Il primo album di Angelica non poteva che intitolarsi così, come il nido che la accoglie, lo spazio sicuro in cui ripararsi, dove a 18 anni ha trovato rifugio nel momento più delicato della sua vita. Ne ha sempre parlato fin dalle audizioni di X Factor, dove una giovanissima donna di soli 19 anni raccontava del dolore per la scomparsa di entrambi i genitori e della sua nuova vita, per cui è ripartita dalla musica come antidoto al dolore.

Oggi, tre anni dopo l'articolo in cui la definivamo la "nuova promessa", la stessa ragazza con la frangia vince Sanremo Giovani con un brano che parla di un dolore che si trasforma, dove il peso che si porta addosso diventa il primo passo per costruire una nuova sé.

«Tre anni fa c'è stato un momento in cui stava per diventare troppo facile scegliere di non combattere più e dare la colpa al peso insopportabile di una tragedia più grande di me, per giustificare quella scelta. Poi ho guardato le stesse ferite negli occhi dei miei fratelli e, sperando che trovassero loro la forza di affrontare quel dolore, ho capito che dovevo darmi la possibilità di farlo anch'io. Grazie a loro e a una forza che non sapevo di avere dentro, ho scelto la vita e l'amore, ogni giorno, con l'ingenua speranza che il tempo alleggerisse il peso di quel mattone sulle spalle. Ma la realtà, spesso, è più cinica, e ho scoperto che quel peso sarebbe sempre rimasto lì. Ho capito però che potevo trasformarlo in un valore aggiunto. E forse, finalmente, ci sono riuscita», ha scritto Angelica su Instragram per raccontare ai fan la genesi del brano che porterà sul palco dell'Ariston tra le Nuove Proposte al festival di Sanremo.

"Mattone", questo il titolo, fa parte di Tana, il primo disco di Angelica Bove in uscita il 30 gennaio per Warner Music, con la direzione artistica di Federico Nardelli e i testi di Matteo Alieno e della stessa Angelica. In attesa dell'uscita, l'abbiamo incontrata per farcelo raccontare da lei, con l'emozione delle prime volte.

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Fotografo: Nicholas Fols Styling: Carolina Cervara Make up: Fausto Cavaleri Hair: Sofia Gatto
Angelica Bove è la nuova cover digitale di Cosmopolitan Italia

Partiamo dalle cose semplici: come si intitolerà il tuo primo album?

«Tana. Lo abbiamo deciso ufficialmente ieri, quando abbiamo chiuso il disco. È stato un momento di grandissima emozione, anche perché è il mio primo album. Quando abbiamo definito i brani mi sono trattenuta dal piangere, ho pensato: “Non è il momento”. Poi ci siamo guardati tutti negli occhi e ho capito che per me l'album non poteva che chiamarsi così».

Perché proprio Tana?

«Perché sono io. Passo tantissimo tempo in casa: su dodici mesi, dieci li vivo nella mia stanza, chiusa. L’estate è l’unico momento in cui mi concedo di stare più fuori. Amo la vita, ma non quella fatta di discoteche e mondanità: prediligo l’intimità, la calma, il rifugio.
Tana è proprio questo: casa, protezione, uno spazio sicuro. E poi è anche il concetto del disco: “Benvenuti nella mia tana”
. È un luogo aperto a chi si riconosce in questa dimensione, a chi ama le cose intime, tranquille, non urlate».

Ascoltandolo, si ha proprio la sensazione di un “comfort album”. Anche la tua voce è molto trattenuta rispetto a come siamo abituati a sentirla.

«Sì, ed è una cosa nuova per me. Io sono una cantante che tende a stare scomoda vocalmente: più mi sento in difficoltà, più sento di star facendo qualcosa di giusto. Qui invece ho fatto l’opposto: ho contenuto tutto. Ed è stato difficilissimo, soprattutto per un disco d’esordio, dove l’istinto sarebbe quello di “spaccare”, di dimostrare. Invece ho capito che per me la vera sfida era proprio la misura, il non strafare. Forse un disco molto cantato, oggi, non me lo accollerei nemmeno io se fossi ascoltatrice. Questo invece mi rappresenta davvero».

Quando dici che cerchi “le tue persone”, intendi il tuo pubblico?

«Sì, anche se la parola “fan” mi mette sempre un po’ a disagio. Cerco persone che abbiano un’attitudine simile alla mia verso la vita. Io prendo pochissime cose sul serio, a partire da me stessa. Vivo tutto come un’occasione, come una serie di eventi. Non credo all’idea del “treno che passa una volta sola”: rende la vita troppo importante, troppo pesante. L’unica cosa che conta davvero è vivere dignitosamente, stare bene, fare quello che vuoi fare. Anche se per te significa stare sei mesi a casa. E va benissimo così».

Questa leggerezza come si riflette nel tuo rapporto con il giudizio, soprattutto dopo X Factor e ora che arrivi a Sanremo?

«È cambiato tutto. A X Factor il mio errore è stato prendere tutto troppo sul serio. Avevo paura di mostrare la vera me, perché so di essere una persona divisiva. Col tempo ho capito che il giudizio non è altro che un gusto personale. Dire che piaccio o non piaccio come artista, per me è come dire che ti piace o no la pasta: non dice nulla di me, dice tutto di te. Sanremo lo vivo in modo completamente diverso: sto al gioco, mi diverto. Io vado lì, canto, racconto la mia storia. Non ho voglia di scendere a compromessi su quello che sono».

Quindi Sanremo per te è più un gioco che una prova?

«Sì, ed è bellissimo così. È una vetrina, una formula che prevede giudizi, va bene. Ma io faccio quello che voglio fare, indipendentemente dal contenitore. Mi sto divertendo molto, anche più di quanto pensassi. E poi dietro le quinte succede la cosa più bella: incontri persone incredibili, soprattutto tra gli addetti ai lavori. Anime d’oro, spesso molto più grandi di me, ma sono i miei nuovi amici. In regia rompevo sempre le scatole, andavo a disturbare, ci facevamo una risata. Si parla sempre troppo poco di chi c'è dietro lo schermo».

"Mattone" parla di dolore e di ricostruzione. Citando l'ultimo verso: "Dicono che porto un peso che per me è un mattone, ma un mattone serve a costruire". È un tema centrale anche nella tua storia personale.

«Sì. Quando vivi qualcosa di profondamente traumatico, che segna un prima e un dopo, devi fare i conti con i tuoi mostri e con il mondo fuori. Nel mio caso, diventare orfana a 18 anni — e perdere entrambi i genitori in modo violento e improvviso — è stato qualcosa di enorme. Ti guardi attorno e nessuno porta quel peso. Ti senti fuori posto, a disagio persino nel tuo dolore».

Come si supera un dolore così?

«All’inizio non si supera. Per molto tempo mi sono chiusa in casa, ho vissuto il momento con i miei fratelli, che erano le uniche persone a capire davvero e che provavano un dolore uguale al mio. Poi, perché sono molto attaccata alla vita, ho iniziato a guardare quel dolore come un valore aggiunto. Ti cambia la prospettiva: capisci che la dignità è vivere come vuoi tu, non come vogliono gli altri. La morte è sempre poco dignitosa, in qualsiasi forma. Quindi tanto vale portare dignità in tutto quello che viene prima. Dare valore ai giorni, alle parole, all’affetto».

E l’amore? Quanto conta oggi per te?

«L’amore è tutto. Non la carriera, non gli obiettivi. Quelle sono costruzioni sociali. Alla fine, quando perdi tutto, l’unica cosa che ti salva è l’amore: le persone che ami e che ti amano.
Se non hai quello, rischi di cadere in un oblio totale».

Hai un legame fortissimo con i tuoi fratelli.

«Siamo sei: quattro gemelli, un fratello più grande e uno più piccolo di noi. Una storia assurda. In ecografia all'inizio risultavamo due gemelli, poi è la ginecologa riconosce un terzo dopo qualche settimana e all'ecografia successiva, il quarto gemello, che sembrava un cono d'ombra, alla fine era uno di noi. Siamo nati prematuri, l’ospedale era completamente allestito per noi. Siamo stati anche record europeo per parto gemellare. Non eravamo in programma, non così tanti almeno (ride, ndr), ma ci hanno amati tantissimo».

Nel disco parli molto anche di relazioni. Che rapporto hai oggi con l’amore romantico?

«È una domanda difficile. L’amore mi fa un po’ paura, perché sono una persona molto totalizzante. Credo che oggi, inconsciamente, io cerchi una figura che mi ricordi un rifugio, qualcosa che non ho più. Amo profondamente gli uomini, li ammiro, a volte li invidio.
Dopo la perdita di mio padre, questa ricerca è diventata ancora più forte. L’amore oggi, per me, è questo: un rifugio».

Il testo di "Mattone", il brano di Angelica Bove sul palco delle Nuove Proposte di Sanremo

Dicono che per amare serve stare bene
da soli
di non accontentarsi pur di rimanere insieme
da fuori noi ci somigliamo come i cani coi padroni
ma non ci capiamo come figli e genitori
mi prendo un alto po’
troppe informazioni
che mi confondo

Quanta pioggia ancora cadrà per un po’ di pace
in queste giornate
so che prima o poi passerà
lo ha detto il dottore che mi devo abituare
a stare male in modo normale
come tutte le altre persone
a stare male in modo normale
come tutti gli altri
e ritornare a vivere

Dicono che per odiare serve litigare
servono parole dette bene
io che mi ritrovo sempre a dire cattiverie
fino a tre non riesco mai a contare
perdo la pazienza come perdo le occasioni
sono treni così, lontani
aspetto ancora un po’
troppe direzioni
possibili

Quanta pioggia ancora cadrà per un po’ di pace
in queste giornate
so che prima o poi passerà
lo ha detto il dottore che mi devo abituare
a stare male in modo normale
come tutte le altre persone
a stare male in modo normale
come tutti gli altri
e ritornare a vivere

Dicono che porto un peso
che per me è un mattone
ma un mattone serve a costruire