NEW NAME, NEXT HYPE è la nuova rubrica di Cosmopolitan Italia in cui ci mettiamo in gioco e facciamo una scommessa: chi saranno i grandi artisti del futuro? Nomi emergenti da conoscere, voci singolari, talenti innati. Ci piace pensare di ricoprire un nuovo ruolo: quello di talent scout. Vi presentiamo i nostri pupilli, fatene buon uso.
faccianuvola è il nome d’arte di Alessandro Feruda: cantante, autore e produttore classe 2002. Molto probabilmente l'avrete sentito suonare dal vivo. Nel 2023 si è esibito al Perestrojka Festival e alla Notte dei CBCR, mentre nel 2024 ha portato la sua musica su diversi palchi e festival del Nord Italia, tra cui il MI AMI. Al festival milanese ci è tornato anche quest'anno, per l’appuntamento di chiusura della diciannovesima edizione del festival, al Parco Ravizza di Milano, domenica 25 maggio. E chi c'era, sicuramente, si è divertito. Sì perché lo stile di faccianuvola pesca a piene mani dall'elettronica e la rende una musica sensibile, da ballare abbracciandosi un po'.
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Alessandro ha iniziato a 6 anni a suonare il pianoforte e a studiare musica con un'impostazione classica. Le prime esperienze live arrivano al liceo con una band di amici, dove faceva il tastierista. Poi l'iscrizione alla facoltà di fisica all'università di Milano. «Ho capito quasi subito che non sarebbe stata la mia strada. Riguardandola ora è una piccola parentesi in cui non mi sono dedicato alla musica, che è stata un po' l'unica della mia vita» mi racconta faccianuvola quando lo raggiungo al telefono.
Una parentesi brevissima a cui segue, ad aprile 2024, l’album le stelle* il sole; l’arcobaleno)),una raccolta di storie di fantasia, in cui racconta sé stesso e la scoperta dell'elettronica. Il 23 maggio 2025, faccianuvola pubblica il nuovo disco il dolce ricordo della nostra disperata gioventù, che ci siamo fatte raccontare in questa intervista, tra ispirazioni, featuring e il tour estivo Disperata gioventù che è cominciato con il MI AMI e continuerà attraverso l'Italia fino al 13 settembre, allo Spring Attitude Festival di Roma.
La dimensione del live è quella che più ti appartiene, quando e come hai cominciato?
«Come faccianuvola ho iniziato in Valtellina, ancora prima che a Milano. Per me è una dimensione, un modo concreto per farsi conoscere, per fare promozione. Usando questa parola, forse non mia, della promozione, intendo che più che concentrarmi sulla comunicazione, sul social o altro, io ho sempre pensato che il modo migliore per farmi conoscere fosse quello di suonare. Quindi ancora prima che pubblicassi il mio primo album, erano già diversi mesi, che sempre in Valtellina e in contesti molto piccoli e poi pian piano anche a Milano, suonavo delle versioni di quelle canzoni in giro. E non ho più smesso.»
Come nasce il tuo primo disco le stelle* il sole; l’arcobaleno))?
«È un disco che, riguardandolo, vedo in modo molto caotico, un po' indefinito, non mi piace molto. È nato semplicemente come collezione, una grande collezione di esperimenti musicali che stavo facendo con questa nuova cosa della musica elettronica che avevo scoperto. Il periodo in cui facevo il disco è stato effettivamente quello in cui davvero mi sono innamorato della musica elettronica e ho iniziato a scavare dentro questo genere bellissimo con una storia incredibile che ha più di cent'anni. L'elettronica è un mondo gigantesco, molto più radicato nella storia, non è una cosa degli ultimi vent'anno. In questo disco ho la sensazione di aver preso vari suoni che mi piacevano dall'elettronica contemporanea e di averli usati per costruire un vestito attorno alle canzoni che stavo scrivendo.»
Che evoluzione c'è stata poi nel nuovo album, Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù?
«Intanto ho fatto pace con l'idea di essere un cantautore più che un produttore di musica elettronica. Poi a me piace ogni aspetto della musica, dalla scrittura al mastering, e cerco di occuparmi di più cose possibili perché davvero c'è del bello in tutto. La parte che mi dà più passione però resta quella di composizione, di scrittura della canzone, di scelta anche delle parole, del testo. Forse con questa consapevolezza ho fatto delle scelte musicali diverse in Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù.»
Come hai scelto questo titolo?
«L'ho un po' rubato da un libro di Fleur Jaeggy, che non è solo una scrittrice, ma anche un'intellettuale, filosofa, autrice, insomma un personaggio enorme, di cui appunto ho letto questo libricino ormai un anno fa, che si chiama I Beati Anni del Castigo, dove in un passaggio parla di questa adolescenza idilliaca e disperata. Concetto che ho un po' riformulato in maniera musicale. Però è stato lì, soprattutto quando ho letto la parola disperata e quella frase, mi sia scattata quella riflessione per unire le tracce che avevo già pronte.»
Nel singolo "disperata gioventù" come racconti questa sensazione?
«In vari modi. "disperata gioventù", portandosi anche il nome dell'album, è la traccia che davvero mi sembra sia riassuntiva di tutto quanto. Il testo della prima strofa riassume tutto ciò che in realtà volevo dire, con ogni parola che trova un proprio posto all'interno di una più ampia riflessione. Poi ci abbiamo abbinato il videoclip con la protagonista che è la sorella di mia nonna. È stato tutto molto casuale, in realtà, perché volevamo mantenere una trama semplice e quando Massimo Scarabaggio ha visto una foto di questa signora ha voluto assolutamente andare e farle un video. Tra l'altro, era originariamente pensato per un'altra canzone, per "un'ora come prima". Poi abbiamo cambiato idea, perché il contrasto tra lei e il concetto di gioventù ci è sembrato super carino.»
Curi molto la parte visiva del tuo progetto?
«I visual di questo album sono stati fatti principalmente da due persone: Alessia Lottosullalilla, che si è occupata di tutta la parte grafica già dall'album scorso e da quest'anno mi segue anche le visual, le proiezioni ai concerti del tour di quest'estate; e Massimo Scaravaggio che si è occupato dei video. Le idee poi ci vengono insieme, abbiamo girato dei video non come tradizionalmente si farebbe una clip musicale, perché siamo sempre andati senza un copione, semplicemente a catturare delle belle immagini. Massimo si è messo in gioco in questa cosa che era nuova anche per lui e ci siamo divertiti. In "portami a ballare in primavera", ad esempio, la ragazza che si vede è la mia coinquilina, che è una performer circense. Se non l'avessi conosciuta, non penso che ci sarebbe mai venuta l'idea per questo video. Perché non ci sono veri e propri collegamenti tra canzoni e video, mi piace che guardando le persone possano costruire nella propria testa spiegazioni in maniera un po' misteriosa.»
Hai deciso di chiudere il disco con "ogni volta che ti vedo io" featuring Emma, com'è nata la collaborazione?
«Intanto sia Emma che Rareș, con cui ho collaborato per "agosto", sono due artisti di cui io sono fan tantissimo, sono davvero tra le persone che ho ascoltato di più nel 2023-24. Con Emma in realtà ci siamo conosciuti in maniera molto casuale, ormai tanto tempo fa, in giro per Milano. Lui stava pubblicando la sua prima canzone e io la seconda e ci siamo incontrati davvero per strada, ci siamo chiesti forse un accendino, una sigaretta, quel tipo di situazione, e poi abbiamo creato questo bellissimo rapporto per cui è come se andassimo un po' in qualche modo mano nella mano attraverso le varie cose della musica. Ci sentiamo un po' fratelli gemelli, nel senso ci vediamo crescere a vicenda o comunque cambiare. Insomma, è da tanto tempo che ci confrontiamo, ci vediamo, e l'idea di fare qualcosa insieme c'è sempre stata.
Così è nato il brano che è finito nell'album: io ero a casa sua, ho iniziato a suonare il piano, lui si è emozionato e l'ha voluto catturare, poi ha voluto campionare "InGiusto" Bello Figo e metterlo sopra. Non avevamo assolutamente l'idea di fare una canzone da pubblicare, ma è stato tutto un insieme di cose e proprio quella frase lì mi è sembrato il modo giusto per chiudere un po' tutto il mio disco.»
Parlando del tour estivo, cosa si può aspettare chi ti verrà a vedere?
«Il live è audio video, anche l'anno scorso proiettavo qualcosa, ma non vale, questa è davvero una cosa un po' più ricercata e studiata. Quindi questa è sicuramente una bella novità. Suonerò l'album nuovo e una cosa che non c'è da aspettarsi, forse, sono le canzoni vecchie. Le ho suonate l'anno scorso e non mi va più di riproporle, perché non mi piacciono più. Voglio vivere il nuovo album in maniera collettiva perché quello poi è il vero privilegio dell'esperienza live rispetto alla fruizione solitaria. È il fatto di ascoltare la stessa musica insieme a persone che non conosci, ma con cui in qualche modo condividi qualcosa, un'emozione, una sensazione, quantomeno il gusto dell'ascolto.»














