Eleonora Antognini, per tutti Ele A, ha il flow più bello che c'è, per me, fin dal suo concerto a La Prima Estate nel 2023, quando lei stessa si stupiva di chi cantava le sue canzoni sotto palco. «Che cute, era un botto di tempo fa», dice quando ci ripensiamo. Oggi, a due anni di distanza dalla cover digitale, ci incontriamo per la pubblicazione di Pixel, il suo primo album in studio: tredici tracce, cinque featuring e sei artisti (Gué, Gaia, Promessa, Sayf, Colapesce, NeS) che l'accompagnano in questo progetto scritto di getto e prodotto in un primo momento con un app per iPhone (tipo Ableton) che poi Disse ha rivisto in studio con lei, perfezionando il tutto. Rapper svizzera classe 2002, Ele A è uno dei nomi più forti della nuova scena italiana e con questo disco lo dimostra: un pixel alla volta, sulle basi vecchia scuola prende forma il suo immaginario nostalgico fatto di vecchi ricordi, ma anche di nuove prospettive femminili. E di gattini.

Descrivi Pixel in una frase.

«Tanti piccoli tasselli che formano un’immagine, in una scala di nitidezza: la nostalgia la vedo “sfocata, bassa risoluzione”, i pezzi più energici sono in HD».

Dopo Globo e Acqua arriva Pixel. C'è un filo che lega i tre progetti?

«Sì, c’è. La differenza rispetto agli Ep è che questo non ha un concept unico sotto cui rientrano precisamente tutte le canzoni: per dire, che c’entra “Dente di leone” con “Pixel”? Però nella mia testa ha senso: sono piccole parti di un tutto. I denti di leone, per esempio, per me hanno una vibe nostalgica fortissima; ho portato nell’album tanta estetica 2000–2010 e Dente di leone, per restare su questa traccia, mi ricorda tantissimo uno di quegli sfondi del Samsung che aveva quel fiore. Tutte le tracce rientrano in questa vibe».

È una nostalgia dell’infanzia o dell’adolescenza?

«L’adolescenza l’ho felicemente salutata e non voglio riviverla. Dell’infanzia sono nostalgica: sono cresciuta nella natura, in un posto stupendo, e quella dimensione mi è mancata. Sono una persona nostalgica che tende a idealizzare momenti che all’epoca erano “niente di che”. Forse lo facciamo perché quel momento, cristallizzato nel tempo, non può più essere rovinato: è lì, perfetto, anche se forse un po' finto».

Nei lavori passati cristallizzavi l'infanzia e il senso di casa; qui parli molto del presente e del lavoro. Com’è stato il passaggio e come ti trovi nel mondo della musica?

«Sono cresciuta (spero). Sono stata tanto fuori casa, ho visto posti, conosciuto persone: venendo da un paesino è stato da zero a cento. Venire in città all’inizio è stato una hit: sognavo l’indipendenza, vivere da sola, la mia casa. Milano però non mi ha dato grandi soddisfazioni creative: qui il lavoro va a gonfie vele, ma la parte creativa a volte manca. Non mi ci ritrovavo e sono tornata a casa. Adesso però sento fortissimo il bisogno di andarmene: vorrei lasciare Svizzera e Italia, magari Parigi… ma cosa andrei a fare? È strano: per lavoro non posso andarmene dall'Italia».

E i legami “di casa”? Nel disco parli degli amici “di prima”.

«Sono molto selettiva: senza fiducia reciproca non si costruisce niente. Meglio tre amici veri che dieci con cui non puoi confidarti. Le mie amiche storiche mi hanno visto in tutte le fasi (anche quando ero insopportabile e sfigata). Non facevo ancora musica: ho iniziato tardi. Loro mi hanno voluto bene sempre: mi fido. Sono sincere: se un pezzo non gira me lo dicono ed è preziosissimo. Sono venute a tutti i live possibili: al primo assoluto, a Lugano in uno scantinato c’erano letteralmente solo loro cinque».

Accetti con la stessa serenità anche le critiche dagli sconosciuti?

«Va separato il commento dalla persona che lo fa. Un commento negativo non equivale al non-valore di una persona. Non accettare mai consigli da chi non stimi: perché qualcuno con una vita che non vuoi dovrebbe dirti come vivere la tua? Gli insulti non mi sfiorano: cioè, non mi piacciono, ovvio, ma è impossibile piacere a tutti. Le critiche argomentate invece sono benvenute: se mi scrivi in DM “non mi è piaciuto perché…”, io ti ringrazio. Da alcune critiche ho capito dove sbagliavo. Lo sfogo d’odio gratuito, invece, non è costruttivo per nessuno e non voglio dedicarci energie».

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Courtesy Ufficio Stampa

Anche perché poi i mostri sacri del rap vogliono featuring con te, quindi... Che effetto fa?

«Sono onorata e sorpresa: non mi aspettavo che gente come Fibra accettasse di fare con me una cosa così importante. Conosco i loro standard: esserci, raggiungere quella soglia, per me è enorme».

Gué, Gaia, Sayf, Promessa. Come e perché hai scelto proprio questi artisti per i feat del tuo album?

«Non c’era un concept: ho fatto i pezzi e poi ho pensato agli ospiti. È stato tutto molto spontaneo. Prendo ad esempio "Con le mie G": ero in studio con Skinny, sentiamo un beat, mi viene subito in mente Gué, registro il ritornello, la prima strofa non mi convince, la cancello; ma quel “G-U-E” era scritto. “Dobbiamo chiamarlo”, ci siamo detti e così abbiamo fatto. Con gli altri uguale: con Promessa volevamo già fare una cosa tutti insieme perché ci troviamo bene anche umanamente. Con Gaia avevo il pezzo e ho pensato “ci vuole una voce femminile nel ritornello”: è venuta in mente lei. Tutto in ascolto».

Sei una giovane donna che fa rap: pro o contro nell’industria?

«Per me è un pro: il punto di vista femminile è fondamentale e meno raccontato; ci sono più argomenti e angolazioni. A livello pratico ha pro e contro: è ovvio che, se fossi stata uomo, forse non sarei stata notata così in fretta, come “il primo rapper bianco”: funziona così. Dall’altra, essere donna significa spesso non essere presa sul serio e affrontare stereotipi. A volte ti chiamano perché “sei una ragazza”. Dipende dai contesti. In generale lo vivo come forza: servono più figure femminili, ma se ne parliamo ancora vuol dire che la situazione non è ottimale».

Quale “sguardo femminile” porti in musica?

«Abbiamo una sensibilità diversa e viviamo diversamente certe cose. Penso a Madame: per me è stato importante quando ha pubblicato "17" dove parlava in modo diretto del sentirsi male nel proprio corpo per colpa di sguardi esterni. Alle donne è richiesto di rientrare in canoni inesistenti; lo capisci prestissimo. Come io ho capito cose ascoltando rap maschile, spero valga anche al contrario».

Hai prodotto anche un brano in questo nuovo album, "Atlantide". Che esperienza è stata?

«Quel pezzo è piano-voce: ho suonato il piano e ho chiesto a mio fratello (che è 2006) di registrare il violino. Non ho messo drums. In generale le produttrici sono pochissime e la prospettiva cambia: è interessante. Io non so davvero produrre: butto idee su un app per telefono, campiono, creo bozze; poi in studio con Disse, che usa Ableton, apriamo il progetto e sistemiamo. Non so mixare, ma guardandolo lavorare sto imparando. Vorrei mettermi più in gioco».

È il brano del disco a cui sei più legata?

«Sì, indubbiamente, ma anche "Per te": è nato spontaneo, quasi freestyle. Quando esce così, lo senti più tuo: non cancelli, non editi troppo; “doveva essere così”. Non succede sempre: è magia rara».

Artisti/immaginari che ti hanno ispirata per questo album?

«Sempre e comunque Mac Miller. Mi affascina la sua onestà e la trasformazione continua: ha fatto ciò che voleva, spesso producendo da sé, mettendoci il cuore e parlando apertamente di dipendenze in Faces. Vorrei raggiungere quel livello di sincerità. Ogni suo progetto ha identità netta; in pochissimo tempo ha toccato emozioni diverse con coerenza».

Nel disco ci sono più tracce legate all'amore: perché ora?

«Scelte spontanee: non vado in studio dicendo “oggi parlo di…”. Scrivo quando ne sento l’esigenza (scrivo forse meno di altri perché non so farlo a comando). Qui i pezzi “love” sono nati da momenti casuali in cui avevo voglia di dire una cosa. L’album, a differenza degli EP più “concept” e ristretti, mi ha dato libertà per sfaccettature diverse».

È più facile scrivere di cose che ti succedono?

«È strano perché non riesco mai a parlare delle mie cose, ma chi ascolta attentamente capisce che persona sono. Quando trasformi un pensiero in canzone, resta lì per sempre, a disposizione di tutti quindi mi fa paura raccontare i ca**i miei. E poi ci sono temi che affronti quando te la senti».

Un tema urgente di cui parlare adesso?

«Non ho ancora pensato al prossimo disco: ho chiuso l’album e mi sono presa settimane di stacco (anche se produco sul telefono e ho già scritto 5–6 brani). Quello che mi turba di più oggi è la mancanza di empatia amplificata dai social: la necessità di sminuire gli altri per sentirsi meglio. Se fossimo un po’ più fratelli, sarebbe un mondo migliore. Faccio fatica a concentrarmi sui miei “mini sbattimenti” mentre vedo le guerre nel mondo: vorrei trovare le parole giuste per parlare di queste cose, non farlo per dovere».

Posso dirti una cosa? Mi ha fatto ridere quando dici "Le persone hanno secondi fini, preferisco avere dei gattini".

«Amo i gatti: sono una grande fonte d’ispirazione e mi tranquillizzano. Vorrei essere come loro: non gliene frega niente, ottengono quello che vogliono, sono carini e poco permalosi».

Le date del tour di Ele A

Le date europee

Prima di tornare in Italia, Ele A porterà la sua musica in Europa con l’EUROPEAN TOUR 2025, che la vedràprotagonista sui palchi delle principali città europee:

07.11 – ZURICH (CH) – Exil

11.11 – LONDON (UK) – 93 Feet East

12.11 – BARCELONA (ES) – Laut

13.11 – PARIS (FR) – FGO Barbara

14.11 – BRUXELLES (BE) – Fifty Lab Festival

20.11 – BERLIN (DE) – Kantine am Berghain

28.11 – BERN (CH) Dachstock

05.12 – MONTHEY (CH) – Pont Rouge

Le date italiane

02 MARZO 2026 - MILANO @ ALCATRAZ

06 MARZO 2026 - BOLOGNA @ ESTRAGON

07 MARZO 2026 - RONCADE (TV) @ NEW AGE

11 MARZO 2026 - ROMA @ LARGO VENUE

12 MARZO 2026 - FIRENZE @ VIPER THEATRE