Federica Abbate è un unicum nel mondo della musica di oggi, lo è in quanto cantautrice e in quanto donna. È difficile calcolare quanti dischi di platino abbiano ottenuto le canzoni che ha scritto in questi anni (aveva 23 anni quando ha iniziato, oggi ne ha 34) per i nomi più importanti del panorama musicale italiano - per citarne alcuni: Elodie, Emma, Fedez, Geolier, Laura Pausini, Irama, Rocco Hunt, Massimo Pericolo.

Non sappiamo come riesca ad avere in mano la chiave della prossima hit, ma una cosa è certa: Federica custodisce gelosamente la formula del successo, insieme a pochissimi altri nomi della scena cantautorale italiana, quasi tutti uomini. Un Olimpo a cui pochi hanno accesso e che abbiamo imparato a conoscere anche grazie a Sanremo per cui quest'anno Federica Abbate ha firmato ben sei dei trenta brani in gara (“Febbre” di Clara, “Battito” di Fedez, “Eco” di Joan Thiele, “Fuorilegge” di Rose Villain, “Amarcord” di Sarah Toscano e “Anema e core” di Serena Brancale).

Dopo aver prestato le sue parole agli altri, oggi è tornato il momento di tornare a scrivere e cantare per sé, un percorso iniziato con l'album Canzoni per gli altri (2023), che oggi si arricchisce di una nuova fase creativa con "Tilt", il suo nuovo brano in uscita per Warner il 18 aprile, che risponde all'esigenza di dover esprimere il proprio mondo interiore. Scritto in poche ore, la canzone viene insieme a tanti altri testi scritti e prodotti in un solo mese e che speriamo di ascoltare presto, «perché le cose che vengono di getto sono le più sincere», come afferma durante l'intervista.

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Courtesy Ufficio Stampa

Partiamo dal tuo nuovo progetto. Com’è nato “Tilt”?

«La gente ha una paura fottuta di andare in tilt. Del blackout. Di quel salto nel vuoto che significa lasciare andare un pezzo di sé, una persona, o magari chiudere un capitolo della propria vita in cui ormai non ci stai più. Invece io il tilt lo vedo come qualcosa di necessario. È vitale. È come quando un corpo ha un problema fisico e ha bisogno di un’operazione: soffre, si rompe, ma poi guarisce. Se non ti rompi, non ti rimargini nemmeno. E se non ti rimargini… vuol dire che sei morto. Il tilt è un segnale che sei vivo».

Quindi è quasi una ricerca consapevole, non una cosa da evitare.

«Sì! Io tutto ciò che mi manda in tilt lo rincorro, lo cerco, lo voglio. Mi fa paura, certo. Ma è proprio lì che mi sento viva. La musica mi manda in tilt. Il mio progetto da solista mi manda in tilt. Mi fa una paura assurda, ma non ho paura della paura. È quella paura che ti spezza, sì, ma ti cambia, ti fa fare il salto. A volte significa lasciare dietro un pezzetto di te, o qualcuno.

E quante donne, parliamoci chiaro, e lo dico a te che sei donna, rimangono bloccate in situazioni che non le rispecchiano più, perché hanno paura del vuoto?».

Il brano sembra parlare d'amore.

«Sì, ma è solo un pretesto. La canzone parte dall’amore, ma è un inno all’autenticità, alla vita vera. Quando dico “Non voglio tenere insieme tutti i pezzi della mia vita”, sto parlando di libertà. Di vivere per davvero, anche se vuol dire rompersi. Anzi, proprio perché vuol dire rompersi».

E il brano? Quando hai capito che volevi scriverlo per te e non per qualcun altro?

«È arrivata un’urgenza. Dopo l’album Canzoni per gli altri, in cui ero a metà tra autrice e cantautrice, ho sentito il bisogno di raccontarmi per davvero. Di scrivere senza filtri. Scrivere per altri è bellissimo, ma stai sempre in punta di piedi dentro la sensibilità di qualcun altro. Io invece volevo buttare fuori quello che avevo dentro.

E lì è arrivato l’incontro con Cripo (produttore, ndr). Ci siamo chiusi in casa mia in campagna per qualche giorno. Tutto a flusso libero. Le canzoni sono uscite così, tutte insieme. Non ci ho pensato troppo, non ho fatto calcoli. Era solo verità».

Quindi c’è già un progetto più ampio dietro “Tilt”?

«Sì, ci sono tante altre canzoni. Non so ancora che forma prenderanno, se sarà un album o meno, ma esistono. Sono tutte parte di questo percorso molto più personale. In Canzoni per gli altri ero ancora un po’ in transizione. Qui invece ho proprio cambiato pelle».

Se dovessi darmi un’immagine per descrivere i due progetti?

«Canzoni per gli altri era un limbo. Una terra di mezzo.
Un po’ come un serpente che sta cambiando pelle, ero ancora legata al mio lato da autrice.

In “Tilt” invece c’è una nuova pelle. Una nuova me.
Più spigolosa, forse, ma anche più vera, più luminosa. Più consapevole. In quel disco ero ancora un po’ timorosa, qui invece ho messo i piedi per terra e ho detto: ok, questa sono io».

Quando scrivi per gli altri, invece? Cosa ti serve per riuscire a interpretare il loro mondo?

«Tantissima empatia. Devi sentire la temperatura emotiva della persona, del momento, del mercato. E io ormai ho una confidenza reale con tanti artisti, quindi c’è anche un rapporto umano, che aiuta tantissimo. Quando scrivo per me, invece, è puro caos ordinato. Nessun filtro. Nessuna regola. È un’empatia rivolta solo a me stessa».

Scrivere per gli altri ti ha aiutata a crescere anche come artista?

«Tantissimo. Mi ha messa in mille situazioni scivolose, mi ha insegnato a stare in equilibrio sull’impossibile. Ho imparato la tecnica per dire esattamente ciò che penso, come voglio dirlo. E oggi, grazie a quel percorso, ho trovato la mia voce».

Marracash in un brano recente scrive: «Ti ricordo, bimbo, chi saresti con 'sta sberla, Senza Sanremo, senza l'estivo, senza Petrella», parlando di un mondo musicale in cui ormai pochi autori sono responsabili della reputazione di tutti gli artisti sul mercato. Cosa ne pensi, visto che rientri tra questi nomi?

«Alla fine, se ci pensi, Sanremo è sempre stato così, una fila di nomi, spesso ricorrenti, perché alcuni autori si sono guadagnati un posto. Siamo ragazzi che sono arrivati imponendosi. Ci siamo guadagnati un posto. Personalmente, non sono figlia di nessuno che fa musica. Anche chi magari lo è, comunque ha dovuto imporsi. A volte, anzi, è ancora più difficile se sei "figlio di", perché le aspettative sono altissime.

Chiunque vedi oggi avere successo in questo ambiente se l’è guadagnato con i denti. Nessuno ti regala niente. E se arrivi a certi livelli è perché hai un talento e una determinazione fuori dal comune. È così che guadagni la fiducia di un artista, di una casa discografica. È tutto basato sui risultati. E poi, ci sono anche dinamiche umane: l’artista si affeziona a te, tu ti affezioni a lui. Siamo persone estremamente talentuose, estremamente forti. E proprio per questo ci si impone, le canzoni parlano da sole.

In Italia si parla poco di meritocrazia, ma forse bisognerebbe iniziare a farlo. Perché chi si è imposto nel mercato, l’ha fatto con canzoni forti. E se le canzoni non sono forti, non è che il cantante ha la pistola puntata alla tempia per cantarle. Le sceglie lui».

La critica sembra anche insinuare che gli artisti oggi non scrivano più i propri brani.

«Riguardo allo stato della musica e al fatto che oggi pochi artisti sembrano anche cantautori… in realtà lo sono più di quanto si pensi. Solo che oggi si scrive spesso in gruppo. La creatività è diventata un processo collettivo.

Quando vedi sei, sette, otto nomi nei crediti, è perché magari un’idea nasce da una persona, poi un altro aggiunge qualcosa di fighissimo, poi arriva l’artista che ci scrive sopra la strofa… È un lavoro di squadra. E io credo che la cosa più bella della creatività sia proprio questa: non c’è egoismo, non c’è egocentrismo. C’è uno spirito di condivisione. L’unico obiettivo è fare una bella canzone. E questo, per me, è un buon segno: vedo un mondo musicale pieno di collaborazioni, di punti di vista interessanti, di persone che hanno davvero qualcosa da dire e da dare. Gli artisti oggi sono sempre più coinvolti nella scrittura. C’è molto meno atteggiamento passivo rispetto al passato, e sempre più partecipazione attiva».

Torniamo un attimo indietro. Ti ricordi il momento in cui sei entrata nel mercato musicale mainstream?

«Ho iniziato scrivendo. Solo scrivendo. Avevo una passione maniacale per la melodia. Poi, un giorno, quasi per caso, è uscita “Nessuna canzone d’amore” (successo scritto e interpretato insieme a Marracash, ndr). Fino a quel momento non avevo mai cantato neanche davanti a mia madre, eh. Avevo 23 anni. Non c’era nemmeno il mio nome sul pezzo, perché non mi sentivo “artista”. È stato come cadere nel vuoto. Come un tilt. Ma quella paura lì… mi ha fatto capire che era una strada che volevo percorrere».

C'è un/un' artista con cui ti piacerebbe fare un featuring?

«Guarda, per adesso no. Ho scritto talmente tanto per me questa volta, che non ci ho proprio pensato. Se ci saranno dei feat, verranno dopo. Prima dovevo dire tutto quello che avevo da dire, da sola».

C’è qualcuno per cui ti piacerebbe scrivere e ancora non è successo?

«Jovanotti. Mi piacerebbe tantissimo, anche umanamente. Mi sembra una persona bella, vera. Chissà».

E tra le donne nella musica, a che punto siamo in Italia? Sopra e sotto il palco.

«Rispetto a quando ho iniziato io, abbiamo fatto passi da gigante. All’epoca mi interfacciavo con pochissime donne. Ora ce ne sono tante, super forti, con un’identità bella netta.

E soprattutto c’è una cosa bella: non c’è più competizione. C’è rete, sorellanza, unione.
Si è visto alla cena organizzata da Spotify per Equal, dove ci siamo ritrovate tra donne, e si è creata un’energia pazzesca. Non c’è più la gara, ma il sostegno reciproco. Che in un mondo difficile come questo è fondamentale».

C’è differenza tra scrivere per un uomo e per una donna?

«Sì, soprattutto sulla melodia.
Le vocalità femminili sono più elastiche, puoi permetterti linee più “roller coaster”. Con gli uomini, invece, soprattutto se fanno rap spesso hanno range più limitati, devi lavorare su melodie più essenziali. Poi, certo, se sei Mengoni, è un altro discorso… lui ha un Ferrari in gola».

Ultima domanda: che messaggio lascia “Tilt”?

«Che il tilt ti salva. Ti spezza, ma ti rigenera. Il buio non è la fine. È il passaggio. Attraversalo, abbi il coraggio, e dall’altra parte troverai te stessa, e ti scoprirai all’altezza di ciò che desideri essere».