Se si parla di rap, soprattutto se si prova a guardarlo non come una semplice sequenza di uscite discografiche, ma come un fenomeno culturale a tutti gli effetti, la domanda è sempre la stessa: stiamo parlando di musica o di identità? Di intrattenimento o di racconto? Di arte o di successo?
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Perché il rap, oggi più che mai, è uno spazio in cui si costruiscono modelli di vita, non solo canzoni. E come tutte le grandi narrazioni popolari che si sono succedute nella storia della cultura occidentale, anche il rap ha bisogno di figure iconiche che incarnino traiettorie e visioni opposte. Artisti che non si limitano a fare musica, ma che propongono un modo preciso di stare nel mondo o di osservarsi nel mondo.
In questo senso, pensare a Marracash e Gué Pequeno come al Dante e al Petrarca della cultura pop contemporanea non è un esercizio di stile né una provocazione fine a se stessa. Da una parte l’urgenza espressiva, il conflitto, l’analisi dell’io e del sistema (Marracash); dall’altra la costruzione di un immaginario riconoscibile, aspirazionale, ripetibile, vincente (Gué).
Il paragone, va detto subito, non riguarda il talento, né una presunta gerarchia artistica né tantomeno è un giudizio di valore sui due artisti. Così come Dante e Petrarca non erano “meglio” o “peggio” l’uno dell’altro, ma semplicemente diversi, radicalmente opposti nel modo di intendere la scrittura e il ruolo dell’autore, Marracash e Gué rappresentano due estremi che convivono. Si respingono ma si definiscono a vicenda. Due modi diversi di usare la musica per rispondere alle stesse domande di fondo: chi siamo, chi vogliamo diventare, chi diamo l’impressione di essere?
Dante e Petrarca oggi rivivono nel rap
I due grandi della poesia italiana sembra siano scomparsi quasi del tutto. Sopravvivono forse tra i banchi di scuola, nella memoria a breve termine di qualche studente/studentessa prima di un interrogazione. Nei vaniloqui di un professore traghettato dal neolitico direttamente in un aula che ripete allo sfinimento qualche parafrasi.
Eppure come tutti i maestri, la loro vitalità, la loro imprescindibile lezione artistica dataci dalle loro opere non è mai venuta meno nel corso dei 700 anni che ce ne separano. Dante, che siamo abituati a conoscere come il sommo poeta delle letteratura Italiana (anche giustamente verrebbe da dire), era un egomane da podio mondiale. Pensateci: è il primo autore della letteratura occidentale in volgare a fare di sé stesso il protagonista della sua opera, la Divina Commedia.
Al centro dei suoi tre mondi ultraterreni, l’inferno, il purgatori e il paradiso, c’è una cosa sola e una soltanto: lui stesso. E questo modo di collocarsi al centro esatto della propria opera ha molto in comune con i moderni album di (quasi) qualsiasi rapper, in cui a dominare incontrastato la scena è l’io.
Petrarca in fatto di egomania non è da meno. Il Canzoniere, l’opera per cui lo ricordiamo, è una pedante sublime ostentazione di io, io, io. Un io, è vero, complicato da molteplici stratificazioni, franto e rifranto sulle sponde del reale, (un reale elevato a paesaggio spirituale) ma sempre di egotismo si tratta.
Due modi diversi di mettere in scena il proprio io. Ed è questo il punto. Come i due poeti scelgono di farsi illuminare dalle luci della ribalta.
Dante e Petrarca mettono in scena il loro io in due modi opposti
Dante usa la scrittura come attraversamento del conflitto. La Commedia non è un esercizio di stile, ma un’immersione totale nel dolore, nella colpa, nella politica e nella società. Dante si mette in scena per raccontare il mondo, e il mondo entra nell’opera senza filtri, con tutta la sua violenza. La scrittura è necessità, urgenza, esposizione.
Petrarca, al contrario, fa della scrittura uno spazio di controllo. Nel Canzoniere l’io è al centro, e solo apparentemente è caotico. In realtà è studiato, raffinato, continuamente ripreso e perfezionato. Petrarca non vuole destabilizzare, vuole costruire una forma riconoscibile, un modello emotivo ed estetico che possa durare e replicarsi. È il primo autore moderno anche per questo: perché trasforma la propria identità in uno stile, e lo stile in successo. Successo testimoniato dalle numerose copie che del suo canzoniere si faranno nei secoli successivi. Inoltre per una certa nobiltà era un segno distintivo farsi ritrarre con il canzoniere in mano, un po’ come la foto su Instagram con il nuovo Vinile di Gué o Marra. Il Canzoniere per la nobiltà era uno status symbol come per noi oggi possono esserlo i vinili dei nostri artisti preferiti.
Marracash come Dante: l’io al centro, tra pluristilismo e attraversamento del reale
Se Marracash può essere accostato a Dante non è solo per la sua attitudine introspettiva, ma per il modo in cui ha costruito, negli ultimi anni, un sistema narrativo che pone l’io al centro assoluto della scena e allo stesso tempo gli permette significative aperture verso l’altro e il diverso. Una trilogia — Persona (2019), Noi, loro, gli altri (2021) ed È finita la pace (2024) — che funziona come un lungo viaggio attraverso identità, corpo, potere, relazioni e società. Non una sequenza di album, ma un percorso coerente, stratificato, volutamente complesso.
In Persona Marracash frammenta se stesso: mente, corpo, ego, maschera pubblica. L’io è diviso, analizzato, quasi smontato pezzo per pezzo. In Noi, loro, gli altri quello stesso io entra in relazione con il mondo esterno, con la violenza simbolica del linguaggio, con le dinamiche di potere, con il razzismo, con l’industria culturale. È finita la pace, infine, chiude il cerchio: l’io non cerca più equilibrio, ma accetta il conflitto come condizione permanente. Non c’è pacificazione, non c’è sintesi rassicurante.
Marracash non racconta “se stesso” per parlare di sé, ma per usare il proprio corpo e la propria voce come strumento di lettura del reale. Esattamente come Dante, che mette il proprio viaggio al centro della Commedia per parlare dell’umanità intera. Le ambizioni nei due casi sono ovviamente diverse e non potrebbero non esserlo visti i 700 e più anni che li separano, ma una fibra di fondo, essenziale e costitutiva rimane la stessa. A questo si aggiungono due elementi spesso sottovalutati: pluristilismo e plurilinguismo. Così come Dante alterna registri alti e bassi, lirici e brutali, sacri e quotidiani, Marracash attraversa linguaggi diversi senza mai fissarsi in uno solo. Cambia flow, cambia tono, cambia postura narrativa. Ogni stile è funzionale a ciò che deve raccontare in quel momento. Varietà che però è circoscritta entro i limiti di un progetto unitario quale quello della trilogia. A questo proposito si possono citare tre canzoni, ciascuna tratta da un album diverso.
Tre canzoni, tre album, tre stili di Marracash
- "Crudelia" da Persona: la traccia più conosciuta e ascoltata dell’intero album. Un elegia d’amore dove quello che si scopre è il lato più fragile e umano dell’autore, in un contesto, quello della street credibility e della mascolinità esasperata, dove le fragilità è quasi una colpa.
- "Loro" da Noi, loro, gli altri. Canzone di rivalsa dal ritmo e dalle rime serrate che alterna passaggi lirici, in cui la prima persona è più evidente; a passaggi in cui la prima persona lascia volentieri lo spazio a una dimensione collettiva e comune di denuncia. “Ho capito com’era la vita a dieci anni/ quando traslocavo assieme agli scarafaggi/ da Giuliani Cucchi, dalla Diaz ed Aldrovandi/ preferiscono spezzarci che recuperarci.”
- E infine "Factotum" da È finita la pace. In questa traccia l’io dell’autore scompare per lasciare posto ad un altro io che con una cadenza tra l’indie e il rap racconta la sua epopea di lavoratore. Epopea che con lapidaria sinteticità viene riassunta fin dalle prime barre: la vita è produci consuma crepa/ chiunque di noi prima o poi lo accetta.
È questo che rende Marracash un artista “dantesco” più che semplicemente impegnato: la volontà di non scegliere una sola voce, una sola maschera, un solo pubblico. Il risultato non è sempre comodo, né immediato, ma profondamente coerente. Perché, come in Dante, l’io non è mai un rifugio: è un campo di battaglia, l’io è uno squarcio nel velo depositato sulle cose, non chiusura ma occasione di espandersi, uscire fuori dalla propria bolla, attraverso l’altro.
Gué Come Petrarca
Mentre Marracash usa l’io come luogo di crisi, Gué lo tratta come un progetto riuscito. Un’identità non da mettere in discussione, ma da esibire, rafforzare, rendere desiderabile e quindi acquistabile. Le canzoni di Guè non cercano di annodarsi intorno ad un fil rouge, non cercano mai la confessione, ma la conferma. L’io è centrale, ma non vulnerabile: è un io che ha già vinto e che racconta il mondo dal punto di vista di chi sta sopra, non di chi sta attraversando il dolore. Anche quando affiorano stanchezza o disincanto, vengono subito ricondotti a una postura di controllo. Nulla trabocca davvero.
È così che si può permettere di passare da canzoni spensierate e leggere come "Oh mamma mia" con Rose Villai a flussi di coscienza decisamente più scuri e impegnati come in "Astronauta". Con Fastlife 5, ultimo album uscito proprio nel 2026, questa logica diventa ancora più evidente. Non siamo più solo nel racconto del successo, ma nella sua normalizzazione. Il lusso, la velocità, le relazioni, il denaro non sono obiettivi, sono dati di fatto. Gué non li problematizza perché non ne ha bisogno: fanno parte del suo linguaggio. L’io che emerge è coerente, riconoscibile, replicabile. È un io che funziona come modello culturale, non come diario emotivo.
Due modelli a confronto
Ed è qui che il confronto con Marracash diventa inevitabile. Perché mentre Gué costruisce un io compatto, Marracash lavora per scomporlo. Dove Gué stabilizza, Marracash mette in tensione. Dove Gué rafforza un’identità aspirazionale — “diventa come me” — Marracash propone un’identità attraversabile — “guarda cosa c’è dentro di me”. Due posture opposte davanti allo stesso mezzo espressivo.
Gué, in questo senso, è molto più vicino a Petrarca: l’io come stile, come forma da perfezionare, come immagine che deve reggere nel tempo. Non un io fragile, ma un io che si afferma attraverso la ripetizione, la coerenza, il controllo del linguaggio.
E per rendersi ancora conto della distanza tra i due, anche progettuale non solo artistica, basta dare un occhiata alla discografia: da una parte abbiamo Marracash: Persona 2019, Noi loro gli altri 2021, È finita la pace 2024.
Dall’altra Gué: FAST LIFE 5: Audio Luxury 2025, KG con Rasty Kilo 2025, VERO - 10 anni dopo 2025, Tropico del Capricorno 2025-
Marracash ha pubblicato tre album in cinque anni, Guè Pequeno in un anno ne ha pubblicati quattro. Il risultato non è una sfida, ma una distanza strutturale. Gué non usa il rap per interrogarsi, ma per posizionarsi. E proprio per questo parla a un bisogno diverso: non quello di capirsi, ma quello di immaginarsi altrove, più in alto, più al centro, più al sicuro.
Alla fine, il confronto tra Marracash e Gué non riguarda il rap, né tantomeno una classifica di autenticità. Riguarda noi. Riguarda il modo in cui scegliamo di raccontarci e di ascoltarci.
Da una parte c’è un’identità che che si rompe e faticosamente cerca di ricomporsi, che accetta di non essere risolta. Un io che si mostra mentre cade, mentre cambia, mentre si contraddice. Dall’altra c’è un’identità che funziona, che si afferma, che diventa linguaggio, estetica, modello. Un io che rassicura, che promette controllo, che offre una via d’uscita simbolica dal caos.
Marracash e Gué non sono alternative morali, ma risposte diverse allo stesso bisogno: dare forma all’ansia di esistere in un presente che chiede continuamente di essere performanti, desiderabili, vincenti. E forse è per questo che funzionano entrambi. Perché a volte abbiamo bisogno di prendere coscienza delle nostre crepe e debolezze, e altre volte di immaginarci altrove. A volte vogliamo attraversare il conflitto, altre volte vogliamo semplicemente sopravvivergli con stile.
Come Dante e Petrarca, non si escludono: convivono. E nel loro dialogo — fatto di tensioni, distanze e riflessi — si muove una domanda che resta aperta, oggi più che mai: vogliamo essere compresi o ammirati? Raccontarci o costruirci? Essere veri o essere riconoscibili? Perché come ricorda Marracash nel brano "È finita la pace": falso qualcuno o autentica nullità/ l’eterna lotta tra il bene e il male.








