Fare musica per riscattarsi e scrivere un futuro diverso. Per trovare sollievo dalle prove della vita, e dimostrare che un’alternativa è sempre possibile. C’è del buono nel progetto CCO - Crisi come opportunità, che da oltre dieci anni porta speranza negli istituti penitenziari minorili, organizzando laboratori musicali, progetti teatrali, festival. Un presidio culturale permanente che ora diventa una piccola label, una casa di produzione pronta a sostenere il talento di chi – toppo giovane per rendersene conto davvero – ha commesso un passo falso. Ma vuole cambiare, anche attraverso la musica. È il caso di 2Shot, nome d’arte di due gemelli ventenni detenuti nell’IPM di Airola (Benevento) che grazie a questo progetto hanno pubblicato il loro primo singolo "Petite".
Ne parliamo con Lucariello, nome d’arte del rapper Luca Caiazzo, voce della scena napoletana old school, anima e formatore di CCO, produttore del brano (insieme a Oyoshe e Shada San) e protagonista del featuring con i 2Shot. «Ai tempi di Gomorra, quando Roberto Saviano fu messo sotto scorta, io ed Ezio Bosso pubblicammo il brano "Cappotto di legno" che raccontava la sua storia e che divenne una campagna MTV contro le mafie. Da lì cominciarono a contattarmi associazioni e scuole in tutta Italia perché si iniziava a capire che il rap poteva essere uno strumento per raccontare la legalità».
Avvenne così l’incontro con Giulia Minoli, che all'epoca aveva fondato l’associazione Crisi come Opportunità (oggi è presidente di Una Nessuna Centomila), e insieme ebbero l’intuizione della musica come percorso di redenzione: «Cominciammo a fare un po' di laboratori nelle scuole, poi fui invitato nel carcere minorile di Airola e lì mi resi conto della situazione reale di questi ragazzi, di quanto il carcere fosse un nervo scoperto, un punto cardinale rispetto a quelle che possono essere queste tematiche. Con Giulia abbiamo cominciato a fare dei piccoli progetti, della durata di pochi mesi. Poi però abbiamo capito che era importante esserci sempre, 365 giorni all'anno. Così è nato il presidio culturale permanente».
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L'intervista al rapper Lucariello in esclusiva per Cosmopolitan
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Venendo da questo tipo di realtà, non avevi voglia di allontanarti dalla tua terra?
«Sì, io sono di Scampia e il primo istinto era sempre quello di scappare, soprattutto nei periodi in cui c'erano le guerre di camorra, quando Gomorra non era solo un film ed era pericoloso anche uscire e stare per strada. Però ho sempre creduto che, per quanto tu possa andare lontano, se ci sei nato questa vita ti resta addosso. E secondo me è molto più forte provare a fare qualcosa, a cercare una cura. Naturalmente è una provocazione, noi non salviamo nessuno, facciamo un po' di intrattenimento con i ragazzi e proviamo a fare delle riflessioni, a usare la musica come uno strumento per evadere dalla loro condizione, tenendo presente che abbiamo a che fare con adolescenti nel massimo della loro energia e che però sono rinchiusi. È pesante da sopportare a 15,16, 17 anni, no?».
Cosa ti colpisce?
«Questi ragazzi sono cresciuti senza i diritti costituzionali di base. E per quanto si possa dare loro una colpa, in alcuni casi è una colpa limitata. Ci sono scelte e scelte, ma molto spesso le loro sembrano obbligate. Quando hai una situazione familiare di un certo tipo, esempi che vanno nella direzione opposta alla legalità... È quella che noi consideriamo l'educazione. Nel loro caso, però, al contrario».
Veniamo a questo progetto specifico, "Petite" dei 2Shot.
«Lavoriamo in sette IPM in tutta Italia (siamo ad Airola, a Nisida, sempre in Campania, poi a Roma, a Cagliari, ad Acireale) e ormai siamo una squadra di rapper che collaborano a distanza. Con "Petite" abbiamo deciso di mettere in piedi, proprio come se fossimo una piccola label, una vera opportunità discografica: quando troviamo dei ragazzi che sono a un livello più alto, forniamo loro la nostra esperienza e li formiamo da un punto di vista professionale. Naturalmente la prima cosa che spieghiamo è che è difficilissimo riuscire a vivere attraverso la musica. Però, cerchiamo di innescare il sogno, e lavoriamo affinché il brano diventi un veicolo di autostima. L'obiettivo è che questi ragazzi capiscano che anche se non sono andati a scuola, e non sanno parlare bene in italiano, possono comunque tirare fuori i loro sentimenti in maniera importante, attraverso il loro linguaggio e attraverso questa musica che ha nella sua forza proprio il fatto di venire dal basso».
Chi sono questi i due gemelli?
«Sono due fratelli gemelli omozigoti, di origine cubana e nigeriana, ma cresciuti a Salerno: uno rappa in napoletano, l'altro in italiano. Non possiamo dire i loro nomi, perché sono ancora detenuti, ma la loro storia è che hanno cominciato a seguire il laboratorio, si sono messi in gioco, si sono sfidati a scrivere, portavano ogni giorno una canzone, un testo, una strofa, un ritornello. In poco tempo hanno scritto più di cento brani. L'hanno presa subito in maniera professionale, con la disciplina del lavoro. E quindi sono stati in qualche modo uno stimolo per noi ad andare avanti, a cercare di costruire qualcosa più concreto, e che potesse mandare un segnale al mercato: oggi è fossilizzato sui numeri, ma noi volevamo pensare alle persone, oltre che agli streaming».
Di cosa parla la canzone?
«Nel brano raccontano della loro infanzia violenta: il pezzo si chiama Petite perché uno dei due ricorda di quando piangeva solo chiuso nella cameretta. C'è la voglia di evadere, l'immaginario di andarsene a New York con un amore. A un certo punto citano la mamma, che rappresenta una sorta di aspirazione al bene. Avevano scritto altri pezzi più di strada, gangsta rap, però la scelta è stata di puntare su una storia di riscatto perché non serve atteggiarsi, ma aprirsi a un discorso interiore».
Dicendo IPM il pensiero va a Mare Fuori e a tutto l'immaginario che ne consegue: in qualche modo è un mondo che attrae. Che ne pensi?
«Penso sia un po' il fascino del male, in generale. Questi ragazzi non negano da dove si viene, anzi. Per loro è come avere una skill in più: avendo vissuto delle difficoltà, sono diventati più forti rispetto a certe cose. Non vedo in loro un atteggiarsi, o un sentirsi più cool. Quella è una dinamica nostra, legata a Mare Fuori, e all'intrattenimento, anche perché non dimentichiamo che quel tipo di produzione cinematografica è molto lontana dalla realtà. Gli IPM sono dei luoghi di dolore, non si incontrano le ragazzine nei corridoi (uno solo in Italia ospita delle minorenni, in una palazzina distaccata), non nascono storie romantiche. Nelle carceri minorili sono tutti maschi in un ambiente cupo, brutto, tanti prendono psicofarmaci. Sono luoghi più simili a un ospedale psichiatrico che a un carcere. Non sono bei posti, per niente cool. Poi certo, grazie a Mare Fuori ora tutti sanno cos'è un IPM, ma quella non è la realtà».
I 2Shot adesso cosa si aspettano che succeda?
«Abbiamo spiegato ai ragazzi che le cose vere si costruiscono un passo alla volta. Poi ci sono i colpi di fortuna, una serie di eventi non programmabili, ma quello che conta per lavorare nel mondo della musica è essere motivati a inseguire il sogno, con passione. Farai il pizzaiolo per vivere? Il muratore? Va bene, perché avrai il tuo tempo per metterti al computer, davanti al microfono e continuare a coltivare il sogno. In quest'ottica il lavoro duro non toglie le speranze, né l'ambizione. Semplicemente è uno strumento che serve per costruire il sogno».
Un piccolo passo, che ci accompagna verso la libertà.













