NEW NAME, NEXT HYPE è la nuova rubrica di Cosmopolitan Italia in cui ci mettiamo in gioco e facciamo una scommessa: chi saranno i grandi artisti del futuro? Nomi emergenti da conoscere, voci singolari, talenti innati. Ci piace pensare di ricoprire un nuovo ruolo: quello di talent scout. Vi presentiamo i nostri pupilli, fatene buon uso.
«False aspettative, le sento anche ora che non posso bruciare le tappe da sola» così Yaraki canta all'inizio del suo nuovo singolo "TTXTE", pubblicato il 2 maggio, in equilibrio tra un beat spensierato e riflessioni profonde, nel perfetto riassunto della sua personalità artistica. Per capire le diverse sfumature di Yaraki, nome d'arte di Yara Smedile, artista itali-brasiliana classe 1999, bisogna partire dal principio, da quando aveva 7 o 8 anni e il suo approccio alla musica cominciava a formarsi. Mi racconta quando la raggiungo via Zoom: «A casa cantavo sempre e ascoltavo un sacco di musica, Tiziano Ferro soprattutto, e mentre ascoltavo spesso mi mettevo a trascrivere i testi».
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All'anima pop si accosta presto quella rap, dice Yaraki: «Mio fratello maggiore è sempre stato appassionato di rap e io lo vedevo a casa che rappava, scriveva, poi andava a fare freestyle in giro per il quartiere. Così ho assimilato il suo mondo e ho trovato il mio». A 12 anni, Yaraki chiede alla madre di poter frequentare lezioni di canto, e, poco tempo dopo, insieme agli amici del liceo tutti amanti della musica, Yaraki canta e scrive e crea lentamente il suo mondo: «La mia storia con la musica in realtà dura da sempre e la scrittura è la cosa a cui tengo di più. Ho cominciato quando avevo 15 anni quindi, pensandoci bene, sono giusto dieci anni che sto scrivendo, caspita».
La strada di Yaraki si fa più concreta nel 2022, quando pubblica il suo primo singolo ufficiale, "Fatti di più", e si confronta con i primi palchi importanti, in apertura di Frah Quintale, IRBIS 37 e, successivamente, al MI AMI Festival del 2024. Il 2024 è anche l'anno del suo primo Ep, Piazza Samba, in cui mostra tutta la sua abilità nel trasformare pensieri negativi in energia positiva: «Io mi so crogiolare benissimo, sono nella mia sad girl era, però lo faccio a casa, poi appena arrivo in studio mi parte questo funk, questa cosa che mi fa rigirare le sensazioni».
Per la verità, ci racconta, anche il palco è un ottimo luogo per far esplodere la sua energia e lo è da sempre, anche se oggi ha imparato a gestire meglio i ritmi e il contatto con il pubblico. Tra la primavera e l'estate, Yaraki sarà impegnata in diverse date in giro per l'Italia: si parte il 7 maggio da Mola di Bari e si chiude il 30 agosto al Lasciati Fiorire Festival di Firenze, passando per Bologna, Roma, Mantova e molte altre città.
Parlando dei tuoi primissimi live: qual è stato il momento più bello?
Ricordo i primissimi live ai tempi del liceo: insieme a un'amica andavamo in giro per la provincia a suonare, un po' di cover, un po' di brani nostri che erano freestyle. Il primo vero live con una canzone che ho scritto e prodotto, in realtà io l'ho fatto con Angelina Mango, perché eravamo in liceo insieme. Lei faceva questo suo live e, dato che avevamo questo brano, insieme allora sono andata con lei. E mi sono impappinata a un certo punto, l'attacco non l'ho preso perché non avevamo nemmeno fatto le prove, ma dopo un primo momento di confusione sono entrata nel pezzo tranquillamente. È stato emozionante, perché quando mi esibisco live c'è una parte di me che, condivisa così, mi fa vibrare in modo particolare. E comunque, secondo me, è più facile cantare davanti a 4.000 persone che davanti a 10.
Ah sì? Come mai?
Perché le 4.000 non le puoi guardare tutte negli occhi, e invece alle 10 sì, e lo capisci subito se la tua musica sta funzionando o no.
Guardando all'Ep Piazza Samba: in che modo l'influenza sonora brasiliana si mescola con quella milanese?
Il sound, gli strumenti, la musicalità che uso sono brasiliane, perché le trovo un po' più articolate, un po' più movimentate, dai colori più particolari. Il racconto che faccio invece è metropolitano, urbano. È il mio istinto che mi dice di mischiare le due cose, perché il mio corpo ha voglia di muoversi, ma la mia mente ha bisogno di raccontarsi, e quindi le mie canzoni cercano di creare questo.
In "La Corsa" c'è un mantra che ripeti «male non fare, paura non avere»: da dove viene?
Le mie canzoni hanno sempre delle storie da raccontare. Nel caso di "La Corsa", io facevo l'animatrice e la guida per il WWF e mi trovavo sul Monte Bianco con dei bambini e tra questi c'era Fabio, un bambino di Roma, che a un certo punto se ne esce con questo detto
«male non fare, paura non avere». Allora io, che mi appunto tutto quello che mi ispira, mi sono iscritta questa frase. Era un periodo in cui leggevo tantissimi quotidiani del Brasile, perché volevo conoscere meglio la situazione, informarmi, capire il contesto. Quando mi è venuto l'istinto di parlarne in una canzone, che sarebbe diventata "La Cura", ho riaperto le note del telefono e ho visto questo motto «male non fare, paura non avere». Mi è sembrato perfetto.
"Malattia": che evoluzione rappresenta nella tua musica?
Anche "Malattia" nasce da una frase che ho sentito mentre camminavo, con una figlia che dice alla madre «l'università è una malattia». Poi, dopo qualche giorno, ero al telefono con un vecchio amico che mi dice: «ragazzi il razzismo è una malattia». Così ho cominciato a scrivere questa canzone, che dà un po' il via a una serie di nuovi brani più critici, più oscuri rispetto a Piazza Samba. Ho più voglia di raccontare, di parlare della società: in musica si parla tanto dei sentimenti, ma poco dei fatti.
C'è un tema sociale, qualcosa che ti ha fatto particolarmente incazzare e di cui poi hai parlato o parlerai?
Io parlo moltissimo della paura del futuro, delle aspettative che abbiamo su noi stessi, quelle della società, dei genitori. Parlo tanto dei giovani, cioè di noi, che abbiamo deciso di affrontare questa vita con i cellulari che ci aiutano e che ci fottono. Parlo di amori tossici e salute mentale, della depressione e del suo costo economico, sociale, relazionale.
Quando suono dal vivo "Malattia", prima di cantarla solitamente faccio partire un audio di una mia amica che parla del Bonus Psicologo, dove dice che anche l'esperto proposto dall'ASL costa troppo e che si vede costretta a raccontare i fatti suoi al muro, perché non si può permettere la terapia. Insomma, nei miei brani cerco di affrontare questi temi, ma non in modo triste, in modo concreto.
A livello di sound qual è stato il lavoro per "TTXTE"?
È particolare perché ho iniziato a scriverlo su un type beat preso da YouTube che era emo trap, poi ci ho lavorato su Voloco con le cuffie del telefono e l'ho portato a Edoquarto, il producer che ci ha lavorato. Dopo un po' di tempo è tornato da me con questa produzione che tira fuori una sfumatura di me che mi piace tantissimo e che era uscita un po' anche in "Senza confini". A livello di produzione poi sto provando a lavorarci sempre di più anche io e in "TTXTE" ci sono idee curate da me, come i cori nell'ultimo ritornello, le sporche, il fischio finale.
Cosa arriverà dopo "TTXTE"?
Pezzi nuovi, perché in questo momento sono entrata nel varco di luce (ride, ndr), perché è un periodo in cui scrivo e sono contenta di ciò che esce, non c'è roba da sistemare, riesco a esprimere quello che voglio dire, la mia storia. E poi nei prossimi brani non sarò sola, avrò delle canzoni dove non sarò da sola.
Ci saranno dei feat interessanti quindi...
Finalmente anche gli altri potranno vedere chi conosco, perché poi io conosco tantissimi artisti, tantissima gente, però non sono ancora arrivata in quella fase dove escono le canzoni, invece, guarda, proprio ora, sono in studio con uno dei miei prossimi featuring. Il momento di pubblicare questo lavoro sta arrivando, e sarà proprio bello, perché nessuno se lo aspetta, e a quel punto dirò: pensavate che stessi dormendo?















