NEW NAME, NEXT HYPE è la nuova rubrica di Cosmopolitan Italia in cui ci mettiamo in gioco e facciamo una scommessa: chi saranno i grandi artisti del futuro? Nomi emergenti da conoscere, voci singolari, talenti innati. Ci piace pensare di ricoprire un nuovo ruolo: quello di talent scout. Vi presentiamo i nostri pupilli, fatene buon uso.
Immaginateveli chiusi in una sessione creativa in un garage, con le loro cinque macchine parcheggiate nel vialetto. Gli amici, passando, notano le auto e si imbucano alla serata per ascoltare quella che sarà la loro musica del futuro. Questa è una delle serate tipo degli Elephant Brain, la band rock nata a Perugia nel 2015 e composta da: Vincenzo Garofalo, Andrea Mancini, Emilio Balducci, Roberto Duca, Giacomo Ricci. A metà tra il cantautorato di Niccolò Fabi, di cui Una somma di piccole cose (2016) è stata grande ispirazione per il gruppo, e il rock americano, con influenze midwest emo, «chitarre e chitarrone» come mi raccontano loro durante la nostra intervista.
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Il loro è un percorso da autodidatti, con il primo Ep omonimo del 2015 che li porta a girare per tutta l'Italia, il disco d'esordio, Niente di speciale, che esce sotto il pessimo tempismo della pandemia da Covid-19 e il secondo disco, Canzoni da odiare, pubblicato a novembre 2022 per Libellula/Believe, seguito da un tour di 40 date sui palchi di tutta Italia. Nel 2025 la band entra nel roster di Woodworm Label e si mette a lavoro su nuova musica. Il risultato è Almeno per ora il terzo album di studio degli Elephant Brain, pubblicato il 10 ottobre. Registrato da Marco Romanelli e prodotto da Jacopo Gigliotti, questo nuovo capitolo segna un’evoluzione importante: un lavoro più maturo, a tratti più cupo.
«Ci sono cose che non cambiano mai: l’amore per la musica, la consapevolezza che scrivere canzoni sia un modo per resistere ed aiutare a resistere, la paura che tutto possa svanire da un momento all’altro e la conseguente gratitudine per tutto ciò che di buono arriva- Questi siamo noi. Almeno per ora» raccontano gli Elephant Brain. Da novembre 2025, la band sarà impegnata nell'Almeno per ora - Club Tour, che li vedrà suonare nei principali club italiani. Ci siamo fatte raccontare il loro percorso dagli inizi a oggi.
Come vi siete formati, come nasce il vostro gruppo?
Vincenzo: «La band nasce nel 2015 da un gruppo di cinque amici che si conoscevano, come tutte le band, dai banchi di scuola. Giacomo, il batterista, ha deciso letteralmente chi doveva fare cosa. Lui suonava la batteria, ha assegnato gli strumenti a tutti: tu suoni la chitarra, tu farai il basso, tu canti, quindi è stato abbastanza formante per tutti noi. Ci ha letteralmente costretto a suonare. E ci ha rovinato la vita per sempre (ride, ndr). E poi da lì abbiamo fatto un EP, abbiamo iniziato a scrivere i primi pezzi in italiano. Ci piaceva il nome Elephant Brain perché all'inizio i suoni erano molto rumorosi e pensanti e ricordavano un po' l'elefante, ma comunque con dei testi che lasciavano spazio al ragionamento. Dall'inizio fino a Canzoni da odiare, ci siamo autoprodotti e questo ci ha sempre aiutato perché ti insegna letteralmente a fare tutto, con la formula do it yourself. Ti insegna a gestirti, a imparare dagli errori, ad arrangiarti, a stampare per la prima volta il cd, grazie alle persone che magari ti fanno un preorder. Per il primo EP e il primo disco letteralmente scrivevamo 20 mail al giorno a tutti i gestori dei locali per dire 'Ci fate suonare?' Lì abbiamo imparato a capire e apprezzare la musica che viene dal basso, a instaurare questo legame viscerale anche con altre band che hanno questo background.»
Quanto è stato importante cominciare facendovi conoscere nella dimensione live?
Andrea: «La dimensione live per noi è stata importantissima, sempre per un discorso di formazione, di conoscenza della musica, di costruzione del legame tra di noi, perché era importante che fosse saldo anche in situazioni difficili, quando magari non c'era nessuno a vederci. Mi ricordo, storia vera, che in una serata a Torino ci siamo esibiti per una persona sola, che era un amico del batterista. Chiaramente in queste situazioni essere una band unita ti salva, ti fa resistere alla tentazione di buttare gli strumenti e chiuderla lì. Poi il live è stato fondamentale anche per costruirci un pubblico, perché la dimensione live per noi è dove riusciamo a essere più noi stessi: in quell'ora e mezzo sopra al palco a sbatterci e a fare più rumore possibile. Un primo vero clic c'è stato post Covid e dopo Niente di speciale, uscito nel 2020.»
Com'è stato il confronto tra l'uscita di Niente di speciale e il pieno della pandemia?
Vincenzo: «Chiaramente far uscire il nostro primo disco il 17 gennaio 2020, avere un tour pianificato e poi vedere cancellato tutto ha avuto un impatto che lì per lì è stato distruttivo, ma che poi in realtà ci ha permesso comunque, nelle varie forme, di raggiungere un pubblico. Quando siamo tornati a poter suonare abbiamo iniziato a notare che ai live c'erano sempre più persone, a incontrarle e rincontrarle davanti al palco, con persone che si facevano anche due ore di macchina per sentirci. È stato veramente qualcosa che ci ha anche un po' responsabilizzato nel continuare a fare musica, nel cercare di farla sempre meglio, nel dare sempre anche quella cosa in più. »
Che evoluzione c’è stata in Almeno per ora rispetto al disco precedente, Canzoni da odiare?
Andrea: «Al centro rimangono sempre le nostre esperienze e le nostre vite che si intrecciano con la sala prove, con far parte di questo progetto. Di base è l'unico aspetto su cui ci sentiamo di poter essere sinceri nelle canzoni che scriviamo, perché è quello che viviamo e le esperienze che facciamo e abbiamo fatto negli ultimi due anni. Rispetto a Canzoni da odiare è un disco più cupo, anche per la presenza costante delle chitarre, ed è stato per noi un modo per capire a che punto della nostra musica siamo ora.»
Nell’album affrontate il tema del tempo e del diventare adulti, come?
Vincenzo: «Parliamo di quanto ci faccia paura il futuro e di quanto sembri precario questo equilibrio in cui, comunque, continuiamo a proporre canzoni, ma le nostre vite non possono basarsi sul fare arte. Abbiamo dei lavori per pagarci l'affitto e continuiamo a suonare e questo, in un certo senso, ci fa sentire fragili. Un concetto che si lega a questo è quello del tempo, che cerchiamo di vivere rimanendo concentrati sul qui e ora. In "Impareremo a Perdere" parliamo dei traumi passati, di come ci influenzano ora e di come possiamo elaborarli per concentrarci sul presente e aprirci le porte di un futuro, 'che ancora spaventa ma che magari fa meno paura', per citare una parte della canzone.»
Come avete condensato le sensazioni e i gusti di 5 artisti differenti in questo disco?
Vincenzo: «È sempre difficile conciliare 5 teste diverse. Diciamo che tutto parte sempre da qualcosa principalmente scritto da Andrea o da Emilio, dove però io, dovendolo cantare, cerco sempre di farlo mio, perché se canto una cosa che non sento mia risulta poco credibile, quindi mi prendo il tempo per metabolizzarlo. Soprattutto su questo disco abbiamo provato a trovare tutti insieme, dalle linee vocali, alle linee melodiche, i riff, le strumentali. Poi, certo, ci sono dei pezzi che sono nati così chitarra e voce subito col testo, altri che sono nati quasi per caso. "Solo un'altra domenica" è nata il Primo Maggio, quando ci siamo trovati nel giardino di Giacomo con delle birre scadute e così, suonando e bevendo, abbiamo composto lentamente il brano. Altre ovviamente hanno avuto una gestazione più difficile, perché non riuscivamo in nessun modo a trovare delle vie d'uscita, allora ci abbiamo lavorato in studio, facendoci aiutare da Marco Romanelli che ha registrato e ha curato i suoni insieme a Jacopo Gigliotti, che ha prodotto un po' tutto. Diciamo che non abbiamo ancora trovato la nostra formula magica e che andiamo sempre un po' a ispirazione. Giacomo dice che la musica è nell'aria, per cui devi sempre farti trovare pronto. E a me piace tanto questa frase, penso ci rappresenti.»
È in partenza l'Almeno per ora - Club Tour: come sarà il vostro live?
Andrea: «Salteremo come i matti, ci saranno amplificatori sul palco che suoneranno il più forte possibile e quindi dovremmo arrivare fisicamente preparati. La scaletta avrà dentro tutti quelli che sono stati anche i dischi precedenti e questo, in un certo senso, può essere considerato un momento di svolta, perché adesso abbiamo un po' di canzoni tra cui scegliere per ampliare un po' il repertorio. Di tanti pezzi siamo molto contenti perché ci carica suonarli e pare che funzionino. E poi... ancora non abbiamo litigato sui pezzi da inserire in scaletta e questa è una cosa strana, però al momento ci siamo trovati tutti d'accordo ed è già un buon segnale.»












