«Uno svuotatasche mi farebbe comodo
Una scatola di biscotti in metallo, o
Un qualcosa dove tenere le monete, i filtri o le chiavi
(...)
Metterò il Mediterraneo e i sassi di una scogliera
Dai vicoli la notte, gli amici miei la sera»
Ogni mattina andando a scuola o tornando a casa la sera tardi, in motorino, ogni volta che apriva le finestre di casa sua, Andrea ha sempre avuto il mare addosso. Chi è nato a Genova lo sa, che, come cantava Fossati, «Genova si vede solo dal mare», un legame profondo che la città e i suoi abitanti hanno da sempre con il Mediterraneo, crocevia di storie e culture, di partenze e di ritorni, amori nati e legami spezzati. Bresh non poteva che titolarlo così il suo ultimo album, Mediterraneo, in uscita venerdì 6 giugno (Sony/Epic Records): sedici tracce che raccontano la sua capacità di rimanere a galla senza rischiare di de-personalizzarsi, ritrovando il senso di casa e di sicurezza nei luoghi in cui è cresciuto, nelle cose piccole, gli amici di sempre, potendo sognare ancora più in grande.
Si lega così ai due lavori precedenti, Che io mi aiuti e Oro blu, in cui cantava di sé, dell'Andrea che conviveva con la sua compagnia di amici, nel vero senso della parola, della vita di strada nei quartieri di Genova. Nel disco del 2022, poi, la forte componente di auto analisi ci aveva fatto capire che aveva trovato un linguaggio suo per parlare di sé ("Ulisse", "Andrea", "Svuotatasche"). Due anni dopo arriva Mediterraneo che è, in questo senso, l'equilibrio ritrovato di chi sa che è cambiato tutto, ma che in fondo resta tutto lì dove lo ha lasciato e che non sempre tutto è definitivo. «Il piacere di tornare deve rimanere, senza impedire la libertà di ripartire. È importante riuscire a convivere con emozioni contrastanti», ci ha raccontato Bresh in conferenza stampa.
«Mediterraneo è tutta la musica che serve a stare a galla, a galleggiare, a mantenere un equilibrio tra gli sbalzi d'umore, tra la marea dell'umore. È un'autoanalisi come tutta la musica che ho sempre fatto. Il nome deriva dal fatto che una sera mi sono reso conto di quanto possa stare bene senza aver bisogno di altro, in una terra come quella intorno al Mediterraneo, con tutto il rispetto per quello che sta succedendo a Oriente. Il tema dell'album chiude una trilogia in cui l’elemento fondamentale è l’acqua, il mare. Volevo dare un nome finale con il mio mare preferito».
In questo viaggio Andrea ha scelto di avere con sé quattro artisti a cui è legato per motivi diversi: «c'è Mario (Tedua), fratello di una vita; Kid Yugi, tra le migliori penne in Italia; Sayf, astro nascente del Levante ligure; e Lauro, un mentore sin dall’inizio», artisti che speriamo di vedere questo autunno sul palco dei palazzetti. E sì, nell'intervista ha anche risposto ad una domanda sulla cancellazione di alcune date del tour estivo.
Qui abbiamo raccolto alcune delle domande proposte da noi e dai nostri colleghi in conferenza stampa.
Come sei cambiato da “Andrea” in Oro Blu, a oggi? Sanremo ha influito sulla tua crescita?
«Dopo “Oro Blu” ho avuto una trasformazione particolare e anche paura: cambiava la vita, più soldi, casa nuova, macchina nuova. Avevo smesso di vivere con i miei amici. Avevo paura che il cambiamento spegnesse la mia ispirazione. Sanremo non so se mi ha cambiato, ma mi ha fatto conoscere un altro tipo di pubblico. Però tengo tanto a far capire che non sono cambiato, ma la sfida è non de-personalizzarsi e per farlo provo a poetizzare il dolore».
Se dovessi raccontare il Mediterraneo con un’immagine, quali sarebbero i tre simboli?
«La collinetta del film Mediterraneo dove vanno i due fratelli, con il vento e il sale sulle foglie. La casa di Pablo Neruda ne Il postino. E casa mia, con la vista sul promontorio di Portofino, in fondo al golfo di Genova. “Aia che tia” è nata immaginando quella cartolina lì».
C’è sempre una quota di nostalgia in ciò che fai?
«Sì, sempre. Ma è molto bella, adrenalinica».
Come vivi la solitudine?
«Cerco di tramutarla in poesia. "Il Popolo della Notte" racconta questo: connessione tra anime sole che non sanno di essere unite. È una rappresentazione della solitudine notturna, ma condivisa».
Cosa speri che rimanga al pubblico dopo aver ascoltato tutto l’album?
«Spero rimanga quella profondità che dà speranza e che non fa sentire soli. Faccio “Hope Music”. Ho mescolato ciò che mi piaceva. Se riesce a far svegliare qualcuno con una sensazione migliore, allora ho fatto bene».
Come riesci a essere speranzoso in tempi cupi?
«Mia madre fece scrivere una frase su un bancone nel 2017: “Meglio essere positivi e avere torto che negativi e avere ragione”. Non capivo, ma oggi lo comprendo. La speranza e il saper galleggiare nei momenti difficili è il mio mantra».
Ti costa fatica essere positivo?
«No, perché le canzoni seguono i momenti. Quelle più profonde escono quando il momento è buio. Quelle più leggere escono quando la testa vola. Basta seguire le sensazioni».
Non c'è tanto amore, in questo album, ma "Erica" parla di un amore fisico, molto spinto.
«È sicuramente una somma delle mie esperienze, ma parte tutto dal sound. La parola “Erica” è uscita spontaneamente, suonava bene. È una provocazione sul sesso e l’amore, ma non significa che io pratichi questa divisione. Ci tengo a precisarlo: sul web ci sono tanti fraintendimenti e allusioni assurde».
A cosa ti riferisci?
«Allusioni. Gente che si inventa cose dal nulla. È assurdo, ma succede. Fortunatamente le persone intorno a me, la mia fidanzata, hanno altri valori».
La tracklist di MEDITERRANEO
- Rotta maggiore (Partenza)
- Umore marea
- Capo Horn feat. Tedua
- Kamala
- La tana del granchio
- Altezza cielo feat. Kid Yugi
- Agave
- Popolo della notte
- Aia che tia
- Dai che fai
- Guasto D'Amore
- Tarantola
- Erica feat. Sayf
- Il limite feat. Achille Lauro
- Torcida
- Altamente Mia













