Damiano David è tornato, solo. Non c'è il basso di Victoria de Angelis né la batteria di Ethan Torchio o la chitarra di Thomas Raggi: esce venerdì 16 maggio, Funny little fears, il primo progetto solista interamente in inglese del leader dei Måneskin. Se non usiamo il prefisso "ex", un motivo c'è. Lo scopriamo quando ci sediamo di fronte a lui nei Forum Studios di Roma per incontrarlo tra le stanze dove hanno composto e registrato alcuni dei più grandi maestri della musica italiana e internazionale.

Damiano è disponibile a parlare di ogni argomento, anche i più spinosi. Sa che la domanda sulla sua scelta di intraprendere il percorso individuale, dall'altra parte del mondo, arriverà. Non solo, gli chiediamo se ci sono stati mai momenti in cui ha pensato di fare la scelta sbagliata, se è sempre stato convinto di prendere questo percorso da quando ha iniziato a scrivere.

«Il momento più difficile del processo di scrittura dell'album è stato quando avevo 7/8 canzoni, l'album lo avevo iniziato, c'ero dentro con tutte le scarpe e lì, a quel punto mi sono chiesto: "Ma io sono capace senza la band, senza la fiducia che ho da loro e il sostegno che i ragazzi mi danno?". Mi sono sentito di non essere abbastanza. Poi ho capito che le due cose vivono di vita separata, non le confronto a livello qualitativo né di sentimento, sono due parti ugualmente reali di me. In questo momento specifico sto mostrando questo lato, contenuto nel disco, perché è quello che ritengo più vero».

C'è sempre tempo per scompigliare le carte in tavola e cambiare direzione, a 26 anni sarebbe strano il contrario: per Damiano e i Måneskin, sono gli anni in cui si fanno i conti con la trasformazione, un processo continuo che a quell'età sembra mettere ogni volta davanti a una scelta che dev'essere definitiva, per forza. Come se poi non si potesse mai tornare indietro. Damiano invece ha capito una grande verità: tutto può convivere, la sua carriera da solista non deve per forza prevedere una rottura con il progetto corale. «Ho 26 anni e sto cambiando, sono cambiato e cambierò di nuovo. Questo lavoro mi ha permesso di vedere il mio potenziale in modo più chiaro, quando si tornerà alla band il mio potenziale lo vedrò più grande, ora mi ritengo un artista migliore di prima».

E continua: «Non credo che quello che abbiamo fatto con la band possa essere oscurato né da me né da nessun altro. Penso che, sia in cuor mio e in cuor nostro, sia a livello proprio di dati, un'esperienza unica, rara, bellissima, un allineamento di pianeti stupendo e qualsiasi cosa succeda, anche se con i Måneskin non dovessimo più pubblicare mai più una canzone di successo, ci sarà per sempre comunque quello che abbiamo creato, il rapporto che c'è fra noi e quello che abbiamo condiviso. Quindi non mi pongo il problema di oscurare nessuno, perché ho grandissima fiducia e rispetto in quello che abbiamo fatto con la band e sto costruendo fiducia verso quello che sto facendo da solo».

Sceglie altre sonorità per Funny little fears e il rock lo lascia all'altra parte di sé, altrettanto importante, ma oggi non prevalente. D'altra parte, come dice lui, «Non vado a rubare a casa mia», come a dire che non c'è nessun motivo per pubblicare un disco che si rifaccia al progetto Måneskin, anche se visto il successo poteva essere una scelta facile, sicura, un modo quasi scontato di ottenere ascolti.

Damiano sceglie di cambiare totalmente rotta e virare verso il pop: l'ispirazione al rock nel nuovo disco c'è e si sente, ma è il vintage rock delle origini, nato in quegli Stati Uniti dove oggi vive e lavora. Nelle 14 tracce, poi, c'è ampio spazio per il pop, che prende la forma delle ballad d'amore, «imparagonabili», per affetto e per scelta stilistica, ai grandi successi che lo hanno portato sui palchi di tutto il mondo insieme a Victoria, Ethan e Thomas. Il rock e il pop; Måneskin e Damiano; Funny little fears e Rush!, Teatro d'ira e gli altri progetti musicali del gruppo, due metà di un cerchio che a un primo ascolto sembrano poter convivere perfettamente nell'universo del mercato internazionale.