«Gli occhi rossi», dice Tananai, indicando prima i suoi e poi i miei. «Sta tutto negli occhi rossi: che bruciano, ma quando ci sono o non stai ancora piangendo o se hai pianto è già passato». Se possiamo scegliere, facciamo che è già passato, gli dico allora io, che già siamo dentro un temporale, piove fitto sulla città e sulle nostre finestre, in questo pomeriggio in cui Alberto ha 30 anni, nella Milano dov’è nato, 30 anni che gli sono arrivati «come un treno, come uno schiaffo», e qualcosa che, tra tutto, ha capito.

Per esempio, guardando fuori, che «siamo come grondaie», e che nelle relazioni «bisogna essere bravi, anche a lasciare andare, per non finire – sfiniti – nel confondere la cura con l’accanimento terapeutico». È un momento molto pieno per lui. Viene dal suo primo tour europeo («il cibo, in giro, che sballo»), è il curatore della Milano Music Week («mi sento un po’ il Pippo Baudo della situazione, io che dirigo e i più giovani che sono il centro della festa»), e il protagonista della nostra notte, “Sleepover” di Cosmopolitan, il 22 e il 23 novembre, al 21 House of Stories Navigli. Mentre è in libreria proprio con Occhi rossi. Se bruciano gli occhi è la felicità, il suo esordio da scrittore. «Occhi rossi è la prima frase che ho scarabocchiato su un foglio, e poi registrato. Succedono, gli occhi rossi, quando sei stanchissimo e ti fanno male, quando ridi piegato in due nello spogliatoio dopo avere giocato con gli amici a calcio, o alla fine di un grandissimo pianto. Sono il sintomo tra la noia e la vita, è lì che stai buttando fuori chi sei».

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Arianna Genghini
Top, Diesel.
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Arianna Genghini
Maglia, Diesel.

I nuovi maschi piangono?

«Forse prima era più raro, ma non sono stato il primo né sarò l’ultimo, così».

Così come?

«Molto insicuro. Vulnerabile. Non credo di avere mai fatto della maschera, della protezione da quello che sento, una bandiera, anzi. Per me le persone sono tanto più interessanti quanto più si lasciano sfogliare e abbassano le difese: diverso da alcuni ma molto simile ad altri, sono uno, lì, in mezzo a tanti».

Che cos’è tossico per te?

«Anche io a tratti lo sono. Sicuramente lo sono stato tempo fa, per me e la mia crescita personale. È stato lì che mi sono fermato e poi sono tornato con CalmoCobra. Ma continuo a esserlo: la ricerca della perfezione, del volersi guardare allo specchio e piacersi in ogni minimo centimetro è malsana. Poi so che non si va avanti solo migliorando le cose in cui si è bravi, ma riconoscendo le cose che ci fa paura riconoscere e ammetterle, ma non è facile».

A che punto sei del processo?

«C’è ancora un bel po’ di lavoro, ma lo sto facendo, è già importante».

Come, se posso?

«Parlando. Aprendomi. Sforzandomi ad attraversare quel che mi accade sotto un’ottica diversa. Togliendomi dal preconcetto che se sta nella mia testa allora è una cosa giusta da fare anche per gli altri. Ascoltando, a proposito, gli altri. Dedicando il tempo giusto alla famiglia, perché sto imparando che non basta dichiarare che la si ama, bisogna averne cura, proprio come lo hai di un progetto artistico, così delle persone che ti stanno a fianco».

È corretto osare che stai dando una gerarchia a quel che conta?

«Procedo ancora molto in freestyle».

Chi ti aiuta?

«La terapia. Ma non tutti sono da psicologo. Non sempre è risolutiva. È chiaro che ognuno deve trovare il proprio modo».

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Arianna Genghini
Camicia, Etro.
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Arianna Genghini
Polo e pantaloni, Antonio Marras. Scarpe, Church’s.
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Arianna Genghini
Total look, Marni.

Com’è la mappa dei tuoi affetti?

«Bella ricca. Sono stato molto fortunato, fino ad adesso».

Tananai, come nome, ha una storia tenerissima.

«È semplice. In dialetto lombardo significa “piccola peste”, “confusione”. Mi chiamava così affettuosamente mio nonno paterno, l’unico che era già venuto a mancare quando tutto è iniziato, l’unico che non sapeva, dunque, cosa avrei fatto, altrimenti avrei rotto le scatole pure a lui come a tutti, facendogli sentire accenni di canzoni, giri che mi girano dentro. Chiamandomi come mi chiamava lui mi è sembrato di portarlo con me, crescendo».

Che bambino sei stato?

«Ricordo un giorno raro in cui i miei genitori mi sono venuti a prendere all’asilo – non venivano mai, perché lavoravano fino a tardissimo mio padre e mia mamma –, con un giocattolino a forma di aereo, in mano. Fu un’immagine talmente piena che da lì presi a raccontare che volevo fare il pilota e mia sorella spaventata a casa: “Ma no, è rischioso”. Ero molto timido. Per niente espansivo. In uno dei primi giorni di materna sembra che le maestre abbiano detto ai miei: “Ma vostro figlio tutto a posto? Non ha parlato con nessuno, è stato tutto il tempo in un angolino a giocare da solo, in silenzio, con un leoncino”. Mi credono solare, ma più spesso, io sono ancora il riflesso di quel bambino lì».

Sulle relazioni che cosa hai imparato?

«Che sono belle, necessarie, ma al capolinea si spengono i motori, e non ci si deve accanire. La cura non deve diventare accanimento terapeutico. Bisogna imparare a riconoscere quando è il momento di prendersi spazi per noi stessi, senza avere paura di non ritrovarle mai più. Il mondo è più imprevedibile e vario di come lo immaginiamo. Non ha senso mettere un lucchetto a chi amiamo, se quanto chiamavamo amore si è trasformato in qualcosa di più dannoso che intenso».

E sulla solitudine?

«Niente, ho imparato. Perché non la conosco per niente. Con questa roba della musica, c’è sempre lei».

Sulla crisi.

«La penso come Rudyard Kipling, che in una poesia sostiene che bisogna imparare a trattare successo e sconfitta come due facce della stessa medaglia, e solo allora potrai definirti uomo».

Sull’amore, torniamoci.

«Adoro i giapponesi, il loro Ojigi, l’inchino. Un piccolo gesto che non li rende i migliori al mondo, ma che è la migliore cosa al mondo da fare per loro; lì sta la differenza».

Hai poche, ultime ore, e lo sai. Cosa fai?

«Scopo».

Tranchant, così, dopo tanta poesia?

«L’unione con l’altro è il godimento assoluto, l’unica vera forma di distaccamento nei confronti del tempo nella dimensione terrena: una forma di eternità».

Torniamo alla legge della grondaia.

«Noi esseri umani le assomigliamo. Quando succede un temporale imprevisto e forte, se funzioni bene, in te tutto confluisce, se no viene giù il mondo. E poi come lei abbiamo sempre bisogno di “gettare fuori”, in qualche modo: che sia un gesto d’amore, un atto creativo, un figlio, un bacio, un piatto cucinato bene».

È tempo?

«Per cosa?».

Per un figlio.

«Mi sono sempre sentito un diciottenne. Quando ho compiuto 30 anni, mi sono arrivati in faccia. Diciamo che sono in quella fase della vita in cui sto iniziando a cercare di diventare un uomo, accolgo quel che verrà con spirito di incoscienza e meraviglia».

Freestyle, anche qui?

«Non faccio programmi. Intanto perché non sono portato. E poi perché da che le ho provate credo che incoscienza e meraviglia siano due sensazioni bellissime, da voler vivere il più possibile per quanto possibile».

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Arianna Genghini
Cappotto e pantalone, Etro. Felpa, Fila.
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Arianna Genghini
Pantalone, Emporio Armani. Polo e maglioncino, Lacoste. Mocassino, Church’s.

Dalle tue canzoni: “Piccoli boati”. Dove li senti, se li senti ancora?

«Resta un titolo bellissimo. E uno di quei brani che non posso togliere dalla scaletta, pena le minacce in direct, rivolte ai concerti».

“Campo minato”.

«Uno dei primi feat della carriera, con Arietina, a Roma. Rifarei tutto».

“Ho fatto un sogno”. Se lo facessi ora?

«Sempre quello: è un inno per l’Inter. A vincere ancora la Champions».

“Abissale”.

«Un pezzo bellissimo, me lo dico da solo. Bellissimo, profondissimo. Forse la prima volta che mi sono fatto vedere da quel lato lì, malinconico, che mi appartiene. Avevo paura, è stato stupendo».

“Sesso occasionale”.

«Hit. “Baby ritorna da me”. Parlava già del contrario. Troviamoci una casa, diceva, non pensiamoci più».

“Storie brevi”. O meglio lunghe?

«Navighiamo a vista».

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Arianna Genghini
Polo, Fila. Pantalone, Armani.

“Tango”. Uno. Quello. Con chi lo balli?

«Con la mamma. Tutta la vita mia mamma».

“Alibi”. Te ne crei?

«Il fatto che cerchi di essere la persona migliore possibile non fa di me un estraneo alle bugie, per quanto bianche. La verità sa qual è?».

Quale?

«Che nessuno, in fondo in fondo, nessuno può pensare di essere un santo».

MAKE-UP E HAIR STYLIST, Maurizio Morreale. ASSISTENTE DIGITAL, Antea Ferrari. ASSISTENTE LUCI, Giuseppe Vitale. ASSISTENTE STYLIST, Ilaria Taccini. PRODUCER, Sofia Ceresero.