Ha iniziato suonando il basso, e non l'ha mai più lasciato andare, a tal punto da portarlo con sé anche in console, dove in un momento quasi di sacralità, lo strumento si amalgama a note disco e house, senza rubare la scena, ma ponendosi «a servizio della musica».
È così che Daniel Monaco, musicista, dj e producer vive la sua arte; in una miscela perfetta di suoni, stili e generi diversi, che gli hanno permesso di girare il mondo sia in gruppo che da solista, senza la necessità di definirsi, e tenendo sempre le porte aperte. Se dovesse, però, definire la sua musica, direbbe che è colorata, anche se, si guarda bene dall'associarla alla felicità. Per Monaco, infatti, è più importante il messaggio nel suono, spesso carente in alcune produzioni di oggi giorno. Forse perché corriamo più in fretta, perché la musica è un “contorno”, e come dice lui, apprezzarla davvero «significherebbe sedersi a tavola e masticare lentamente quello che ascolti».
Comunque, non tutto è perduto. Monaco pone fiducia nelle nuove generazioni, nel loro essere «più raffinati, più ponderati, anche più sensibili», nonostante, guardando al futuro, mantiene sempre l'approccio del “pessimismo propositivo”, termine coniato da lui, che prevede il non dire mai che le cose andranno bene (il contrario del manifestare, in un certo senso). Almeno, sappiamo che nel suo futuro continuerà a esserci la musica, che oltre a essere al centro della sua professione, per Monaco, è anche lo strumento per «creare qualcosa che poi rimane nel tempo, un piccolo pezzo di storia, che poi è un’altra goccia nell’oceano, però intanto, è la tua goccia».
Con la tua musica hai girato un po’ tutto il mondo. C’è una città, tra tutte quelle in cui sei stato, che ti è rimasta nel cuore, o dove preferisci suonare?
«Non te lo so dire, anche perché tendo a non avere cose preferite, perché poi mi mettono in un angolo. Non riesco a scegliere. Ti posso dire che quando vado a New York mi diverto tantissimo, però anche Berlino ha lo stesso impatto, semplicemente perché c’è gente che è pronta a tutto. Però se c’è un paese, nello specifico, dove amo andare a suonare non te lo so dire, o meglio, non l’ho ancora scoperto».
La tua musica spazia da dark disco a proto-house, EBM a italo disco. Se dovessi descrivere il tuo genere musicale, come lo definiresti?
«La dark disco è stata una parentesi di qualche anno fa, è stato un mio fraintendimento. Pensavo fosse semplicemente della disco un po’ più “obscure”, quindi cosmica, psichedelica, invece poi si è rivelata essere una cosa che non mi rappresenta. Sto cercando anche di debellarla dal mio curriculum, anche se Internet porta ancora tracce di cose vecchie. Io credo che la mia musica, ora, per lo stesso principio di prima dove non voglio definire le cose, sia sicuramente colorata, ma non felice, attenzione. Perché se c’è qualcosa che mi mette tristezza sono proprio le canzoni felici. C’è del colore, però ci sono dei tratti molto minori, quasi soleggianti, dove c’è sempre quella crepa nel muro, un po’ un cuore spezzato dietro un angolino. Non voglio la musica felice perché davvero, non ha profondità per come la vedo io, e mi mette un po’ di tristezza. Quindi si, la definirei colorata, ma mi guardo bene dal definirla felice. Anche se, quando suono io, voglio che tu sorrida, stia bene, ma sotto sotto quando metto i dischi non c'è un pezzo felice. Non c’è niente di scanzonato, ecco».
La tua carriera d’artista però è cominciata suonando il basso, come hai scoperto invece il djing?
«Io sono bassista tuttora. Non ho realizzato, in realtà, di saper mettere anche i dischi finché non l’ho fatto, finché non mi sono trovato proprio a farlo come lavoro. Ho sempre suonato e tuttora suono, quindi mi definisco più un bassista che un dj, anzi un musicista che sa mettere i dischi a tempo e che ha una discreta conoscenza e, vorrei dire, gusto un po’ diverso dal solito nel cercare i pezzi, non che sia migliore o peggiore degli altri. Però il djing è nato anche per una necessità, dopo il Covid. Ho sempre avuto delle band, facevo dei live di musica elettronica mescolata a ritmi africani, e ho sempre mischiato la vibe disco con quella house, anche quella più acid, più scura, però è sempre stato in formazione, in un trio, quartetto o quintetto, insomma, una band. Dopo il Covid le cose sono cambiate, c’erano meno soldi per tutti, e soprattutto molti dei miei amici hanno messo su famiglia, il che ha cambiato proprio il loro orologio di vita. Io sono rimasto sempre lo stesso, e mi sono reso conto che negli anni, comunque, facevo già serate, a parte con la band, mettendo i dischi. Quindi dopo il Covid mi sono ritrovato con le mie produzioni e anche delle skills da dj, così mi sono buttato al 100% a fare anche questo mestiere, il che è consistito nell’investire quattro volte di più dei soldi che guadagnavo, nel comprare i dischi, nel mettermi in carreggiata per bene, per farlo per davvero. E quindi ho semplicemente fortificato quell’aspetto che già c’era e non sapevo esistesse. Tuttavia, il fatto di suonare il basso rimane sempre, tant'è che spesso nei dj set mi porto anche il basso e lo suono dal vivo, perché mi prudono le mani, e non riesco a stare fermo senza suonare».
Come incorpori le note del basso nei tuoi dj set? Come fai conciliare le due cose?
«Trovo dei pezzi, prima di tutto, che mi piacciano e che non hanno il basso, dove ce lo posso aggiungere io. Oppure ci sono, magari, dei pezzi che mi piacciono e li rifaccio, senza il basso, e poi ci suono su. Quindi il basso nei dj set viene usato solo in momenti particolari, quando è il momento di usarlo, se la vibe è buona, se la gente è pronta a vedere questo “me” col basso come una cosa in più e non come un effetto scenico per rubare l’attenzione, ma proprio a servizio della musica. Quindi quando faccio i dj set col basso la premessa è sempre quella che si vedrà questo strumento tre o quattro volte durante la serata, che possono essere due, tre, quattro ore di set, quindi non è un elemento obbligatorio, è una ciliegina sulla torta e va messa, insomma, in maniera ponderata. Però quando lo uso, quando lo suono, è un momento un po’ sacro per me, quindi deve essere fatto per bene, e la gente, finora, si diverte».
Dove trovi l’ispirazione nel comporre i pezzi che produci?
«Credo non nella musica in sé, in altre cose della vita normale. Anche, non so, una frase che può dire una persona, una cosa che mi succede, o cose che sono successe, un film che ti può ispirare, ma anche semplicemente, un sentimento che non ti appartiene, che non hai mai davvero vissuto, però ci hai sempre girato intorno e magari ci vuoi costruire qualcosa. Comunque nasce da un bisogno di voler dire qualcosa, ma ispirato da cose altre, diverse dalla musica».
Cosa ne pensi della scena musicale attuale nel nostro Paese e cosa significa essere un dj in Italia oggi?
«Non so dare una risposta corretta, o forse politicamente corretta, su questo, perché, non so, ho quarantun anni, qualsiasi cosa dica potrei finire per essere un boomer che dice “prima era meglio”. Vedo che è molto accessibile. Io insegno anche al conservatorio in Olanda, quindi lo vedo anche “from the source”, vedo proprio dalla base che cosa c’è da proporre di nuovo. Ti dico, della musica nuova sicuramente l’innovazione la trovo solo nel pop. Nella musica elettronica di oggi giorno, che sia tech house o generi simili, non trovo molta emozione, ispirazione, non trovo il messaggio. Ecco, forse, tanta musica oggi giorno manca di messaggio, e ce n’è tantissima in Italia, invece, soprattutto nell’underground che è piena di messaggio, e lo sto vedendo anche dagli artisti nuovi, tipo che sono andati a Sanremo quest’anno, come Joan Thiele, ma sono pochissimi che hanno una musica veramente carica di messaggio, dove c’è un viaggio dentro, dove c’è anche una ricerca, una sofferenza, non ce l’hanno tutti questa cosa qua. Perché molta musica moderna è diventata proprio anche come il cibo, fast food, quindi è semplicemente da consumare al momento, ti riempie le orecchie, ti ha occupato la giornata con un ritornello stupido e finisce lì, poi sei ovattato. Ci sono pochi pezzi che ti rimangono e ti portano con sé tutto il giorno, ti fanno pensare, ti fanno stare bene, ti fanno stare male, e forse anche questa è la cosa della musica, non può essere buona tutta».
Secondo te come mai è cambiata questa cosa, o quando è cambiata?
«Io credo che la musica, adesso, per molte persone è un contorno, perché siamo pieni di input, di frustrazioni. Quindi una persona che lavora in banca, piuttosto che un architetto, un postino, un chirurgo, non ha molto tempo per pensare alle cose. La gente comune, mi ci metto anch’io in mezzo, è impegnata nella vita, negli input, nelle frustrazioni quotidiane, e la musica viene proposta, anzi imposta, come “ok questo è quello che c’è in radio, questa è la musica, goditela”, invece poi magari è pessima, la qualità è terribile, ma non lo sai perché non hai il tempo di fare ricerca, per ossigenare il cervello, sederti, sentirti due accordi, sentirti un pezzo di Lucio Battisti e che cosa veramente voglia dire. Ti dico Battisti come ti posso dire anche Battiato, ma anche un semplice Lucio Dalla, per farti dei nomi. Oggi giorno non c’è più gente così perché significherebbe sedersi a tavola e masticare lentamente quello che ascolti. Invece adesso è fast food, quindi prendi patatine, Coca-Cola, metti tutto giù, sa tutto di plastica, lo stomaco è pieno, e “off to the next thing”, quindi manca proprio il tempo materiale anche per sedersi. Vedo però degli spiragli soprattutto nelle nuovissime generazioni, i Gen Z credo, poco prima o poco dopo, non saprei definirli, che sono molto attenti al suono, al messaggio, anche perché sono un po’ più curati nel vestirsi, sono un po’ più hipster, quindi c’è questa tendenza al voler essere, magari, più raffinati, più ponderati, anche più sensibili, che va di pari passo col masticare buona musica. Che poi sia una moda, ben venga, che rimanga per sempre, è uno di quei trend che appoggerei tutta la vita».
Parlando di nuove generazioni, che consigli daresti a coloro che sperano di diventare dj, o musicisti, un giorno?
«Io non consiglio a nessuno la carriera da dj perché non so cosa voglia dire essere nati con la passione di comprare il disco; io sono nato con la passione di suonare. E tornerò sicuramente a suonare oltre che a fare il dj, perché mi piace tantissimo l’interazione con la gente. Per come la vedo io, prima di tutto, prima di fare il dj, qualsiasi selettore di musica deve almeno poter suonare uno strumento, quindi sedersi da piccoli e appassionarsi (se c’è questa passione, non deve esserci per forza). Però se uno si sveglia, ha vent'anni e dice “oggi voglio fare il dj”, bene, cerca di capire la musica che ti piace, soprattutto da dove viene, cosa viene prima di quella musica, magari se sai anche suonarla un po’ l’apprezzi di più, la rispetti anche di più, e soprattutto ti fa crescere un po’ di più a livello di sensibilità. Credo poi che saper distinguere un pezzo tech house da un'altro (io non voglio incolpare la tech house, anche se secondo me è la musica peggiore al momento. Qualora ci sarà una tech house col messaggio mi piacerà) fa la differenza. Quando sai suonare uno strumento ti accorgi anche se il batterista di quel pezzo lo ha fatto mettendoci il cuore nella batteria. Ti fa riscoprire il pezzo, e per osmosi, se lo suoni con entusiasmo e con voglia di sentirlo e di ballarci sopra, lo trasmetti anche a chi sta ballando, che magari non ha mai sentito quel pezzo e non toccherà mai uno strumento in vita sua».
Tu sei anche in una band, i DM Disco Band, giusto?
«Sì, sono i miei musicisti delle formazioni passate, siamo amici da più di 15 anni ormai. Io avevo una band prima, si chiamava UMEME, e altre formazioni. Abbiamo girato il mondo con queste cose qua. I musicisti, come ho detto, hanno fatto famiglia, continuando con il lavoro da turnista che han sempre fatto. Io ho smesso il lavoro da turnista, abbiamo anche smesso la band, e ho iniziato il lavoro da solista. Quindi la mia band sono quelli che mi hanno accompagnato dall’inizio, fino ad ora. Sono i miei angeli fondamentalmente».
Cosa vuol dire per te fare musica in gruppo piuttosto che da solo?
«Divertirsi. Significa suonare con degli amici. Considera che questo è il mio ventisettesimo anno di carriera, ho iniziato a suonare a quattordici anni, suonando le cover, il liscio, cose da orchestra spettacolo. Per esempio, io non ho mai fatto una vacanza fino a qualche anno fa (da quando sono diventato più grande ho iniziato a gestirmi meglio il tempo) ma ho sempre suonato d’estate, d’inverno, durante le feste. All’inizio suonare era un’ansia, perché quando suoni per denaro, quindi da turnista, devi pensare alla prestazione. Quando inizi a suonare con la tua band, con i tuoi amici, l’unica ansia è quella di poter fare uscire nel concreto quello che hai in testa usando la sinergia dei tuoi amici. E poi c’è l’ansia da prestazione, che comunque ho sempre prima di andare sullo stage. Poi ogni volta che dico “stasera andrà bene” fa schifo, quindi mi tengo sempre la “strizza”. Però suonare ora ha due livelli. Il primo è la professionalità, prepararsi il pezzo, quasi come timbrare il cartellino, con tantissima passione. E il secondo è un po’ la vita ideale, stare con gli amici, creare delle cose, e eventualmente fare dei dischi che poi ti fanno guadagnare, e ti fanno pagare l’affitto, che è davvero il successo nella musica oggi giorno, potersi pagare l’affitto, e stare bene con i tuoi amici, e creare qualcosa che poi rimane nel tempo, un piccolo pezzo di storia, che poi è un’altra goccia nell’oceano, però intanto, è la tua goccia».
Guardando al futuro, c’è qualche progetto a cui stai lavorando, o sogni che speri di realizzare?
«Sto lavorando a tantissimi progetti, infatti ci saranno cose che usciranno l’anno prossimo con anche altre band. Sto facendo una band con Bruno Bellissimo e Giannicola, The Generalist, anche noto come Bonito Drums, e sono due fratelli gemelli, con i quali stiamo facendo un gruppo, due bassi elettrici, batteria e sintetizzatori, saremo di nuovo una band disco cosmic, forse l’unica in Italia dopo quaranta/cinquant’anni dalla loro estinzione. E poi altri progetti e collaborazioni con altri artisti. Ho sempre un progetto, perché il futuro lo vedo sempre nero, non l’ho mai visto positivo soprattutto nella musica, l’ho coniato così: pessimismo propositivo. Sta tutto nel dire che andrà sempre male, poi alla fine va bene, però non lo dire mai. Suda, rompiti le natiche, ma non dire che andrà bene perché poi va proprio lì dove non vuoi. Mantengo una tensione creativa e una sanissima ansia del futuro, perché se mi siedo poi sono perduto. Quindi non so in realtà cosa mi porta il futuro, mi lascio anche spesso stupire da me stesso, perché reputandomi, credo, discretamente intelligente, mi lascio sempre l’opzione del cambiare idea, cambiare stile, forma, la tengo sempre aperta come porta, e quello potrebbe aiutarmi anche a essere più versatile in futuro, perché non so cosa mi porterà, anche a livello di società, economia, lo shift anche culturale, e come seguirlo essendo onesti con il proprio credo artistico».












