Mirko non ha più voglia di piacere a tutti. Superati i trent'anni, l'artista di Calvairate ha allontanato da sé il superfluo per andare all'origine delle cose. Lo ha dimostrato con decrescendo., il suo quarto album in studio, pubblicato dopo Sanremo, seguito poi dalla collaborazione con Marco Mengoni e Sayf per il singolo "Sto bene al mare", e dalla scelta poco canonica per un rapper di realizzare il suo primo tour nei teatri (con doppia data milanese).

Lo abbiamo incontrato proprio agli Arcimboldi, a un mese dal suo debutto, dove tra i camerini e le quinte del palco ci ha raccontato di un'operazione che va «in direzione ostinata e contraria», per usare le parole di Fabrizio De André, lontano dalla propria zona di comfort e da quella dei suoi fan, che gli dicono che non sanno mai cosa aspettarsi dal suo prossimo lavoro.

I mondi di Mirko Martorana sono infiniti e negli anni lo ha dimostrato. Se nel 2016 era uno degli elementi chiave della “Generazione 2016”, con Sfera Ebbasta, Tedua, Ernia e Izi, è stato anche il rapper di Dasein Sollen, ispirato all’ontologia di Heidegger, e ancora lo stesso che per Io in Terra (il suo album del 2017) ha potuto vantare la direzione artistica di Marracash. Nel 2021 è poi il tempo di Taxi Driver, il grandissimo successo da 8 dischi di platino, l’album più venduto dell’anno 2021, e il secondo più venduto del 2022.

Sempre diverso, ma sempre uguale a se stesso, non c'è complimento migliore per lui di "eclettico", che significa essere davvero libero di fare ciò che vuole, come uomo e come artista, due aspetti della sua persona che coincidono e che non lasciano spazio alla finzione.

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Cosmopolitan / Simone Biavati

Come mai la scelta dei teatri?

«Per prendermi i miei spazi e trovare vie nuove, è un modo per celebrare il decimo anno di carriera e i miei 30 anni, portando su palchi un po' diversi dal solito il mio lavoro fino a qui. È un luogo abbastanza particolare ed eclettico, mi piace molto quella parola lì, "eclettico"».

Che cosa significa per te?

«Il potere di non farsi decifrare, di non farsi trovare per forza. Se nella vita mi reputo una persona molto inquadrata, questo lavoro mi dà l'opportunità di non esserlo troppo. È come indossare un mantello di Batman la notte, e fare realmente quello che mi pare, senza pensare troppo. Di natura, invece, sono una persona abbastanza direzionata. Arrivo da una famiglia di grandi lavoratori nel mondo della ristorazione, lì non puoi sbagliare e non si può lasciare il posto di lavoro: sei lì e devi stare lì».

Ti eri già esibito al Carcano di Milano in occasione di MTV Unplugged nel 2021, in cosa sarà diverso questo show?

«Per quanto bello, per quanto nostro, in quell'occasione ci stavamo legando a qualcosa di già esistente e portavamo un solo album sul palco. L’avevamo reso più intimo, ma questa volta è diverso. Senza spoilerare troppo, ci sarà grande attenzione alla scenografia e novità sulla squadra: avremo le trombe, i sax, fiati, due coriste di un certo tipo. E poi la mia solita formazione di batteria, basso, chitarra e tastiere. Porterò tutti i miei album. Intimo non significa andare per forza in sottrazione».

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Cosmopolitan / Simone Biavati

Sei molto legato all'acustico, anche in queste settimane sui social hai mostrato un’altra versione di brani di descrescendo.

«Sì, con "il ritmo delle cose." abbiamo realizzato una versione totalmente opposta. Succederà anche sul palco dei teatri con la nuova composizione della band. Ci saranno momenti in cui mi avvicinerò di più al pubblico con esecuzioni più intime, e momenti di festa e casino, visto che nel disco c'è tanta elettronica. Per me il concerto a teatro non è per forza "educato". Come nella giornata di ognuno di noi, così anche il mio concerto è suddiviso in vari atti. Ci sarà il momento in cui ti svegli, quello in cui finisci di lavorare e ti liberi dai pensieri, e magari vai a ballare. Così sarà lo show».

Sia per i teatri che per decrescendo. sembra quasi che tu vada all'origine delle cose. È un modo per togliere il superfluo?

«Sì, è un album che va in profondità. È intimo sia come album sia come concetto di tour. È un momento dei trent’anni in cui ho messo insieme le cose e mi sono concentrato su di me. Nella mia vita e nel disco non c'è spazio per i convenevoli. Non tollero le conversazioni di circostanza, voglio subito stare simpatico o antipatico. Allo stesso modo il disco arriva dritto al punto con la prima traccia, "L’ultima infedeltà", che fa capire subito il momento in cui è stato scritto l’album».

Il passato l’ho accettato. L’unico rapporto strano che ho è con il disordine cronologico: faccio fatica a mettere i pezzi in ordine temporale.
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Cosmopolitan / Simone Biavati

È la traccia in cui parli del tuo passato, ricordi di esperienze forti. Quando hai capito che eri pronto per parlarne?

«Non è stata una decisione a tavolino: stava capitando. Io passo tantissimo tempo in studio, faccio tantissimi test. Ho avuto tre fasi per l'album e quasi tre titoli diversi: stavo disegnando un album senza averne ancora il cuore. Poi mi sono accorto che la musica diceva altro. E quindi ho ridisegnato il corpo in base al cuore, che era la musica. Dopo tanti ragionamenti, alla fine la musica mi ha portato altrove e mi sono aperto molto. Non sentivo il bisogno di dirlo per forza a chiunque. E il fatto di averlo fatto non è stato un obbligo: ero già a posto con me stesso. Quando arrivi a parlare di determinate cose, è perché le hai superate».

Che rapporto hai con il passato?

«L’ho accettato. L’unico rapporto strano che ho è con il disordine cronologico: faccio fatica a mettere i pezzi in ordine temporale. Non saprei dire se pensarci mi rende felice o triste, pesante o leggero. Solo solo che è una sensazione positiva perché mi fa sentire adulto, perché ho capito che tutto quello che mi è successo, nel bene o nel male, compone la mia persona. Ben vengano anche i mali del passato, perché portano cose buone: energia ribelle, belle presenze intorno a me. Oggi ho una sorta di fortuna, e forse anche la capacità di attrarre qualcosa di simile a me, cose buone, oneste».

Ti senti mai di aver tradito le tue origini, il tuo quartiere, oggi che sei un personaggio pubblico?

«Mi sento a posto: sto facendo il massimo, la miglior musica che posso fare, i gesti migliori nei confronti delle persone attorno a me. Credo di essere stato sincero e leale con me stesso, con il mio quartiere, con tutto. Però nel profondo c’è sempre una parte di me che si autosabota. A volte l’auto-riflessione porta a esagerare: se mi facessi meno domande e più giuste, le risposte sarebbero semplici. In realtà ho fatto tutto il possibile. Ho anche aperto una palestra con dei soci. Poi, certo, sbaglio come tutti».

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Cosmopolitan / Simone Biavati

C’è qualcosa che ti manca del “prima”, di quando non eri ancora conosciuto?

«Sì. Quello che mi manca è la convinzione assoluta che avevamo da ragazzini in studio: credevamo di essere i migliori al mondo. Quella mitomania era bella. Crescendo la perdi, ed è giusto così. Non entro più in studio con quella credenza, non mi siedo più con quella mitomania. Perché adesso faccio più cose, non solo musica. E soprattutto non mi do sempre ragione, non penso di sapere sempre quello che sto facendo. Oggi tendo più a darmi schiaffi morali».

Hai mai preso uno “schiaffo” vero nella vita o nella carriera?

«Sì, sempre da me stesso. Ad esempio quando fumavo 10-15 grammi di erba al giorno, dai 14 ai 19 anni. Ero completamente dipendente. Avevo sensi di colpa enormi perché non riuscivo a smettere. Poi a un certo punto ho detto basta: non scrivevo, non lavoravo bene, non facevo nulla. Poi ce l’ho fatta».

A volte i brani d’amore non arrivano da esperienze dirette: magari da cose viste in altri o dalla speranza di trovare quella persona a cui dire certe parole.
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Cosmopolitan / Simone Biavati

A proposito di onestà, Stefano Benni diceva che «bisogna assomigliare alle parole che si dicono». Ti senti fedele a quello che scrivi e canti?

«Io penso che il rap sia raccontare da quale mondo vieni. Io sono sempre stato onesto: nei miei testi è sempre stato tutto reale. Non ho mai parlato di politica, non ho mai fatto proclami. Ho sempre parlato di me, dei miei problemi, della strada, delle donne. A volte i pezzi d’amore non arrivano da esperienze dirette: magari da cose viste in altri o dalla speranza di trovare quella persona a cui dire certe parole. Non è una bugia, è più uno sperare. Non erano dedicate a qualcuno in particolare, ma avrei voluto. Questa è l’unica forma di “non verità” che c’è stata».

Quando scrivi “odio tutti, odio tutto, soprattutto me stesso”, cosa intendi?

«Arriva da una bellissima lettura di Sorrentino, da Hanno tutti ragione. Lui chiude con “odio tutti”, io volevo rubarla così. Poi ho aggiunto “soprattutto me stesso”: non mi sembrava carino chiuderla esattamente come lui. Volevo metterci qualcosa di mio. Io stavo odiando me stesso, e in quel modo si rifletteva in tutto il resto».

In Odio quindi sono citi “le bambine che saltano la corda e poi su una bomba”. Che cosa pensi di quello che sta succedendo oggi? Senti il dovere di comunicare qualcosa con la tua musica?

«Non ho altro da aggiungere, non c'è niente da aggiungere a quello che stiamo vedendo».

Le date del tour Mirko nei teatri 2025

Qui i biglietti

17 ottobre MILANO Teatro Arcimboldi PREMIERE

3 novembre NAPOLI Teatro Augusteo

5 novembre PALERMO Teatro Golden

6 novembre CATANIA Teatro Metropolitan

11 novembre MILANO Teatro Arcimboldi NUOVA DATA

17 novembre PESCARA Teatro Massimo

19 novembre FIRENZE Teatro Cartiere Carrara

20 novembre PADOVA Gran Teatro Geox

23 novembre BOLOGNA Europauditorium

25 novembre TORINO Teatro Colosseo

27 novembre BARI Teatro Team

29 novembre ANCONA Teatro delle Muse

30 novembre ROMA Auditorium Parco della Musica

4 dicembre BRESCIA Teatro Dis_play

10 dicembre PARMA Teatro Regio

12 dicembre CREMONA Teatro Ponchielli