La Niña del Sud arriva a Milano in una fredda serata di metà novembre con il suo Furèsta Europe tour tra le mura di un Fabrique totalmente sold-out. Dopo il grande successo delle 5 tappe di Berlino, Bruxelles, Londra, Madrid e Barcellona, l'artista napoletana classe 1991 continua il viaggio con le date italiane che la vedranno passare nella sua Napoli (Palapartenope) il 26 novembre e chiudere all'Atlantico di Roma il 17 dicembre.

Mentre si vocifera di una sua partecipazione a Sanremo che è tutta da verificare, e che eventualmente siamo pronte a sostenere (ricordiamola in una vita precedente all'Ariston insieme a BigMama Sissi e Gaia per la cover di "Lady Marmelade" nel 2024), la ragazza del sud sale inaugura quello che per un'ora e un quarto diventa un viaggio in un'epoca lontana, facendoci dubitare di trovarci a pochi passi dalla tangenziale di Milano in un 2025 che volge al termine.

Quel luogo, del resto, è materialmente inscenato: il palco è in tutto e per tutto la sua foresta, una selva di pochi arbusti ai lati, dove sul fondo drappi bianchi di raso simulano la nebbia della selva oscura. Gli elementi di scena introducono l'atmosfera cupa e potente che l'artista ha scelto per il suo secondo album in studio, Furèsta, e che sul palco esplode in tutta la sua grandezza anche grazie alla bravura degli «animali» che la accompagnano sul palco. Così le chiama lei, le fiere che compongono la sua band e popolano il suo bosco, e che oltre al fedele compagno e produttore Alfredo Maddaluno, vedono in scena Francesca del Duca alle percussioni, Lydia Palumbo, voce e molto altro e Denise Di Maria alla chitarra, cui si aggiungono strumenti della tradizione napoletana come tamburi a cornice, nacchere, clavicembalo, mandolino, percussioni, maracas, batteria e flautino.

Il nuovo progetto musicale de La Niña, infatti, è un ritorno alle origini della sua terra. Carola Moccia, questo il suo nome all'anagrafe, ha prodotto un album cantato esclusivamente in dialetto napoletano, in cui l'estetica gotica si mescola ai pizzi bianchi e neri che la trasformano, di volta in volta, in una santa che parla con gli animali del bosco, vedova in lamento o nella protagonista di un dipinto di Caravaggio. Al Fabrique vediamo tutto questo: La Niña è la protagonista di un'opera d'arte, la sua voce sembra venire da un altro tempo. Mentre canta e potente si muove sul palco, pare che qualche spirito antico cerchi di comunicare attraverso di lei con un'eco primordiale. Come in un atto di stregoneria in cui ci si connette con le anime del passato, la sua voce attraversa secoli e geografie.

Il legame con la musica tradizionale napoletana non è una citazione, ma una vera e propria restituzione. La Niña attinge consapevolmente al patrimonio sonoro popolare campano: non solo nel dialetto, inteso come lingua della verità emotiva, ma anche nella riscoperta di strumentazioni e ritmi ancestrali. L'uso del tamburo a cornice, delle nacchere e del mandolino sul palco del Fabrique non è puramente estetico, ma funzionale a riattivare quella "musica di terra" che affonda le radici nella tarantella, nei canti popolari e nelle nenie, che incontrano le sonorità del Mediterraneo e del Nord Africa (unico feat. dell'album è con Abdullah Miniawy, artista egiziano).

Lo strappo non c'è, quello che mette il pubblico un po' a disagio quando le cose son fatte senza cognizione di causa. Dall'inizio alla fine della performance, La Niña riesce a portare il pubblico nel suo mondo antico. In questo vestito che le calza alla perfezione si muove sicura, rendendo credibile tutto quello che fa e ci insegna che alla fine, forse, la risposta è dentro di noi, il senso di tutto si nasconde nelle nostre origini e nella Storia con la S maiuscola.

Qui i biglietti.