Sacerdotesse vodoo e bande jazz improvvisate agli angoli della strada, lunghe tavolate estive nelle piazze italiane e quell'approccio istintivo alla musica che si tramanda di generazione in generazione. Questi mondi apparentemente lontani si incontrano in una materia umana e viva, in quella «zona franca» della musica, come la chiama Michele Bravi. Più precisamente si incontrano in "Popolare" il nuovo singolo di Michele Bravi featuring Mida, in uscita il 23 maggio. Un brano che mostra una sfumatura inedita di Michele, che «accende una nuova finestra nel condominio della mia personalità», scherza lui, mentre lo raggiungo in una videochiamata Milano-New Orleans.
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Sì, perché la magia di "Popolare" nasce grazie a un viaggio a New Orleans e lì Michele si trova ancora, immerso nella luce calda del Sud degli Stati Uniti, nella musica che sente ogni giorno per le strade, in quell'atmosfera che ha svegliato «una parte di me che credevo sopita». Nella città della Louisiana è stata girata anche una parte del videoclip di "Popolare", che Michele ha chiuso proprio la sera prima della nostra intervista, e che da questa parte dell'Oceano, ci svela, è invece costruito sui cameo di circa una sessantina di personaggi della cultura italiana. Un lavoro apparentemente mastodontico, necessario però per rendere la pluralità di voci e di circostanze che formano l'essenza più popolare di un Paese.
È questa riscoperta del folclore che guida il lavoro di "Popolare", inaspettatamente, ma inevitabilmente, legato al racconto dei nonni fatto nel precedente singolo "Lo ricordo io per te". Due brani dalla musicalità diversa, ma dall'anima comune, che forse si può ritrovare in quella ricerca sonora e spirituale, in quella musica che Michele vive come «l'arte dell'invisibile» e di cui mi parla nella nostra lunga chiacchierata.
Come è stata la lavorazione del videoclip del nuovo brano?
«Credo che sia la cosa più divertente che abbia mai fatto. Non so se c'è un Guinness dei record su quanti ospiti ci sono in un video, ma adesso che mi viene in mente mi devo informare, perché abbiamo una cinquantina di cameo all'interno del video. Sono tutte persone amiche, che ho incontrato, che ho conosciuto durante questi anni, che vanno dallo spettacolo alla televisione, allo sport, al cinema: c'è di tutto. Si va dal giornalismo, dove c'è Concita De Gregorio, al cinema con Ilenia Pastorelli, al mondo social, al quello della televisione con Gerry Scotti, Simona Ventura e altri. E la parola d'ordine, ogni volta che abbiamo girato con uno degli ospiti sul set, è stata: anarchia. Ognuno ha interpretato "Popolare" nella maniera più istintiva possibile. C'è chi ha sentito la canzone proprio sul set, chi l'ha voluta prima, chi ha scelto di girare dentro casa, chi dalla sarta di fiducia, dal meccanico, ognuno ha creato il suo momento.»
Ogni ospite ha dato la sua interpretazione del concetto di "Popolare"?
«Esatto, in maniera trasversale. Perché vedendo il titolo uno pensa al senso di popolarità, all'essere un Vip, ma non è quello il concetto, ed è la ragione per cui ho voluto tutti questi ospiti che sono parte integrante della cultura italiana, perché il significato è proprio essere del popolo. "Popolare" vuol dire accessibile a tutti, vuol dire trasversale, vuol dire inclusivo. Nella mia idea si rifà al folclore, no? A quella forma di accoglienza completa, epidermica».
Cos'è per te il folclore?
«Io nasco dalla provincia [a Città di Castello, Perugia] e ho il ricordo delle estati in cui si mettevano tutti i tavoli in strada, per fare una sorta di cena del quartiere, in mezzo alle case. E chiaramente è una cosa che va tra il grottesco, il poetico, l'assurdo, la convivialità: c'è di tutto là dentro. E questa dimensione è proprio quella che volevo ricreare. Questo è quello che ho capito del folclore: che è una festosità così umana».
La spinta a parlare del folclore però l'hai trovata molto lontano dal tuo luogo d'origine, a New Orleans: come ti ha ispirato questa città?
«Secondo me c'è c'è una lingua comune tra questi due mondi. Quando sono venuto a New Orleans la prima volta, ero qui da puro turista, nel senso che era una di quelle città che avrei sempre voluto vedere, anche perché è la patria del jazz, ma non mi aspettavo niente. Solo dopo ho scoperto che a New Orleans c'è un tipo di festosità per cui tutto il giorno, tutti i giorni, per la strada, è pieno di musicisti. Sono figure estremamente rispettate per questa capacità di regalare e condividere: c'è chi balla, chi canta con loro, chi si aggiunge a suonare».
«Non è così diverso anche dal nostro folclore. Al di là della situazione che può essere socialmente più fortunata o meno fortunata - se penso al folclore delle favelas brasiliane, o qua a New Orleans, o nelle province in Italia - c'è una magia che non è traducibile in altro modo, ma è comune. Varia la musica, perché in Brasile ci sono più percussioni, a New Orleans più fiati, in Italia più corda, ma non cambia il risultato umano. In questi momenti non esiste lo sconosciuto, si è tutti presenti in un momento che va condiviso. Questo per me è stato il motore di "Popolare".»
Possiamo dire che "Popolare" ha un'attitudine jazz?
«Nella mia testa il jazz era, sai, elegante, fumoso, ricercato, alto. In realtà il jazz per come è nato a New Orleans, dove c'è ancora uno storico che vibra nell'eredità del colonialismo e della schiavitù, è proprio quell'urgenza di esprimersi attraverso uno strumento, qualunque strumento sia, anche di fortuna.
«La stessa urgenza io l'ho riproposta all'interno del brano, che è completamente acustico, composto dai suoni più improvvisati, come quello delle bacchette di legno, dei tamburi di plastica, del berimbau. "Popolare" non è chiaramente un brano jazz, ma è costruita su un approccio musicale jazz, perché ho provato a recuperare l'ancestralità con cui nasce quel tipo di musica».
In "Popolare" ci sono diversi riferimenti alla pratica del voodoo, come ci sei entrato in contatto?
«Io ho un senso di spiritualità molto forte e New Orleans mi ha colpito tanto anche per questo aspetto, perché musica e spiritualità qui sono unite da una lunghissima tradizione. Sono cresciuto in una famiglia molto cristiana, ma ho poi avuto un periodo di distacco, che mi ha permesso da adulto di approcciarmi con curiosità estrema, e senza pudore alcuno, alle ritualità di altre culture. La tradizione voodooista che c'è qua a New Orleans, è potente, è umana, è praticata per strada e quindi, per forza di cose, è entrata in "Popolare"».
«Un giorno ho incontrato questa signora di 82 anni che cantava meravigliosamente, quindi l'ho fermata e le ho detto che volevo collaborare con lei, metterla nella mia canzone. Solo dopo ho scoperto che, in realtà, è una sacerdotessa che pratica voodoo. Per me incontrare questa cultura è molto affascinante, e ho cercato di citarla e raccontarla con il rispetto che può avere un osservatore che l'ha vista succedere per strada. Ho dentro di me le immagini di queste sacerdotesse che ballano fronte a fronte, girando su loro stesse. C'è una poesia dietro che andava colta in qualche modo».
«Spero tanto che questo riferimento non venga banalizzato come una superstizione, perché credo che la ricerca spirituale sia fondamentale per qualsiasi persona, che sia voodoo, religione africana, induista, quello che vuoi. La ricerca spirituale per me non può essere mai staccata dalla ricerca musicale, perché la musica è l'arte invisibile, allora uno che fa musica come può negare l'invisibilità, negare che ci sia qualcosa d'altro».
La riscoperta della musica ancestrale, o folcloristica che dir si voglia, sta diventando sempre più centrale nelle produzioni degli ultimi anni, sia in Italia che nel mondo, secondo te come mai?
«La spiegazione che mi sono dato è che quel genere di musica nasce in concomitanza a grandi momenti di dolore che possono essere la schiavitù, il colonialismo, il dopoguerra in Italia e così via. In qualche modo forse la nostra generazione questa cosa l'ha subita e la sta subendo: penso all'anno del Covid, o a tutto quello che sta succedendo nel mondo, all'Ucraina e a Gaza. In qualche modo c'è una frequenza comune che ci ha portati a riprendere quelle sensazioni delle origini, del modo in cui siamo cresciuti. Io ad esempio sono cresciuto con i miei nonni che erano immersi in questa cultura popolare italiana. Quello è stato il mio primo approccio alla musica, quello che sto recuperando oggi».
Nel progetto di "Popolare" come si inserisce Mida?
«Mida arriva perché io stavo cercando qualcuno con cui condividere questa idea, creare una commistione umana e culturale, perché lui è cresciuto in Italia ma è nato a Caracas, quindi poteva portare quel lato della sua esperienza. Collaborare con Mida era il modo perfetto per creare questa commistione tra il folclore italiano, il folclore venezuelano, New Orleans. Così siamo riusciti a creare un territorio, una terra comune. Ecco la musica su questo è incredibile perché, rispetto alla differenze culturali, è sempre zona franca. Al di là di questo, ho grande stima per lui, in un certo senso ho proprio visto Mida nascere come artista, nel suo percorso anche prima del talent. Mi piace moltissimo il suo piglio vocale estremamente giovane e pungente, ironico, in contrasto con il tipo di espressione a cui il mio pubblico è abituato a sentirmi. Mi rendo conto che la mia corda principale è quella del melò, della canzone più di sentimento».
È stato complesso passare da un brano emotivamente carico come "Lo ricordo io per te" alle atmosfere leggere di questo ultimo progetto?
«Forse questa è la prima vera volta che riesco a farlo veramente con gioia. Prima c'è stata "Lo ricordo io per te" che mi ha portato nel mondo dei miei nonni, mi ha fatto pensare a come ero io da bambino con loro, e forse non è così assurdo che il passaggio successivo sia stato questo, perché la ricerca ancestrale che mi ha portato a "Popolare" era già cominciata. Se devo essere sincero, infatti, io non sento così tanta differenza tra un brano e l'altro. Sto imparando a perdere il pudore di raccontare le mie emozioni, qualunque esse siano».
Un ultima domanda: avresti scritto lo stesso "Popolare" se non fossi mai stato a New Orleans?
«No, impossibile. Perché questo posto mi ha chiamato. Ci sono venuto per caso perché avevo una settimana libera, poi appena tornato a Milano ho sentito l'urgenza di rivivere New Orleans e mi sono fermato per altre due settimane. Dopo essere ripassato da Milano per qualche giorno eccomi ancora a New Orleans adesso. Ho capito che in questa città c'è qualcosa che mi piace, che mi riguarda. In Italia io non sono così festoso, sono molto pigro, qui invece non vedo l'ora di buttarmi per strada a festeggiare. Questa città mi sta tirando fuori qualcosa che si era sopita, che non sarebbe mai potuta riemergere altrimenti».













