L'album di esordio di Nava esce il 14 novembre e si intitola Gabbeh come i tappeti persiani realizzati a mano dalle donne Ghashghai. Così ogni brano è un nodo che racconta, via via, l'identità di Nava. Il suono ipnotico, a tratti martellante, in altri momenti mistico, che ha contraddistinto la produzione di Nava fin dagli esordi nel 2019 e poi con il primo Ep solista, Bloom, nel 2023, e il più recente N130A, per espandersi nel racconto sfaccettato e multiforme di Gabbeh. Qui, l'artista riflette sulla propria identità di donna e artista nata a Teheran e cresciuta a Milano, ma soprattutto affronta la grande paura del tornare a cantare e usare la propria voce come strumento primario. Dopo i problemi di salute avuti in passato, questo album è stato per Nava l'occasione di spingersi oltre vocalmente e liricamente.

In Gabbeh, Nava fa un passo in più verso la profondità dei propri pensieri e racconta la paura di perdere il contatto con le proprie origini, mentre si sente allo stesso tempo coinvolta e troppo distante in ciò che sta accadendo in Iran. C'è la frustrazione di non poter essere fisicamente presente durante le rivendicazioni per i diritti delle donne iraniane e ci sono gli elementi della cultura persiana, uno su tutti, la tessitura. C'è la tristezza per una terra in cui non sa quando e sé potrà tornare, la volontà di non perdere ciò che la lega a quel luogo. Gabbeh, scritto dall’artista in collaborazione con Erio e prodotto da Fabio Lombardi, è un percorso che attraversa nostalgia e trasformazione e noi ce lo siamo fatto raccontare da Nava.

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Nava

Gabbeh si riferisce ai tappeti, perciò qual è la trama di questo progetto?

«I gabbeh sono tappeti fatti a mano dalle donne Ghashghai, uno dei pochi popoli nomadi rimasti, che producono questi tappeti attraverso una serie di nodi. Le trame sono praticamente i loro diari personali, perché attraverso le forme e i colori raccontano la propria vita. Infatti non vedrai mai due creazioni uguali. Il nome del disco in realtà è arrivato alla fine quando, parlando con Claudio Carboni di OYEZ!, ho proprio realizzato 'è come se questo disco fosse il mio gabbeh personale' perché ci ho messo i miei pensieri, le cose che mi davano fastidio. Forse più che creare dei nodi io li ho sciolti, perché vivo la musica un po' come una terapia».

È stato molto diverso lavorare per la prima volta a un disco rispetto a un Ep?

«Questo album doveva essere un Ep [ride, ndr] ma lavorandoci con Fabio Lombardi, prima, ed Erio, poi, le tracce hanno cominciato a passare da 4 a 10 e allora abbiamo capito che doveva essere un progetto più grosso. Per me fare un album non era una cosa leggera o normale, perché è un progetto enorme, secondo me, con delle linee specifiche che lo rendono diverso da un Ep. Tutte le canzoni sono partite con solo voce o solo voce e chitarra e, già dallo scheletro, era molto chiara la direzione dei brani, anche perché è un disco in cui io mi spingo tantissimo anche a livello vocale, è una novità anche per me, per osare e uscire dalla mia comfort zone. Erio è anche vocal coach ed è una persona che, quando canta, sembra stia facendo un featuring con tutti gli angeli del paradiso. Forse ascoltarlo mi ha tirato fuori questa voglia di cantare, mi ha aiutata a superare la paura della mia voce, dell'avere noduli, di rimanere afona. Perciò è stato proprio un percorso liberatorio, ci abbiamo messo due anni e mezzo, ma ci siamo liberati».

In "Fire" parli del movimento Donna Vita Libertà in Iran, in che modo questo movimento ti ha influenzata?

«Quando lo stavamo scrivendo "Fire" stava prendendo forma anche Donna Vita Libertà, per questo dico che Gabbeh è proprio il mio diario, perché ogni canzone ha proprio una data precisa. Nonostante siano passati due anni, "Fire" è un brano molto coerente perché la situazione in Iran è ancora quella: essere una donna è una continua lotta, dal momento in cui esci di casa. Ogni azione delle donne è una forma di ribellione: andare in bici, cantare, adesso è pieno di concerti per strada che sembrano niente, ma in verità farlo in Iran è una forma di resistenza. È importante per me che se ne parli e Loraine James, l'artista con cui ho collaborato per questo pezzo, ha capito subito questa visione. È stato incredibile vedere che anche a qualcuno di non persiano questa tematica toccava così tanto ed era disposta ad accogliere in questo modo la mia intimità».

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"Concrete" comincia con un suono che sembra venire da lontano, cosa racconta di te?

«All'inizio di "Concrete" si sente un piccolo sample vocale dell'ultima volta in cui sono stata in Iran, nel momento in cui stavo facendo dei video nel gran bazar e si sente proprio la voce dell'uomo che sta vendendo qualche verdura. "Concrete" affronta la mia paura più grande che è nata negli ultimi anni in cui sono stata qua non sono riuscita più a tornare, ovvero quella di vedere che, a poco a poco, sto dimenticando come scrivere delle parole specifiche o come pronunciarle. Questa cosa mi faceva avere la paura di perdere un po' me stessa e le mie radici».

In "Digiuno" parli in tre lingue diverse, inglese, persiano e italiano: come mai questa scelta?

«Ho avuto il mio momento LUX [ride, ndr]. "Digiuno" è nata mentre io ed Erio eravamo seduti sul divano e io gli leggevo questo testo in persiano, raccontandoglielo però in inglese, e mentre glielo raccontavo comunque lui mi ha fatto notare che era interessante come giravano le parole, quasi come se fosse una specie di preghiera, ma anche una specie di rituale che ti fa entrare dentro una cosa spirituale. Abbiamo scelto poi di fare questa specie di canto mistico in queste tre lingue, perché ci piaceva l'idea che di questo cerchio, che poi si sente anche a livello sonoro, perché comunque fa tanti giri, ci sono delle esplosioni e poi di nuovo scende, poi abbiamo giocato tantissimo con gli effetti sulla voce per rendere dei vari emozioni che si alternano nel brano».

"Kashan" è l'ultimo brano, con quale riflessione chiudi il disco?

«Questa canzone nasce a casa dei miei genitori dove, in salotto, è appeso questo quadro enorme con donne persiane vestite in abiti tipici. Guardandolo riflettevo sul fatto che l'ultima volta che ho visto delle donne vestite così è stata anche l'ultima volta che sono potuta andare in Iran. E questa cosa mi intristisce molto perché, ad oggi, non so se e quando potrò mai tornarci. Per me è una canzone molto difficile da cantare, perché ogni volta l'emozione prende il sopravvento. Anche perché ha un ritornello gigante in cui bisogna dare tutto vocalmente e, proprio per quello che ti dicevo prima, ho fatto molta fatica a spingermi in quella direzione, era come se anche fisicamente avessi paura di farmi male e non riuscissi. Poi mi sono sbloccata. Tornando al tema della canzone e di Gabbeh in generale, penso sia qualcosa in cui anche persone non persiane si possano immedesimare perché quello di cui parlo è quello che tanti vivono. Tanti hanno dovuto lasciare il posto da cui vengono, senza mai poter tornare».

Ti esibirai al Linecheck Festival al Base di Milano: come sarà Gabbeh dal vivo?

«Sarà un'esperienza il più possibile immersiva, con i molti riferimenti alle mie radici sparsi per tutto il disco, che si trovano anche nella parte visuale, per cui ho lavorato con Matteo Strocchia e Marco Servia, con il contributo di Karol Sudolski. Ci saranno colori molto specifici e accesi, mentre il look si ispirerà al colore della sabbia rossa di questa isola al sud dell'Iran che si chiama Hormoz che è l'unica isola in cui c'è una sabbia rossa proprio rosso fuoco. Sempre per i visual, mia mamma ha rispolverato la collezione di francobolli dei miei nonni. Erano cose di me e della mia terra che volevo far conoscere anche ad altri. Più ci penso più mi convinco che questo è letteralmente il mio gabbeh».

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