Le donne possono e devono fare rap. Lo sanno fare davvero. Questi sono bei momenti per tutte le ragazze italiane che non possono stare senza cultura hip hop, stile street, boom bap o sonorità più gangster; a cui piacciono i grillz dorati sui denti, i graffiti, le rime che si chiudono a tempo con il beat, le topline ad effetto, i dissing spietati, l'eterna lotta fa East e West Coast, Biggie e Tupac, le loro relative influenze. Essere una ragazza e amare il rap, soprattutto in Italia, non è sempre stato scontato; essere una ragazza e fare rap, non è sempre stato socialmente consentito.
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Crescere femmina, Millenial, appassionata di old school o di Club Dogo, nei paesini delle nostre province, può spesso aver significato confrontarsi con una fetta di scena che non le riteneva all'altezza del genere. «Non puoi davvero capirlo il rap game, se sei una donna», non è una retorica così lontana come può forse apparire a chi non la vive su di sé. «Cosa ne può sapere, del resto, una donna di rap».
Se questa evoluzione della spoken word è sempre stata considerata un campo male-dominated – nonostante a tempo debito la poetessa afroamericana Nikki Giovanni, classe 1943, si fosse tatuata sul braccio un carismatico "Thug Life" –, una generazione di nuove rapper è arrivata per cambiare le cose, anche da noi. Avere avuto oltreceano modelli come Lauryn Hill, Queen Latifah, Lil Kim, Missy Elliot e più tardi Nicki e Cardi (oggi Doechii e in Gran Bretagna Little Simz), dopotutto, non ci sarebbe mai bastato; abbiamo sempre avuto bisogno di modelli che parlassero la nostra lingua, che ci assomigliassero davvero, in cui poterci riconoscere a livello tanto lirico quanto emotivo. Per citarne alcune fra le più forti, prima Madame e Anna, ora Ele A, Enny P ed Emili Kasa. «Faccio skincare, con la faccia dentro al fango» rappa proprio in "Maschio" (Kalimera, dicembre 2025, Machiste Dischi) quest'ultima, avvicinando con un solo respiro femminilità e mascolinità, così validando l'esperienza di tante di noi. Non c'era mai stato nessuno, quantomeno una ragazza nel rap, che ci avesse capito così bene da far convivere, sullo stesso verso, il fango e la skincare; nessuno che ci avesse detto, così naturalmente, che potevamo essere ragazze anche se non sempre riuscivamo a rispecchiarne le convenzioni. Anche se mischiavamo skincare e fango. La femminilità infatti non è solo fiocchi, merletti, glitter spalmati su coreografie di guance rosa blush; spesso è un grido incazzato, un desiderio sporco, un «voglio le siga cazzo» digrignato tra i denti, un «mia madre voleva un maschio», un «non sto ballando un tango è che ho bevuto tanto. Mamma non sono un maschio, sono un macho, sono un macho man».
Dell'artista classe 2005, cresciuta a Monte Urano, un piccolo paese nelle Marche, figlia di madre greca e padre albanese, non colpiscono solo il flow, la voce calda, graffiata ma inequivocabilmente dolce, l'intensità emotiva con cui attraversa i brani, ma anche la penna, i suoi testi. Con "Maschio" in particolare, ma poi anche il resto dell'ep, Emili Kasa, che fa dell'immaginario contaminato il suo punto di forza – il rap e l'R&B, la scena albanese di Noizy, Dhurata Dora e Finem, i grandi riferimenti americani come Chris Brown, Travis Scott e Summer Walker, ma anche la nuova onda italiana di Madame, Mahmood, Massimo Pericolo e Lovegang – riesce a rendere il suo racconto di vulnerabilità un manifesto generazionale, essenziale per il pubblico e le ragazze di domani che la ascoltano. Questi sono momenti belli per le ragazze che ascoltano il rap, proprio grazie anche a lei: la sua comunicazione quotidiana riesce a sciogliere dettami culturali inventati, restituendo a tutti la possibilità di essere chi sono davvero. Senza pregiudizi, nella libertà.
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Ci racconti la storia dietro a "Maschio"?
«Maschio nasce come uno sfogo, a tratti autoironico a tratti disagiante. Inizio sputando rabbia, disagio, mancanze, paure e soprattutto aspettative sociali che mi sento addosso. Sul ritornello poi metaforicamente racchiudo tutto quello che ho provato prima, dicendo effettivamente che la skincare non mi farà sentire più bella o meno sporca. E poi arriva la seconda strofa che, se vogliamo riassumere in un'espressione sola, è l'autoconsapevolezza di sé. Sono così e mi accetto così, o forse no?».
"Faccio skincare, con la faccia dentro al fango", è una figura ossimorica. Che rapporto hai con i costrutti sociali di genere della femminilità e della mascolinità? Questo brano riesce a rappresentare identità che si allontanano dalla convenzione rompendo gli schemi e scrivendo la propria verità. Ti ci rivedi?
«Con questo verso voglio dire che provo a fare qualcosa che mi faccia sentire bella, ma in realtà non cambia nulla. Mi sento comunque sporca, non mi sento a posto né dentro né fuori. Sinceramente, per tutta la mia vita mi sono sentita in "obbligo" di vestire una femminilità che non mi è mai appartenuta. Io amo la mia femminilità ma per me è sbagliato il suo concetto per come lo si intende socialmente: io mi sento femminile anche se non indosso i tacchi, i vestiti, anche se non mi trucco, anche se ogni tanto mi sento un "maschiaccio". Tutto ciò non significa che io sia meno femminile. Questo è quello che cerco di dire in "Maschio": sono nata in un contesto piuttosto chiuso e ho dovuto fingere per anni di essere quello che effettivamente non ero. Ho dovuto convincere che una felpa larga non fosse sintomo di mascolinità. Giocavo con i maschi, avevo i capelli più corti, non indossavo vestitini. E poi siamo sinceri: il grembiule blu è molto più bello di quello bianco».
Quanto è importante la dimensione sociale e politica nella tua scrittura? Come scegli le tematiche da affrontare nei testi?
«Non le scelgo, quando scrivo ho l'esigenza di dire quella cosa in quel determinato momento, senza troppi costrutti o binari in cui "stare"».
Che cos'è che ispira i tuoi testi più conscious? Senti la responsabilità di stimolare un pensiero critico/politico/femminista nei tuoi ascoltatori o è un processo naturale?
«Sicuramente mi piacerebbe lasciare qualcosa, emozionare, ma questa mia volontà non modifica la direzione di ciò che dico, non è il fine: io scrivo perché è un'esigenza e quando affronto determinati temi lo faccio naturalmente. In "Elodie" parlo di una relazione logorante e tossica, mentre o in "Oopah" emerge invece il tema della sessualità vissuta – come è normale che sia – in massima libertà».
Quali sono le tue sensazioni, in relazione alla scena italiana, rispetto all'esperienza delle ragazze nel rap game?
«Penso che nell'ultimo periodo stiano emergendo delle ragazze particolarmente forti, e questo anche grazie a Madame, che con la sua voce e la sua attitude ha reso possibile un percorso a molte altre. Le donne possono e devono fare rap».
Che consigli daresti alle ragazze che vogliono approcciarsi attivamente al genere?
«Di fottersene di tutto e di tutti. Fate musica per divertirvi, per sfogarvi, per amarvi un po' di più, fatelo per quello che volete. Ma se sentite di doverlo fare non lasciatevi fermare da niente».












