di donne e di amore nel disco?

«Ci sono dei brani più nostalgici e altri un po' più tecnici che parlano di nightlife. Quelli nostalgici sono come delle promesse, non sono necessariamente realistici, ma pieni di riferimenti. Spesso, quando si tratta di fare canzoni personali o d'amore, la cosa più immediata è pensare a una storia che finisce. È un tema ricorrente, forse per la mia mentalità un po' "dark" che rende tutto più scuro. Mi piace parlare delle ragazze in generale, credo di avere molti riferimenti nel mio bagaglio. Per il resto, non parlo di donne in maniera didascalica, è più una sorta di urban fantasy. È vero che nella nostra carriera, anche con gli altri membri della Dark Polo Gang, alcune cose sono diventate dei meme. A volte abbiamo enfatizzato in modo specifico certi aspetti del rapporto uomo-donna. Però, dopo tutto, il sesso fa parte della vita di ognuno di noi, a prescindere dall'identità. Io non sono un uomo molto estroverso nella realtà, ma penso che il sesso sia parte della libertà di chiunque».

Non te lo chiedo per fare gossip, ma la tua compagna (la modella Anna Virzi, ndr) cosa pensa dei tuoi testi? Li trova troppo forti?

«Se ci fosse volgarità eccessiva, probabilmente me lo farebbe notare. Io non cerco di essere volgare a tutti i costi, cerco piuttosto di essere trasgressivo. Appartiene al mio stile: in certi brani un po' di trasgressività, secondo me, ci sta bene».

C’è una barra nel disco dove dici «non chiedermi se tornerò nella Dark Polo». Come mai? Ti infastidisce questa domanda?

«Per nessun motivo in particolare. È solo che so che è un tema ricorrente, una domanda che viene posta spessissimo. L'ho usata per creare attenzione, per fare un po' di "bordello". Se mi chiedessi ora se voglio tornare, la risposta sincera non ce l'ho. Poi sinceramente non me la sentirei di parlare a nome di tutti».

Riguardo alla Dark Polo Gang, in un'altra intervista parlavi del rapporto con gli altri. In cosa siete simili e in cosa diversi?

«Potrei parlarne per ore. In sintesi, siamo cresciuti tutti negli stessi quartieri, con le stesse passioni. Poi ognuno di noi ha grandi differenze: Tony è uno sportivo, e fa il pugile; Wayne è più uno che si mette le cuffiette, ascolta musica in solitaria, a me invece piace il cinema... Ognuno ha passioni diverse, ma gran parte del nostro DNA coincide. Siamo ragazzi che hanno voglia di fare, di esprimersi, innamorati della musica, della moda e della vita. Ci è sempre piaciuto stare in giro, coinvolgere le persone. Abbiamo creato un movimento, una scena».

Un'ultima domanda: hai detto di aver messo Sick Luke "in punizione". Sembra una frase che lascia aperto uno spiraglio per il futuro. È così?

«L'ho detto dopo aver visto certi atteggiamenti da parte sua che non mi erano piaciuti. È un modo per escludere qualcuno. Non porto rancore, ma semplicemente l'ho cancellato dalla mia testa. Quando le persone mi deludono, tendo ad eliminarle».