Ogni tanto, nella musica, arriva un artista che sembra spuntare dal nulla, capace di ridefinire le aspettative e aprire un nuovo capitolo nel libro delle regole. Oggi quel nome è Bino Bames: polistrumentista, autore e visionario creativo di appena diciannove anni, cresciuto tra le luci al neon della Strip di Las Vegas. Metà filippino e metà americano, Bino non segue il copione: lo sta riscrivendo, pagina dopo pagina.
Con il suo nuovo singolo “Isolated”, in uscita il 3 settembre 2025, Bino conferma la sua unicità. Dove l’esordio “Cocktail Princess” era un’odissea lisergica tra i generi, un viaggio sonoro dedicato agli amori naufragati, “Isolated” si muove verso una dimensione più intima e dolorosa. È una riflessione sulla crescita, sulla mascolinità e sul peso dei comportamenti ereditati, raccontata attraverso la voce del padre, in un brano che ha la forza della confessione e la delicatezza di un diario segreto.
Dietro il suo universo musicale c’è una sensibilità fuori dal comune: Bino suona pianoforte, batteria, chitarra e basso; produce i propri demo, disegna le copertine, concepisce i videoclip e costruisce personalmente la sua identità visiva. È figlio della contraddizione di Las Vegas – i miliardi dei casinò accanto alla miseria e all’abbandono – e porta con sé la durezza di chi ha imparato presto a sopravvivere. A quindici anni ha lasciato casa per una vita nomade tra New York, Los Angeles e Portland, fatta di divani presi in prestito e strade bagnate dalla pioggia: ogni esperienza si è sedimentata nella sua musica prima ancora che ne fosse consapevole.
I riferimenti sono eclettici e trasversali (da Daniel Johnston e Velvet Underground fino a Mac Miller, Elliott Smith e Spike Jonze) e danno vita a un suono che non appartiene a un genere preciso, ma a un universo personale. Non stupisce che abbia già attirato l’attenzione di testate come Clash Magazine, DIY, Wonderland e The Line of Best Fit, né che il suo nome abbia cominciato a farsi notare anche nel mondo della moda, tra le passerelle di Milano, Parigi e Londra.
Un outsider dichiarato, che ha trasformato la sua marginalità in forza creativa. Bino Bames è una delle voci più promettenti della sua generazione: fragile, coraggioso e spiazzante. Lo abbiamo incontrato per parlare di “Isolated”, delle sue radici e di quel senso di estraneità che, forse, è la sua più grande arma.
Leggi la intervista a Bino Bames
“Isolated” è scritta dal punto di vista di tuo padre. È stato difficile – o forse liberatorio – metterti nei suoi panni?
È difficile rivelare una parte così personale di me stesso e della mia vita al mondo. Lo faccio solo perché trovo la massima soddisfazione nel creare cose che siano vere riflessioni della mia esperienza umana.
Hai detto che il brano riflette su schemi ereditati e mascolinità. Ti sei mai sentito intrappolato in un ruolo che non rappresentava davvero chi sei?
Tutti fanno cose che non sentono rappresentarli quando cercano di capire chi sono e che tipo di persona vogliono diventare. Io lo ricordo soprattutto a scuola: pensavo che eravamo tutti della stessa età, nello stesso posto, a imparare le stesse cose, e che quindi tutti saremmo diventati uguali o allineati alla direzione comune. Ho iniziato a saltare molte lezioni e restavo a casa a studiare ciò che mi affascinava davvero come individuo. Ero sinceramente spaventato dall’idea di diventare come tutti gli altri.
C’è qualcosa che senti di aver ereditato e che non riflette il tuo vero io?
Sì. Lotto con la depressione da quando avevo nove anni. Ha cambiato il modo in cui le persone attorno a me mi guardavano. Non mi piaceva sentirmi un peso per qualcosa che non potevo controllare. Non cambierei comunque nulla.
Stai raccontando un arco emotivo attraverso i tuoi singoli?
Creo per liberarmi la mente. Queste canzoni sono riflessi dei momenti più vulnerabili della mia vita, che sono inevitabilmente emotivi.
Il tuo suono è personale e difficile da definire. Qual è il complimento più strano ma più accurato che hai ricevuto?
Ogni complimento o paragone mi fa piacere, perché significa che quella persona ha ascoltato e prestato abbastanza attenzione al mio lavoro da viverlo con pensiero, emozione o confronto inconscio. Anche se può risultare fuori luogo o non in linea con l’immagine che ho di me stesso.
Ti sei descritto come un outsider. Cosa significa oggi per te? È più una sfida o un superpotere?
È una sfida nella vita quotidiana, ma nella creazione è un potere. Mi sento più sicuro quando consulto me stesso. So come funziona il mio cervello, anche se in modo poco ortodosso.
C’è una canzone che hai scritto e che non mostreresti mai a nessuno? Forse troppo personale, troppo strana o semplicemente troppo sincera?
Sì, al liceo ho scritto una canzone che si chiamava Telephone. Raccontava una storia un po’ disturbata e io ero un adolescente “edgy”.












