I nostri percorsi si sono incrociati tante volte in questi anni. Spesso ci siamo trovate a parlare con Ethan, legandoci al rapporto che ha con il proprio corpo e la sua identità di genere. Il giovane artista italo-brasiliano ha sempre utilizzato la sua immagine per veicolare importanti messaggi, e con il tempo è diventato un rappresentate pubblico della comunità queer, di cui si fa portavoce anche attraverso la sua arte. Oggi siamo felici di poter dare spazio al suo progetto musicale, Metamorfosi, il nuovo album pubblicato per Carosello Records il 27 giugno, che unisce i due Ep precedenti. Un manifesto di evoluzione continua, che non si limita a raccontare la sua trasformazione, ma a riscrivere la propria essenza senza tradire mai i suoi principi.
Ethan veste e spoglia il proprio corpo come una tela che dipinge e colora, manifesto della sua concezione personale di uomo in netto contrasto con la figura machista e patriarcale su cui si fonda la società di ieri e di oggi nel nostro Paese. Lo fa anche con la sua musica, che in queste dieci tracce si fa ponte tra Italia e Brasile, passando per Teheran, e diventa cammino verso una versione più autentica di se stesso, un flusso che non segue regole, ma crea nuove possibilità parlando la lingua della sperimentazione. Perché la libertà e la verità non accettano compromessi. Sono, e basta.
Sei a Milano?
«Sì, sì, da quattro anni, ormai, purtroppo.»
Come sta andando questa avventura?
«Diciamo che mi sono abituato, ma non la sopporto più, devo essere sincero. Non tornerei a Firenze, se dovessi rimanere in Italia Milano mi sembra la città un po’ più adatta. Ma il problema è proprio l’Italia secondo me. Penso che sia un pensiero condiviso».
In che senso?
«Secondo me è un po’ piatta. Non lo so, la vedo poco performativa. Da un punto di vista musicale non mi fa volare, ecco, mettiamola così. Ci viene ridata un po’ la stessa pappa in formule diverse, ma poi dopo tre mesi viene smascherata e oggettivamente è sempre la stessa roba».
C’è qualche artista italiano che ti piace, che ascolti?
«In realtà secondo me il problema è proprio quello. Ci sono artisti molto validi, un sacco di realtà belle, di artisti bravi e meritevoli che magari non hanno la risonanza che si meriterebbero di avere. Io ascolto tanti artisti emergenti un po’ per sentire che cosa fanno, un po’ perché sono dei compagni di avventura, per cui mi piace supportarli nel mio piccolo».
Forse non siamo pronti a ricevere certi messaggi?
«Chi fa questo mestiere, come me, credo che voglia arrivare col proprio messaggio a più persone possibili. Se lo fai senza snaturarti, col posizionamento che scegli, hai vinto. A me il pop piace, per esempio, e anche col pop puoi dire tante cose, ma mi sembra che nessuno dica niente e in Italia è sempre uguale a se stesso. Forse una come Rosalìa, che unisce flamenco e suoni sperimentali, in Italia non avrebbe mai trovato il suo spazio. Eppure è pop e se l’ascoltano tutti. Abbiamo artisti che saprebbero farlo quel passo, se solo si facessero investimenti diversi. Però ci vuole tempo per creare terreno, è un discorso culturale».
E tu come ti inserisci in questo contesto?
«Sono sperimentale perché do voce al mio mondo, alla mia comunità, con linguaggi sempre nuovi. Non basta cantare bene».
È questa la Metamorfosi del titolo?
«Durante questo anno e mezzo in cui ho scritto l’album, la cosa più importante per me era slegarmi dal concetto di dover essere qualcosa che piaccia agli altri. Non volevo più essere un prodotto vendibile, commestibile, facilmente riferibile. E su questo devo ringraziare la mia label, Carosello, e il management, che mi hanno appoggiato. Perché non è una scelta facile e rischia di essere potenzialmente controproducente. Ho scelto di dare più spazio alla parte artistica. Nonostante sia comunque un disco pop, perché non posso dire di essere un artista sperimentale, mi sento un artista con influenze più alternative».
Un nuovo processo creativo?
«Sì. Per questo ho scelto con cura i produttori. Per me era importante scegliere consapevolmente, spiegare dove volevo andare e cercare persone che hanno la mia stessa visione, che parlano il mio stesso suono. Col tempo ho capito che la mia scelta sonora corrisponde molto alla mia identità, è quello il mio linguaggio, non la lingua con cui mi esprimo. È come se mi scoprissi attraverso il suono. Molti artisti queer che stimo hanno fatto questo percorso».
A questo proposito, c'è una ragione per cui in alcuni brani usi l'italiano e in altri il portoghese?
«Per me le due lingue hanno la stessa valenza. Negli ultimi anni ho riscoperto molto le mie radici brasiliane e ho iniziato a rispondere a mio padre in portoghese (prima rispondevo in italiano). Il portoghese non è commerciale, certo, ma mi permette di dire cose che non riesco a dire in italiano.»
Ad esempio?
«L’italiano lo associo a una lingua romantica, più cantata, adatta ai pezzi lenti o tristi. Il portoghese invece lo uso per cose più up, più “sporche”, perché suona meglio. Per me è importante che la parola suoni bene, più ancora del concetto che veicola. Non ho la presunzione di essere l’artista che ti vuole raccontare una verità politica attraverso il testo. È più un discorso identitario».
Il tuo corpo è un atto politico?
«Sì. Già il fatto di parlare sempre al maschile nelle mie canzoni, rivolgendomi a uomini, per me è un atto politico, nel 2025, in Italia. Non ho mai nascosto il fatto di essere un artista queer. E anche se a livello mainstream può essere limitante, per me è estremamente importante affermare la mia identità. Viviamo in un Paese governato dalla destra, conosciamo la situazione. Mi sento privilegiato: sono un artista fluido ma con aspetto maschile, quindi non vengo discriminato nello stesso modo. Già solo dire “Sono queer, faccio musica queer” è un atto politico, e utilizzare il corpo è un modo per esplicitare questo messaggio. E se un giorno dovessi diventare più “popolare”, so già che potrei trovarmi in contatto con persone che vorranno rendermi più digeribile».
Nel processo di trasformazione, hai dovuto lasciare qualcosa indietro per fare spazio al "nuovo te"?
«Il senso di autosabotaggio, legato all’idea di identificarmi solo come “quello che canta bene”. Questo è il luogo in cui accetto il fatto di essere una persona che ha problemi a lasciare andare le persone, ma parlo anche di sensualità e sessualità in modo più esplicito, per la prima volta. Volevo trovare un suono che venisse prima della voce e rompere certi schemi. Non mi andava più di essere il “ragazzo pulitino” che deve andare bene a tutti».
Prima volevi piacere a chiunque?
«Era tutto dettato da quello che altri pensavano fosse giusto fare per vendere. Spoiler: non funziona nemmeno quello, se lo fai senza autenticità. Quindi ho fatto questa scelta netta. Se domani la mia verità vorrà dire parlare a tre persone invece che a 18 milioni, va bene. È un rischio che ho deciso di prendermi. Ho avuto il coraggio di dire: vado contro le aspettative e mi avvicino alla mia verità».
Hai coinvolto anche Nava, in un pezzo che unisce Iran, Brasile e Italia. Com’è nata questa collaborazione?
«È una delle artiste che stimo di più in Italia. Se n'è sempre fregata delle logiche di mercato, tant’è che è rimasta sempre un po’ di nicchia, purtroppo. La stimo tantissimo, le voglio bene, siamo amici. Il brano si intitola "FTTS" (From Teheran to São Paulo): è come se fosse un volo, in cui parliamo di come ci sentiamo nei contesti di festa, corpo contro corpo, nella comunità. Lei canta in persiano. Magari non si capisce tutto, ma era importante dare questa vibrazione e unire mondi apparentemente lontani».
Hai scelto di chiudere il disco con un brano molto intimo. Perché?
«Perché non volevo lasciare indietro nessuna parte di me. Ovviamente qualcosa rimane sempre fuori, ma volevo che ogni sfaccettatura della mia persona avesse il suo spazio. "Tutto bene" è una parte molto predominante di me, che si è già vista nei dischi precedenti e anche nel modo in cui comunico. È quasi un ritorno alla mia zona di comfort. Ho scelto di metterlo in chiusura perché il disco è molto caotico e lì parlo della paura di morire da solo. Quel senso di solitudine è qualcosa che mi porto dietro. E con "Tutto bene" ho voluto lasciare aperta una ferita con delicatezza».
TRACKLIST di Metamorfosi
- Puta
- FIM DO MUNDO (feat Mia Badgyal)
- DESGRAÇADO
- LOVE É FRACO (feat MC GW, DJ 2F)
- come se fossimo
- TBLISI
- FTTSP (feat NAVA)
- Bacio sugli occhi
- Dirsi addio amore mio
- tutto bene (outro)













