Dieci anni fa un ragazzo di Hull saliva tremante sul palco di Britain’s Got Talent e, con una versione di “Dancing On My Own”, trasformava un’audizione in un momento di pura verità. Quella voce — fragile e potente — gli valse il Golden Buzzer da Simon Cowell e aprì la strada a un percorso artistico costruito sull’onestà, la vulnerabilità e l’amore. Quel ragazzo era Calum Scott, oggi artista multiplatino, con miliardi di stream e fan in ogni parte del mondo. Negli anni, nella sua musica, ha portato tutto se stesso, dopo “Only Human” (2018) e “Bridges” (2022) torna con il suo terzo disco, “Avenoir”, in uscita il 10 ottobre. Un titolo che ha bisogno di una spiegazione, un contenuto che, invece, è molto immediato. Ci sono i ricordi, ma c’è anche tanto futuro. Scrive partendo da un luogo di onestà, Calum Scott, la sua cifra stilistica per rimanere autentico, come quel ragazzo di 26 anni che arrivava per la prima volta in tv con il suo talento. Lui non lo ha mai definito “coraggio”, il suo mostrarsi con verità, più una necessità per sé. Questo lo racconta qualche giorno prima dell’uscita dell’album, lui dalla sua casa in Inghilterra, noi in un’Italia arrabbiata. «Parto con il tour e spero davvero di portare un po’ di amore nel mondo», dice con la calma gentile che lo contraddistingue. Un messaggio che condividerà dal vivo con in suo tour, anche in Italia il 21 ottobre al Fabrique di Milano (biglietti su vivoconcerti.com).

Tra pochi giorni uscirà il tuo nuovo album e partirai per un tour intorno al mondo, sarai in giro per l’Europa, Sud Africa, Asia, America, fino a maggio. Come ti stai godendo questi giorni prima di partire?

«È sempre un po’ spaventoso prima di un tour, c’è una grande responsabilità che ricade su di me e sulla band nel mettere in scena uno spettacolo straordinario, quindi bisogna scegliere le canzoni giuste e pensare a come strutturare tutto. Non voglio che le persone comprino un biglietto solo per sentirmi cantare qualche canzone, voglio che sia uno spettacolo, voglio che ci sia una storia. Il tour è la parte che preferisco di questo lavoro: posso cantare davanti alle persone e vedere in tempo reale quanto la mia musica significhi per loro, tutto questo è un privilegio. Stare lì e vedere le persone ascoltare canzoni come "You Are the Reason", "Biblical" o "Flaws", canzoni che significano davvero qualcosa per qualcuno, è magico. Sono in una fase della vita in cui davvero mi sento una persona fortunata: partirò per un tour che toccherà il mondo, è una cosa enorme per me».

Nei tuoi album precedenti hai racchiuso parti di te nelle tue canzoni, affrontando temi molto intimi e profondi che creano emozioni condivise con molti. Immagino che i tuoi brani abbiano anche aiutato le persone che ti ascoltano.

«La cosa più bella è quando qualcuno si avvicina e dice: “La tua musica mi ha salvato la vita” oppure “Abbiamo usato la tua canzone per entrare in chiesa il giorno del nostro matrimonio”. Chi mi segue condivide con me anche i momenti più difficili che hanno attraversato; di recente una persona mi ha scritto su TikTok raccontando di perso la madre da poco e di aver usato “You Are the Reason” al funerale. È quando sento cose del genere che capisco che le canzoni hanno trovato un posto nel cuore di qualcuno».

Avenoir è il tuo nuovo album, cosa significa questa parola?

«Un giorno scorrendo su Instagram ho trovato questo termine, Avenoir. Non l’avevo mai sentito prima, così ho approfondito: si tratta di una parola recente, inventata da un certo John Koenig. La sua interpretazione di “Avenoir” è che noi procediamo nella vita come un remo che avanza: andiamo sempre avanti, ma possiamo vedere la nostra vita solo all’indietro, possiamo vedere solo i ricordi del passato».

In questo terzo album c'è quindi tanta memoria, ma anche molto futuro. Nel brano che si intitola "Mad" parli del desiderio di diventare papà. Come ti fa sentire il fatto di rendere pubblici temi così intimi?

«È un sogno che ho da molto tempo. Non ho mai avuto una figura paterna al mio fianco, mio padre se n’è andato che avevo due anni. Questo mio vissuto e il fatto di sentire di avere tanto amore da dare ha fatto nascere in me il desiderio di dare tutto ciò che sento a un figlio. Penso a "Mad" come a una poesia per il mio futuro bambino, un modo per dirgli che lo amerò follemente, lo amerò alla follia, ed è una dichiarazione d’amore davvero speciale. Non ne avevo mai parlato prima, ma grazie alla mia musica ho potuto raccontarlo toccando anche il tema della maternità surrogata. Non ci sarà mai un tempo perfetto per avere un bambino, non so quando accadrà, ma credo che dovrò semplicemente lasciarmi guidare dal flusso e, quando troverò il momento giusto per iniziare questo percorso, succederà».

Il 21 ottobre ti esibirai anche in Italia, sarai a Milano al Fabrique, sei contento di tornare?

«L’Italia per me rappresenta l’amore. Purtroppo non ho mai passato troppo tempo qui, l'ultima volta mi sono esibito ai Magazzini Generali, ma la prossima settimana arriverò con mia mamma, che mi segue nel tour, e sarà bellissimo esplorare questo paese, e il mondo, insieme a lei. Vorrei avere tempo per visitare anche Roma e Venezia. Mi piacerebbe molto».

Con "God Knows" hai anticipato l’uscita di questo tuo lavoro in studio, e intanto hai anche pubblicato un immaginario duetto con Whitney Houston con la sua "I Wanna Dance With Somebody". Hai un ricordo particolare legato a questo grande classico?

«Ascoltavo Whitney in continuazione, era una delle artiste preferite di mia madre. Sulla strada per la scuola, durante le vacanze, o quando ero dai miei nonni, mia madre metteva sempre la sua musica preferita. Nella sua playlist c’erano Celine Dion, Cher, Shirley Bassey, Tina Turner, Whitney Houston… È stata una delle cose più surreali che abbia mai fatto nella mia carriera: poter cantare con quella voce e avere la benedizione della famiglia Houston - del fratello, della cognata - è davvero difficile da credere, ne sono onorato».

Sei sempre stato onesto con il tuo pubblico, oggi sembri radioso, felice, pronto ad affrontare mesi davvero intensi con il tour, sembra tu abbia imparato ad amarti davvero, è così?

«C’è stato un periodo in cui avevo davvero una bassa autostima, e i miei problemi emergevano. La mia identità, la fiducia in me stesso... Poi ho sviluppato questo disturbo dismorfico del corpo, arrivando addirittura a odiare il mio aspetto. In passato ho criticato molto me stesso, oggi sono più felice che mai: mi sento bene con me stesso, mi sento bene nella mia vita personale e professionale. Ora con la pubblicazione del terzo album capisco che sono qui, nella musica, per restarci e questo mi rende felice. Tutto questo mi spinge a voler amare ancora di più, a continuare a scrivere canzoni, a girare il mondo. Posso dirlo, sì: finalmente credo in me stesso, ed è una sensazione bellissima».