È uno dei fenomeni italiani degli ultimi anni, continua a macinare sold-out e visualizzazioni da capogiro su Instagram e TikTok. Con Olly, nome d'arte di Federico Olivieri, vincitore di Sanremo 2025, la musica italiana ha preso tutta un'altra piega: i suoi versi vengono condivisi da milioni di utenti («ma non è una formula»), i suoi brani sono un vero trend, ippodromi e palazzetti si riempiono in un attimo. Serviva lui per far sì che il Ferraris di Genova tornasse a ospitare concerti dopo vent'anni.

Olly è un fenomeno, che piaccia o no, ritratto di una generazione che si rispecchia nei brani della spensieratezza da cantare con gli amici in macchina, come ci aveva raccontato nell'intervista di cover pubblicata poco prima del suo Sanremo. Avevamo scommesso sulla sua vittoria e non ci sbagliavamo, come dimostra il suo Tutta vita tour completamente sold-out, (compresa la terza data al Ferraris di Genova) e dalle due nuove date a Roma (30 giugno, Rock in Roma) e alla Reggia di Caserta (3 luglio). E anche se da quel giorno non ha mai rilasciato altre dichiarazioni ufficiali, Olly è rimasto al centro della scena con i suoi successi, fino alla conferenza stampa di pochi giorni fa.

Lo abbiamo abbiamo incontrato in occasione di Tutta vita (SEMPRE), la nuova edizione dell’album certificato quattro volte disco di platino Tutta vita (Epic Records/Sony Music Italy) prodotto da Juli e uscito il 26 settembre. Oltre ai brani "Questa domenica", "Depresso fortunato" e "Balorda Nostalgia" (portato sul palco dell'Ariston), la tracklist si arricchisce degli inediti "Così così", "Il brivido della vita", "Come noi non c’è nessuno", "Occhi color mare" e "Buon trasloco", che racchiudono la vita vissuta in questi mesi di successi e di crescita personale per Federico.

Durante l'intervista ci ha raccontato del suo rapporto con la fama e il successo, di come «un video sui social possa trasformare la percezione di un momento», e soprattutto del fatto che in fondo, nonostante tutto, Olly sia «un ragazzo normale», che preferisce assumersi «i rischi di essere chiacchierato continuando a essere lo stesso di sempre, piuttosto che rinunciare a vivere».


Partiamo da "Il brivido della vita". Ci racconti questo brano?

«Sentivo l'esigenza di dire: "sapete cosa, alla mia età c’è anche voglia di essere un po’ un coglione ogni tanto", con la libertà di sentirsi deficienti, di trovare l’emozione nelle piccole cose. Questa canzone per me è da abbraccio, da carovana, tanto che in Sardegna è diventata l’inno della nostra vacanza. Abbiamo aggiunto anche una corda nuova, messa a caso, che però ci stava benissimo. La canzone parla soprattutto del bisogno di sentirmi vivo».

Da dove nasce questa esigenza? È il frutto di un percorso?

«Sì. Intanto sono contento che parole come vivo e vita siano ricorrenti nell’album. L’esigenza di sentirmi vivo non significa solo "sballo" o "rischio", ma anche scrivere su un marciapiede, ballare nudo in casa, seguire il vento. Sono cose semplici che non faccio mai, perché tendo a proteggermi. Con questo album ho cercato di lasciarmi andare di più, anche grazie a Juli. È un continuo cercare di bilanciare protezione e libertà, anche se vivere la mia quotidianità da personaggio pubblico a volte significa dovermi assumere dei rischi. Però preferisco rischiare e vivere davvero, anche se poi posso essere chiacchierato».

Di quale limite parli?

«Il limite personale. Cerco di non farmi male, ma la mia condizione di ragazzo di 24 anni, molto famoso - non lo dico per vantarmi ma perché è un dato di fatto -comporta già vivere con delle premure. A volte evito delle cose per proteggermi, ma la mia battaglia è riuscire a viverle comunque. Per esempio, voglio andare al bar come tutti, anche se non è più la stessa esperienza. Mi piace riscoprire la bellezza di parlare con le persone invece di fermarmi solo a una foto. Ricordarmi che sono una persona normale è fondamentale».

Preferisco assumermi i rischi di essere chiacchierato per cose normali piuttosto che rinunciare a vivere

Hai detto che questa canzone è diventata l’inno delle tue vacanze in Sardegna con gli amici. Ci racconti qualche aneddoto?

«Tutti mi dicevano che ero pazzo a fare le vacanze in Sardegna. In effetti a volte era complicato muovermi senza rotture, ma a un certo punto abbiamo deciso di stare in barca, in mezzo al mare, nel nulla. Ci mettevamo le canzoni al tramonto e cantavamo. È stata un’esperienza bellissima. Certo, ci sono rischi: oggi basta un video su un telefono per cambiare la percezione di un momento. Ma io ho una compagnia che mi protegge e sono orgoglioso di loro. Preferisco assumermi i rischi di essere chiacchierato per cose normali piuttosto che rinunciare a vivere».

Oggi basta un video su un telefono per cambiare la percezione di un momento

Quando componi con Juli, quanto pensate già a fare brani da cantare in macchina, o da concerto, e quanto invece è solo il vostro modo naturale di scrivere?

«Non è mai costruito, ma dopo anni, l’orecchio sa riconoscere se una cosa è cantabile. Io scrivo cose che se riesco a cantarle io, possono essere cantate da tutti. Non cerco più cose complicate, mi interessa fare brani che arrivino diretti. Cantare insieme è spontaneo: noi ci gasiamo, gli altri pure e nasce quella magia. Non è mai per vendere dischi, ma per comunicare in modo semplice. Non c’è una formula, anche se a volte mi rendo conto che mi ripeto. Non cerco slogan, magari nel ritornello c’è il 20% di ricerca della semplicità, ma mai per vendere dischi. La volontà è dire le cose in modo semplice. Poi, probabilmente, questa semplicità diventa anche una formula che funziona, ma l’intenzione non è commerciale: è solo comunicare in modo diretto».

Volevi allontanarti dall’immagine del ragazzo della porta accanto?

«Sì. Con i nuovi brani volevo far capire che non sono perfetto: non sono né il bravo ragazzo laureato né lo stronzo maleducato. Sono normale, nel mezzo. La musica è la cosa più mia e la condivido senza paura, ma so che poi quello che racconto diventa anche degli altri. Io ho la responsabilità per ciò che dico, non per ciò che capiscono gli altri. Come diceva Troisi».

Di "Così Così", che racconta di come rispondi alle critiche, cosa ci dici?

«L'abbiamo iniziata e poi interrotta: in mezzo c’era il concerto in Duomo di Radio Italia. Dopo siamo andati in studio a chiuderla. Era un periodo di fuoco. Voglio essere onesto: io, come Federico, non me la vivo tutti i giorni in quel modo. Ci sono stati momenti in cui critiche, messaggi e minacce di morte mi hanno preso male. Ma in quei casi salgo sul palco, divento Olly, e me ne faccio carico».

Io ho la responsabilità per ciò che dico, non per ciò che capiscono gli altri

Qual è la critica che ti ha colpito di più?

«Sono sempre le solite: "miracolato", "raccomandato", "ammazzati". Dopo Sanremo quella che mi ha pesato di più è stata l’idea che fosse tutto costruito, che avessi vinto perché i poteri forti lo volevano. Ho capito tante cose: come funziona l’informazione, quanto è manipolabile la gente. All’inizio ci ho sofferto: leggevo i commenti e stavo male, ma allo stesso tempo i biglietti si vendevano e la gente voleva venire ai concerti. Dopo un mese ho iniziato a capire: ho esorcizzato la cosa scrivendo questa canzone. Ho letto tutti i commenti proprio per sfogarmi e ne sono uscito più sereno. I media più seri non hanno mai dato peso a quelle accuse, ma la parte più stupida sì. Essendo sempre stato lontano dal mondo televisivo, vincere Sanremo mi ha portato addosso anche il resto. Oggi sono più distaccato: vivo la vita così com’è, con le critiche, ma vado avanti».

Quindi non ti sei mai chiuso al confronto?

«No. Io penso che il confronto non vada mai negato e non ce l’ho con una categoria in particolare. Se Striscia la Notizia mi chiamasse non ci andrei, ma se mi invitate a parlare di musica sì, perché è quello che conta per me. Anche quando sono stato accusato di omofobia, so bene di non esserlo mai stato. Ho avuto un confronto, è servito, e poi sono andato avanti sereno. Non posso impedire che qualcuno mi attacchi, ma posso chiarire chi sono e poi vivere la mia vita».

La canzone si intitola "Così così" proprio per questo?

«Esatto. Il ritornello parla di come vivo io: così così. Perché non è facile dire “sto bene” sempre. Ci sono anche i momenti così così, ma lì entrano in gioco i miei amici e la gente con cui lavoro. Oggi mi sento protetto, in una botte di ferro, ma voglio sempre metterci la faccia: se ho qualcosa da dire lo dico io, altrimenti c’è la musica».

Quanto il pubblico e i fan influenzano la tua scrittura?

«Tanto. Penso a "Come noi non c’è nessuno": l’abbiamo scritta acustica, solo io e Juli, e subito la gente si è affezionata. Poi è arrivata Angelina e la canzone ha avuto un’altra vita. All’Ippodromo quando Angelina è salita sul palco è stato un momento folle. Per me racconta uno spaccato maschile di una storia che aveva anche un punto di vista femminile. Io spesso scappo, riconosco che le donne hanno più forza di noi uomini. Senza di voi saremmo fottuti. Una donna nella vita è importantissima, ed è il mio cruccio più grande: non riesco mai a guardare davvero dal loro punto di vista. Sono esigente con me stesso, e questo tema lo sto affrontando anche in psicanalisi, sto cercando di capirlo. Vorrei, un giorno, riuscire a colmare questa distanza».

Come hai vissuto il prima e il dopo dell’Ippodromo?

«Ho passato agosto ultra concentrato, mi allenavo al parco, boxavo contro gli alberi. Preparazione vocale, attenzione al fumo, ero carico. All’Ippodromo è successo tutto quello che speravo: che non piovesse prima, ma durante. E infatti ha piovuto alla fine, sulle ultime due canzoni, ed è stato magico perché abbiamo unito 80.000 persone in due giorni, da bambini ai nonni. Questa è la vittoria più grande dell’anno».

E adesso i palazzetti?

«Sarà un’altra dimensione. Ho già suonato come ospite con Emma e mi è servito molto. All’inizio temevo fosse un passo difficile dopo l’Ippodromo, ma in realtà ci ha dato consapevolezza: possiamo farlo. I palazzetti avranno una verticalità nuova, la gente seduta che spero si alzi in piedi. Poi ci sarà lo Stadio di Genova: la mia città, lo stadio che riapre ai concerti dopo vent’anni. È una sfida, ma anche un orgoglio enorme. Io ho bisogno di procedere step by step e Genova è la chiusura perfetta di due anni folli. Ora la gara è a chi fa gli stadi, perché fa status. Io ho capito che devo fare le cose per step».

E la scaletta?

«Cambierà. Finalmente abbiamo il lusso di scegliere cosa togliere. Alcune canzoni le faccio da tre anni sempre nello stesso modo e ho voglia di rinnovarle. Non ci saranno grandi aggiunte extra musicali: voglio che la musica resti al centro. Io sul palco mi sento nudo, pazzo come da bambino, non serve altro».

Ti rivedremo mai nel rap?

«L’approccio alla scrittura è quello, ma ora non ho brani rap né collaborazioni. Amo il genere, ma ho capito che c’è chi lo fa meglio di me, anche grazie a Juli che me lo ha fatto capire (ridono, ndr). Io riesco a esprimermi meglio con il pop, anche per la mia voce e la mia "r" moscia , che nel rap rischia di diventare cacofonica».

Che effetto ti fa riaprire lo stadio Ferraris dopo Vasco?

«È incredibile. Sembra un episodio del film della mia vita: l’ultimo a suonare lì è stato Vasco. Ma prima di questo c’è una lista di motivi che rendono Genova speciale per me. È casa mia, e i miei coetanei non hanno mai visto un concerto lì. Sarà un evento importantissimo. E spero apra la strada ad altri artisti in futuro».

Parlaci di "Buon trasloco", il brano forse più intimo del disco.

«È la canzone a cui sono più legato. Racconta la storia del papà di Juli, mancato proprio quando usciva il disco. Lui non ne ha mai parlato molto, ma io sentivo che in un album sulla vita mancasse il tema della morte. Ho pesato ogni parola e chiesto a Juli il permesso per ogni frase. È una lettera aperta a una persona lontana, per dire che la morte è solo un altro livello della vita. Per noi c’è anche la fisarmonica suonata da suo padre: un dettaglio che porta con sé tutto l’iceberg invisibile di significati che solo noi conosciamo. E questo arriva nella canzone, anche se non viene detto esplicitamente».

E "Occhi di mare", che parte da un sample di "Neve al sole" di Pino Daniele?

«È nata per caso: abbiamo sentito la canzone in radio due anni fa e ci siamo accorti che non la conoscevamo. Allora abbiamo pensato che molti ascoltatori forse non la conoscevano. Non volevamo collaborazioni nel disco, e questa non è stata un’operazione discografica ma un omaggio. È il pezzo più leggero e pop dell’album, porta respiro e divertimento in un live intenso».