«Voglio incidere solo dischi brutti / Così sarò sicuro di piacere a tutti» cantava Tutti Fenomeni nel lontano 2019, con quella "Valori aggiunti" che l'ha fatto conoscere come una delle penne più ironiche e pungenti del cantautorato contemporaneo. Avanti veloce di 7 anni, con due album nel mezzo, Merce Funebre (2020) e Privilegio Raro (2022), e arriviamo al 23 gennaio 2026, quando Tutti Fenomeni ha pubblicato Lunedì, il suo terzo album in studio per 42 Records/Epic Records Italy. Con il senno di poi possiamo dire che Tutti Fenomeni, non è riuscito nel suo intento: i suoi dischi hanno sicuramente qualcosa da dire, e lo fanno bene, in più la raccolta di un consenso universale, nel senso più mainstream del termine, non è tra le sue priorità.
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Per il terzo album, Giorgio (nome di battesimo) ha cambiato leggermente direzione, con un nuovo producer, Giorgio Poi, e un album che cerca una dimensione più matura. A influenzarlo è stato l'avvicinarsi dei 30 anni, la sensazione imbarazzante e veritiera dell'amore, che entra piuttosto esplicitamente nei suoi brani, e il cantautorato italiano che lo ha sempre ispirato. C'è la citazione a De Andrè in "Morire vista mare", un rimando a "La leva calcistica della classe 68" di De Gregori in "Piazzale degli Eroi", un giro di chitarra trovato casualmente insieme a Giorgio Poi, che si ispira a Battiato ed è finito dritto in "Formentera".
Poi ci sono la nostalgia e l'ironia, la lucidità e il pessimismo, come nel brano-monologo-manifesto "La felicità del cane" in cui mette sotto la lente d'ingrandimento il sé bambino e il mondo che lo circonda, con frasi del tipo: «La democrazia è un'idea davvero geniale, ma purtroppo la psicologia di massa ha delle leggi invariabili». Questo è un ritorno in grande stile per Tutti Fenomeni che, oltre al disco, ha annunciato i primi due appuntamenti dal vivo: il 9 aprile all’Atlantico nella sua Roma e il 22 maggio al Mi Ami Festival a Milano. Abbiamo parlato con lui di Lunedì, di tutto ciò che è diverso, di tutto ciò che è uguale.
Il nuovo album arriva a tre anni da Privilegio Raro: qual è stata l’evoluzione?
«Ci sono stati tanti cambiamenti. Il primo anagrafico, diciamo, perché ho fatto da poco 29 anni, quindi questo disco esce nel mio trentesimo anno di vita, anche se in modo indiretto c'è di sicuro una riflessione anagrafica. Poi c'è una differenza sostanziale sul partner con cui ho collaborato, entrambe persone che stimo tantissimo: per Merce Funebre e Privilegio Raro era Niccolò Contessa, mentre in questo disco c'è la sfida di avere un nuovo partner, di avere una nuova coppia creativa e di scrollarsi di dosso paragoni, cercare di essere originali, essere nuovi insieme. Il leitmotiv rimane sempre il mio amore per le parole, per il testo, per l'ironia che c'è, anche se accanto a significati che possono essere drammatici.»
Perché hai scelto di intitolato Lunedì?
«Mi sono ripromesso di rispondere a tutti una cosa diversa. Quindi a te dico 'perché il lunedì è quella responsabilità di rifarsi il letto'. Voglio che siano gli altri a dare un'interpretazione. Però la mia motivazione, quella reale, è che il lunedì è l'illusione del cambiamento. Quell'illusione che è anche vita.»
Il disco è prodotto da Giorgio Poi, che lo ha anche suonato e registrato: com’è stato lavorare insieme?
«Il lavoro è stato molto, molto disteso. Io, diciamo, sono entrato nella sua vita in punta di piedi perché, insomma, lo stimavo già tanto e, anche se avevamo amici in comune, lo conoscevo poco. Affiancandoci per il disco ci siamo trovati in fasi della vita molto simili, quindi ci siamo aperti l'un l'altro e questo ha fatto sì che il lavoro diventasse... Una sorta di prendersi cura. Giorgio non ha lavorato solo da professionista, ma ha cercato di capirmi, consigliarmi, e io ho preso il meglio, credo, spero. A livello di suono ho spinto per avere la sua delicatezza, per questi arrangiamenti, diciamo, con una parte più eterea che poi hanno una nostalgia alla Battisti, un pochino di colonna sonora erotico poliziesca degli anni Settanta, cose che Giorgio Poi ha già di suo. Ma qui creano contrasto, perché il mio testo non è sempre aderente, ma non vuole nemmeno stridere completamente. Per la prima volta in un disco, ho voluto mettere la melodia prima di tutto, e lo testimonia anche un aneddoto su "Col tuo nome". Di solito fremo per salvarmi delle frasi quando mi interessano, soffro se ho il telefono scarico oppure non ci sono foglio e penna a portata. Per "Col tuo nome", invece, fremevo per registrare la melodia che avevo in testa e, in quel momento, ho realizzato che ero entrato in questo meccanismo anche grazie a ciò che mi ha trasmesso Giorgio.»
Alla cifra ironica si affianca quella romantica, soprattutto in canzoni come Col tuo nome: com’è stato metterti alla prova in questo senso?
«Credo che la spinta a farlo sia arrivata sempre da un dato anagrafico. Quando ho cominciato a fare musica, avevo un desiderio grande di colpire il prossimo, che in realtà era una voglia di stupire me stesso, per colmare delle lacune di inesperienza, di insicurezza. Poi mi sono reso conto, anche inconsciamente, che le canzoni che uno ascolta di più nella vita sono canzoni semplici, canzoni d'amore. Quindi quella roba barocca di dover stupire mi aveva un po' stancato. Credo comunque di aver mantenuto quella parte, ma crescere come artista per me ha significato diventare più essenziale. Poi sono sicuro che sia un ciclo e che tra un po' di tempo ti dirò che sono tornato al barocco perché l'essenzialità è una rottura di palle (ride, ndr). Però ora sento questo bisogno, di essere meno ridicolo, di giocare su sottili equilibri. Credo che la canzone che chiude il disco, "Love is not enough", sia molto emozionante, però è anche a un passo dal ridicolo, ripetendo sempre questo love, così fuori tempo massimo. Sono curioso veramente di vedere cosa penserà la gente.»
In "Morire vista mare" c'è una frase che mi fa pensare sia una canzone scritta a 30 anni: «Non ho paura della morte / Ho paura dell’inflazione». Come hai inserito questa sensazione nel disco?
«Ci sono delle frasi che sono pietre angolari, cioè ci sono frasi da cui derivano le canzoni, e frasi invece che vengono messe per finire le canzoni. Quella della morte e dell'inflazione mi sembra appartenesse al primo tipo, quindi quella canzone nasce da una paura. Un po' come "La ragazza di Vittorio" in cui dico che sarà l'Intelligenza Artificiale a trovargli una ragazza... Quello che cerco di fare è un'analisi di una paura che riguarda un po' tutti quanti, di diventare grandi e rimanere soli.»
"La felicità del cane" più che un brano è un monologo, come nasce?
«L'altro ieri facevamo questa diretta radio qui a Milano, l'abbiamo fatto ascoltare in anteprima e io leggevo i commenti. Uno mi ha scritto: 'Questa canzone è stata scritta su una montagna in Tibet o sotto le coperte alle 3 di notte?' e più o meno è la stessa cosa, perché sono degli spazi privati, singoli. Devo dire che l'ho scritta proprio così, in una notte, non dico di insonnia, però da solo a casa, infatti qualche frase è presa dal libro che leggevo, di un autore, mi sembra, postmoderno, il cui succo era un po' lo stesso: è inutile dare colpa alla crisi, la crisi siamo noi che cerchiamo la ragazza su Tinder. Comunque, una volta scritta e registrata con la mia voce mi rendo conto che può sembrare un po' una lezione in musica, quindi penso a delle alternative. Ho pensato di farlo leggere a una donna anziana, poi rileggendo "La felicità del cane" mi sono reso conto che, come la maggior parte del disco, l'avevo scritto inconsciamente come un ponte tra il me bambino e il me adulto. Alla fine quindi l'ho fatta leggere al figlio di mia sorella e devo dire che è diventata un po' una chicca del disco. È come se a pronunciarla fosse un mio io bambino, un po' deviato, sicuramente.»
Come sarà Lunedì dal vivo?
«L'idea è di fare più date di queste due annunciate finora e di fare tanta esperienza. Sono un po' di anni che non salgo sul palco, ovviamente c'è timidezza, c'è voglia di rompere il ghiaccio. Però vorrei fare un tour per esorcizzare la paura del palco e cominciare a essere più presente. È un disco importante, non lo posso negare. Al di là del successo, dei numeri, voglio che diventi una cosa coerente e aderente alla mia vita. Mentre gli altri dischi erano più a progetto, che dura quel che dura e si esaurisce, qui vorrei che Lunedì andasse oltre. Andasse oltre per me, soprattutto.»














