Negli uffici di Warner Chappell Music a Milano, incontriamo Carl Brave in un momento chiave del suo percorso artistico: l’uscita di Notti Brave Amarcord, il nuovo album disponibile ovunque da venerdì 25 aprile, un progetto che scava nel passato per raccontare il presente con occhi nuovi. In questi due anni di silenzio, Carl Brave ha scritto, viaggiato, ascoltato, sperimentato. Il risultato è un album che fonde nuove sonorità elettroniche con l'inconfondibile stile che lo ha reso uno dei nomi più originali della scena italiana. Atmosfere più cupe, beat inaspettati, ma anche testi che sanno di vita vera, di memoria, di consapevolezza. La sua storia musicale affonda le radici nella scena romana, dove ha lasciato il segno già nel 2017 con Polaroid, il disco realizzato insieme a Franco126, diventato in poco tempo un cult generazionale. Da lì, una serie di collaborazioni che hanno arricchito il suo percorso: da Elisa a Coez, da Noemi a Elodie, fino a Fabri Fibra e Mara Sattei.

Una traiettoria costruita su incontri e collaborazioni sonori, che hanno sempre rispettato il suo stile unico, a cavallo tra urban, cantautorato e pop. Il suo ultimo progetto, invece, è la volta del ritorno al rap: Notti Brave Amarcord è un diario in musica, dove ogni traccia è un frammento di vissuto, un'immagine. Per farlo Carlo Coraggio è tornato alle sue origini nel genere con cui ha iniziato, ma con una nuova lucidità e profondità emotiva. È un lavoro maturo, riflessivo, che parla di nostalgia ma anche di crescita. In questa chiacchierata esclusiva, Carl Brave ci racconta cosa significa per lui questo disco, come è nato, e cosa ha scoperto tornando indietro per poter andare avanti.

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Courtesy Ufficio Stampa
La copertina dell’ultimo album di Carl Brave, Notti Brave Amarcord, in uscita il 25 aprile

Partiamo dagli inizi, i ragazzi della 126 li senti ancora?

«Sono cambiati come cambiano i rapporti tra vecchi amici, amici dell’adolescenza. Ognuno prende la sua strada, comincia a pensare un po’ di più a sé, alle proprie cose. È normale, no? Prima hai molto più tempo libero, fai tante cose insieme, poi ognuno ha le proprie idee, passioni… e per coltivarle devi andare da un’altra parte».

Riuscite ancora a vedervi?

«Sì, certo. Chi più, chi meno».

Cosa ricordi del grande successo del primo album con Franco126?

«È stato un periodo bellissimo. Facevamo musica per passione, poi boom… ci è esplosa tra le mani questa cosa. Ricordo un concerto all’On The Rocks a Testaccio: il posto teneva 100-150 persone, se ne presentarono 500. Una folla assurda. È stato tutto positivo, una botta di adrenalina. Ci siamo divertiti tantissimo, anni super punk».

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Courtesy Ufficio Stampa

E poi l’idea di separarvi?

«In realtà non ci siamo mai “separati” perché non siamo mai stati un duo. Siamo partiti da soli, ognuno faceva la sua roba. Ketama all’inizio era il mio produttore. Poi ci siamo incrociati tutti, featt artistici, amicizie... È stato naturale che ognuno proseguisse per conto suo».

Su cosa ti sei concentrato dopo quell'esperienza?

«Dopo Polaroid, ho cominciato a sperimentare: Notti Brave, musica elettronica, Sotto Cassa, Coraggio… Mi piace sperimentare, mi piace fare musica, punto. Questo nuovo disco, Notti Brave Amarcord, per me è un ritorno a quella sincerità pre-Polaroid, quando facevo musica senza regole. Il disco non ha strutture canoniche. Ho fatto tutto come mi pareva. Non segue i generi, parla di me. Ogni cosa scritta è qualcosa che ho vissuto personalmente. È una biografia sincera, come agli inizi, quando hai tutte le idee di una vita da riversare in un disco».

La sincerità è il lusso di chi ormai è affermato?

«Sì, ma non è che prima non l’ho fatto perché non potevo. È che questo tipo di ispirazione arriva quando arriva. Penso che ogni artista ricerchi sempre l'ingenuità iniziale, che poi inevitabilmente un po’ perdi con il tempo».

E la sincerità è solo nei testi o anche nella produzione?

«Anche nella produzione. Il disco è molto vapour, con molti pad larghi che fanno sognare. Tutto il disco è in reverse, perché parlo di cose passate. Ogni suono è costruito al contrario per evocare quel senso di nostalgia».

C’è la mano di Pretty Solero?

«No, questo l’ho fatto tutto da solo. Però ci sono altre voci nel disco: amici, gente normale. Non cantanti».

La copertina è una fotografia. Me la racconti?

«Sì, è una foto della mia prima casa, con mia madre. C’erano anche dei gabbiani disegnati da mio padre. È l’inizio di tutto, un nuovo inizio».

Ti senti in una nuova fase?

«Sì, musicalmente sicuramente sì. Personalmente è più un continuo, non sono più quello di prima, cresco, maturo, si aprono nuovi capitoli della mia vita, ma è un flusso che non si ferma mai e quando iniziano nuovi capitoli forse te ne rendi conto dopo, non mentre stai innescando il cambiamento dentro di te».

Oggi hai 35 anni, senti la pressione delle scelte e del tempo che passa?

«Cambia tutto. A 35 anni magari alcuni prendono una direzione diversa. Devi fare delle scelte. Io mi lascio galleggiare dalla vita, poi ci penso e gestisco».

E il mondo dello spettacolo, con tutte le aspettative?

«Non lo vivo male. Ho un po’ d’ansia prima di salire sul palco, ma poi passa. È l’ansia buona, quella che ti fa preparare meglio».

Raccontami il tuo rapporto con il live e con i fan. Roma ha un posto speciale?

«Roma è la città più importante per i miei concerti, inutile negarlo. Io ho puntato tanto sul live, di questo disco. Cerco di fare tante cose diverse: un po’ di elettronica, un po’ rap, medley di pezzi vecchi… È una cosa complessa. Sto ancora capendo come portare sul palco, visto che l'album ha tre suoni e io ho 11 musicisti».

Ci saranno ospiti nei live?

«Sì, certo. Anche se nel disco non ci sono feat, nei live chiamerò sicuramente amici e colleghi».

Nel disco nuovo c’è anche Sarah Toscano?

«Sì, è l'ultimo brano, quello più felice che esula un po’ dal mood malinconico del resto. È il mio ultimo sorriso, la sigaretta prima di tornare a casa».

Il disco è malinconico. Ti manca qualcosa di quel periodo?

«Non è che mi manca… ma i ricordi funzionano così e io vivo tanto nel passato, è la mia base emotiva. La malinconia è inevitabile».