C'è un’urgenza che emerge nelle parole di Luzai, così come in tutta la sua musica, quella di parlare di identità, intesa come diritto. Ieri sera sul palco dell'Utravel Arena del MI AMI, il suo live non è stato solo un’esibizione, ma una dichiarazione politica e personale. Come i brani contenuti in Estranea, il suo ep pubblicato per Asian Fake. Un manifesto, ma anche una ferita aperta. Luzai canta con il corpo, ma anche con la memoria, con i ricordi che si intrecciano al presente. Accoglie e rivendica, con ogni parola. E nel sorriso che ci regala quando la incontriamo vibra il desiderio di raccontarsi con gentilezza e verità per condividere.

Cosa ti ha spinto a intraprendere questo percorso musicale?

«Sono nata e cresciuta a Siena da genitori camerunensi e poi mi sono trasferita a Milano per l'università. Ho studiato scienze sociali alla Statale e mi sono laureata nel periodo del covid. È lì che è iniziata una sorta di crisi, mi sono fatta tante domande su di me, su chi fossi. Ho iniziato a chiedermi cosa realmente volessi fare, cosa realmente volessi lasciare in questo mondo. Se fossi morta il giorno dopo, sarei stata felice di quello che avevo fatto? La risposta era no. E quindi ho iniziato a cercare, a scavare».

E la musica com’è diventata parte della tua vita?

«C’è sempre stata. La ricordo molto durante l’infanzia. Mio padre suonava nei locali di Siena un genere tipico del Camerun. C’era questo forte senso di comunità che si respirava. Una sensazione che, poi, trasferendomi a Milano, lontano dalla mia famiglia, ho un po’ perso. Così ho iniziato a pensare, ricordando la me da bambina. Ho iniziato a cantare. Più che fare musica avevo bisogno di scoprire che persona fossi».

Parli di un forte senso di appartenenza venuto meno da adulta anche nei tuoi brani.

«Nell'Ep parlo in modo molto diretto. C’è tutto ciò che ho vissuto qui in Italia in quanto persona nera che cresce da genitori immigrati in un posto a maggioranza bianca. Io mi sento italiana, mi sento italiana perché comunque sono nata e cresciuta a Siena. Però mi sento anche camerunense perché sono stata cresciuta da genitori che mi hanno dato un’educazione diversa dai miei compagni. Nonostante questo e molto altro, io non ho la cittadinanza italiana».

Come mai?

«Al compimento dei 18 anni, quando si può richiedere la cittadinanza, sono andata in comune. Lì, vedendo gli anni di residenza, hanno notato un buco temporale di qualche mese in cui da piccina sono stata con i miei nonni in Camerun. Nulla, non me l’hanno data».

Da questo deriva il nome dell’ep, Estranea?

«Volevo essere chiara su queste cose. In un brano, "Humana", dico: “Percorri la mia pelle, cerchi le risposte, tu ti copri la faccia ma a me manca un pezzo di carta”. Un diritto che se manca è veramente un problema, è veramente un problema perché ti limita da molti punti di vista. Chi non vive questo tema non può rendersi conto totalmente dei danni, ma spero che si abbia la volontà di informarsi per cercare di cambiare le cose. Soprattutto ora con il referendum dell’8 e 9 giugno che potrebbe cambiare la vita a tante persone che come me sono nate e cresciute qui».

Fin da piccola ti sei sentita Estranea?

«Sì, in molti momenti, banalmente per le pettinature che portavo. A scuola mi prendevano in giro, mi facevano sentire diversa, mi facevano sentire brutta. Poi durante la crescita questo aggettivo, "estranea", è diventato anche una sorta di rivendicazione, dopo una lunga analisi che ho fatto su me stessa, un lungo lavoro di introspezione».

In Humana racconti di sentirti estranea anche rispetto al tuo corpo.

«Parlo di un momento difficile della mia vita in cui mi sentivo straniera anche nel mio corpo, non accettavo il mio corpo. Però in realtà è stata una cosa che ho nascosto. Penso che l'unica persona che una volta si sia resa conto di questa cosa fosse mio fratello. Oggi mi sento bene».

C’è un messaggio che ti piacerebbe lasciare, e che era importante lasciare anche ieri che ti sei esibita al MI AMI?

«Oggi il focus è tutto sul referendum, al MI AMI ho portato questo oltre alla mia musica. Vorrei che le persone capissero che è il momento giusto per far sentire la propria voce, per far capire da che parte stiamo e definire un po' questa cosa, non si può scappare. Secondo me sì, Mi AMI è stato anche il posto giusto per questo, è nel momento giusto».