Ho iniziato alle medie ad ascoltare Fabri Fibra. Nel 2006 ero una ragazzina di 11 anni; dopo un periodo passato a collezionare alcuni – pochissimi – compact disc (Avril Lavigne Let Go e Under My Skin, Hilary Duff Most Wanted e Guilty dei Blue), come gran parte dei miei coetanei, ho preso confidenza con eMule. Dal walkman rubato di nascosto ai miei genitori sono passata in fretta alla musica streammata liberamente dal computer portatile di famiglia. Eravamo io e mia sorella in cameretta; ogni volta che entrava mia madre, ci rincorrevamo per abbassare il più in fretta possibile il volume di Tradimento – chi c'era sa perché. Non ricordo se è iniziata sulle note di Mal di stomaco la mia ossessione per la musica forse è stato prima, considerati i miei daddy issues e il passato da polistrumentista di mio padre ma l'amore per l'hip hop, credo proprio sia nato così.

Ho trascorso i successivi mesi nell'anonimato di giorni e notti passati a mettere play su minuscoli mp3 a infiniti brani di tutti i possibili generi; potevo stare ore immobile ad ascoltare album interi sono pigra, è vero, ma forse mi piacciono anche i suoni e le parole (mi piace tutto, fra le altre cose ho una preferenza decisa per il rap e una discreta conoscenza di tutto quello che è successo dagli Anni '60 in poi con il rock'n'roll, una fascinazione smodata per il jazz, un'irrimediabile crush per le ballate romantiche e il cantautorato di protesta) –, poi, sono cresciuta in una ragazza adolescente carina, ambiziosa ma forse un po' insicura di sé (daddy issues). Su Facebook ero "diventata fan" il like dell'epoca di una pagina chiamata semplicemente Old School, probabilmente un profilo che condivideva contenuti legati alla cultura hip hop, in particolare alla sua vecchia scuola (il primo periodo di sviluppo di questo genere; da purista, se vogliamo). Non dimenticherò mai un mio conoscente, un ragazzo un paio di anni più grande di me, che all'epoca faceva l'MC, commentare pubblicamente sulla mia bacheca, sotto all'indicazione che segnalava il mio nuovo interesse per quell'account: «Ma se non sai nemmeno cos'è l'hip hop».

In quel momento ho iniziato a capire che nessuno voleva vedere le ragazze affiancarsi alla musica o, quantomeno, a tutta quella che non fosse pop. A nessuno piacciono le ragazze che danno fastidio e io, ovviamente, volevo piacere, soprattutto a chi mi piaceva. Ho presto preso le distanze da qualsiasi sogno avessi di associarmi per vocazione, o professionalmente, a chitarre, pianoforti, bassi, percussioni e microfoni ci sta che pure non fossi troppo portata , ma questa cosa che mi faceva vivere non se ne andava. Ero in costante connessione con la musica.

Siccome l'umiliazione di quell'episodio sui social network pesava ancora sul mio piccolo cuore di sedici o diciassettenne, ho iniziato a pensare di avvicinarmi a quella che era, e forse ancora è, la mia vera passione, in modo diverso. Volevo davvero farne parte. Nel piccolo centro tra le montagne dove sono diventata grande c'era un gruppetto di maschi che se ne intendeva, ne sapeva e ne capiva (o almeno così pensavo) più di chiunque altro in fatto di canzoni. Sia passivamente, nel senso che erano ottimi ascoltatori che si impegnavano in una continua ricerca nelle nicchie più nascoste di internet, che attivamente, cioè da interpreti, cantanti, rapper o produttori di beat. Forse erano gli unici, in paese, che avevano anche un gusto tendente alla black music, prima ancora di Kanye, prima che l'hip hop diventasse veramente di tutti, mainstream anche in Italia. L'idea, mia e delle altre ragazze con cui passavo ogni istante della mia vita, era quella di diventarci amiche; il segreto era quello di rubargli lo swag e vivere di quella coolness, perché da sole non avremmo potuto. O comunque non sarebbe stato così facile, immediato; di certo non volevo essere screditata ad ogni mia mossa.

Nei campi male-dominated, se si è femmina, si eccede solo in determinati casi, e si tratta comunque di rompere il soffitto di cristallo. Bisogna inoltre dimostrare di essere degne di poter svolgere quell'attività. La stessa cosa, tuttavia, non vale quasi mai al contrario: non conosco un solo ragazzo appassionato di musica che nella sua vita non abbia mai fatto parte di una band, metallara o punk, oppure reccato imbarazzanti barre improvvisate, luoghi-comuni obsoleti e sopravvalutati, e per altro male, sul più becero dei type-beat. Non conosco nessuno che non si sia mai improvvisato dj rovinando il mood dei party più belli. Non sono mai stata ufficialmente "la fidanzata di" un musicista (al massimo qualche notte ne sono stata l'amante), ma capisco bene cosa significhi essere una femmina e volere a tutti i costi qualcosa che gli altri non ti vogliono lasciare. Io, alla fine, sono diventata una che, per lavoro, scrive; mi veniva facile – forse sono anche più portata in questo che nelle pratiche vicine alla musica –, ma soprattutto nessuno mi ha mai detto: «Sei una ragazza, cosa cazzo vuoi capirne», come invece avveniva ogni volta che con suddetti amici si parlava delle ultime uscite o degli show musicali del momento (nel mondo letterario non mancano i bias di genere, ma non mi dilungherò a riguardo in questa sede). Quando hanno capito che quella dello scrivere era la mia cosa, gli stessi hanno cominciato a rispettarmi. Tuttavia c'è chi ha, o ha avuto, più coraggio di me. Si chiamano groupies.

Nel suo secondo libro, Una sigaretta accesa al contrario (Fandango, 2023), Tea Hacic racconta la storia semiautobiografica di Kat, una teenager croata, figlia di genitori immigrati negli Stati Uniti, che si fa strada all'interno della punk-rock scene dei primi Anni Duemila in North Carolina. «È un'outsider, è la più "sfigata" del gruppo. I suoi amici sono più hardcore di lei: non hanno famiglia, si drogano, sono maschi», mi raccontava l'autrice riguardo la sua protagonista, in una vecchia intervista per Wu Magazine. Kat, ad un certo punto del racconto, diventa una groupie. «Il libro parla un po' di questo: una ragazza per essere cool deve stare insieme a un ragazzo cool. E lo deve fare con il sesso, deve essere la sua groupie. Nessuno dà credito alle ragazze in generale, soprattutto il rock and roll. Senza le donne che si sono innamorate di loro, i Beatles non sarebbero esistiti, così come i Rolling Stones e i The Stoogees. Le ragazze sono il motivo per cui esiste la cultura pop». Negli anni in cui il rock è diventato una cosa, «era impossibile, per una donna, essere una rockstar. Ovviamente c'erano Debbie Harry e Patti Smith, ma nemmeno loro venivano considerate tali. Erano semplicemente delle "musiciste femmine". Secondo me la prima vera donna rockstar è stata Courtney Love e, infatti, il mondo l'ha distrutta».

In It's a man's man's man's world: Music groupies and the othering of women in the world of rock del 2017, Gretchen Larsen analizza come l'etichetta "groupie" sia stata utilizzata per emarginare le donne dalla produzione creativa nel rock. Nel saggio, la studiosa esamina tale definizione, consolidata a partire da un articolo di Rolling Stone del 1969 scritto da soli uomini, che dipingeva la groupie come «una specie di fan femmina interessata più al sesso con le rockstar che alla loro musica», vista come «facile» e ignorante in fatto di musica. Questa rappresentazione altamente sessualizzata e dispregiativa è diventata la visione dominante, una che riduce di fatto le donne a un ruolo guidato solo dal sesso e le esclude dalla partecipazione produttiva. Estendendosi oltre al rock in altri male-dominated field, il fenomeno delle groupie ha negli anni contagiato un'altra delle culture che possono dimostrarsi più machiste e misogine di tutte, e ovvero quella dell'hip hop, specialmente nel caso del graffitismo, uno dei suoi quattro ambiti espressivi insieme al djing o turntablism, al rap e alla break dance. In questa scena, infatti, anche nella più moderna delle Milano, questo concetto è ancora molto diffuso, sia tra uomini che tra donne, come mi racconta S., un amico writer. Larsen argomenta che un'etichetta simile funge da pratica di "othering" (alterizzazione), per mantenere il rock – di conseguenza, anche gli altri campi in cui il termine si è diffuso – un dominio esclusivamente maschile, rafforzando la patriarchia nella cultura e confinando le donne al ruolo marginale di fan iper-sessualizzate.

Un'opinione simile era già stata condivisa anche da Norma Coates in Journal of Popular Music Studies nel 2003: focalizzandosi sulle etichette di "teenybopper" (ragazzine esaltate) e "groupie", Coates evidenzia come le giovani fan fossero etichettate dalla stampa musicale Anni '60 e '70 in modo caricaturale e grottesco, relegando la presenza femminile ai margini della cultura rock. Discutendo il ruolo della critica maschile e dei bias di genere nel consolidare queste immagini stereotipate, l'autrice nota che gli stessi hanno storicamente marginalizzato le fan e minimizzato il contributo delle donne. Pertanto, sottolinea la necessità di una lettura femminista, così da mettere in discussione una cultura che riduce le donne a ruoli subordinati, muse, fidanzate o appunto groupie, invece di riconoscerle come partecipanti attive.

Nonostante i tentativi di subordinare le donne a figure passive, queste non lo sono davvero mai state. C'è stato infatti anche chi, sprezzante di qualsiasi giudizio, ha deciso di rivendicare questa label svilente, riappropriandosene. Su tutte, Pamela Ann Miller (conosciuta con il cognome del marito Des Barres), è stata una delle groupie più iconiche degli Anni '60 e '70. Membro delle GTO's (Girls Together Outrageously), una all-girl-band di Los Angeles specializzata in psychedelic pop e spoken word, è autrice di quello che è considerato il manifesto sul groupismo: Sto con la band. Confessioni di una groupie. «Il suo sogno mi raccontava sempre Tea Hacic era quello di essere una rockstar e, per realizzarlo, ha deciso di scopare Mick Jagger, Jimmy Page e Keith Moon». Des Barres è rimasta stregata vedendo per la prima volta Paul McCartney dalla finestra di una casa di Bel Air. Da timida liceale di Redona, in California, si è incamminata verso il Sunset Strip e il Rock'n'Roll. Nei successivi dieci anni, ha flirtato con Jim Morrison, detto tre volte no a Mick Jagger prima di farselo, rifiutato Elvis Presley, avuto una storia con Keith Moon e una con Noel Redding, poi ovviamente con Michael Des Barres che è diventato successivamente suo marito. Ancora, è andata in tour con i Led Zeppelin come fidanzata di Jimmy Page, passando le serate con Cinthya Plaster Caster, altra groupie storica, che realizzava calchi in gesso dei genitali delle rock star. Era grande amica di Frank Zappa, Robert Plant, Gram Parsons e Ray Davies.

In Electric Ladyland: Women and Rock Culture (2005) Lisa L. Rhodes, pur riconoscendo le dinamiche patriarcali del contesto, mette in luce come molte groupie di fine Anni '60, con la loro attività, siano riuscite a sovvertire i ruoli di genere tradizionali, rivendicando apertamente la propria sessualità, in modo positivo. Queste giovani donne che inseguivano rockstar, vivendo la propria verità, hanno sfidato le aspettative sociali – tutto quello che ci si aspettava da loro in quanto ragazze –, mostrando orgoglio nel potere femminile. A differenza di altre donne trasgressive dell'epoca che restavano nell'ombra, le groupies sceglievano di essere riconosciute pubblicamente, facendosi fotografare e chiamare per nome. Questo comportamento – interpretabile come un'esibizione consapevole di agency femminile – secondo Rhodes, rappresentava una minaccia per la gerarchia di genere nel rock. Da lì, il tentativo di ridurre quell'autoaffermazione a stereotipo denigratorio e difendere il rock come esclusiva sfera maschile da parte dei media. Un atteggiamento che nella critica contemporanea si può ritrovare ovunque sulle riviste, sui magazine e sui giornali, in riferimento ai rapper di adesso, cioè le rockstar 2.0.

Se da un lato vi è quindi un'urgenza nel denunciare gli stereotipi che hanno accompagnato, e accompagnano ancora oggi, le donne nel panorama culturale e musicale, superando le etichette riduttive con cui spesso sono descritte – per dirla con le parole di Chloé Thibaud, queste, anche le fan, non sono «Ni muses ni groupies», come si evince dal suo saggio del 2025 che porta l'omonimo titolo –, dall'altro, non si possono screditare tutte coloro che scelgono di riappropriarsi dell'etichetta, riempiendola di nuovi significati. Se le dinamiche socio-culturali rendono più complesso a una donna fare qualcosa che le piace, forse sarebbe opportuno smetterla di incolpare chi sfrutta il sesso, o coloro che possono fare quello che vogliono senza rendere conto a nessuno, per ottenere un determinato risultato. E iniziare, invece, a lottare contro chi alimenta tali dinamiche. Almeno, nel graffitismo sembra che tutti sappiano che "fare i bocchini" serva per "andare in yard"; nella musica sono ancora convinti che alle donne piaccia stare con i rapper. Come se poi, non fossero gli uomini stessi, gli artisti stessi, a volere le groupies, salvo poi denigrarle una volta ottenute – prassi patriarcale, succede anche con i beauty standard. Lo cantava anche Lana Del Rey nel suo brano del 2017 dai toni vellutati ed eterei in collaborazione con ASAP Rocky: «You want my groupie love». Un femminismo che sia davvero tale può e deve accogliere anche tutte quelle che, come la cantautrice di Did You Know That There's a Tunnel Under Ocean Blvd ha più volte affermato di rappresentare, abbracciano la sfera più emotiva e delicata dell'esperienza femminile, che può voler dire l'essere submissive o più passive. Anche amare una rockstar, anche farlo consapevoli di raggiungere più facilmente uno status a cui, culturalmente e socialmente, ci è costantemente impedito di ambire è un atto di agency e empowerment.

Forse è a causa della mia passione per la musica che, senza nemmeno volerlo, mi trovo di continuo in situazioni romantico-affettive con cantautori, produttori o chitarristi: a volte prendo una cotta per loro, di certo sono i pochi che riesco a matchare su Hinge. Forse però è per i miei daddy issues.

Ho iniziato a scrivere qui pensando di non essere una groupie, finisco concludendo che forse lo sono e lo sono sempre stata. Non lo so e non importa; quel che so è che di swag e coolness, ne ho in abbondanza e che, se mai, sono sempre stata io quella ad esserne derubata.

Se c'è una cosa che non perdonerò mai a nessuno, tantomeno a me stessa, è quella di avermi (e essermi) espulsa dalla musica fino ad arrivare, in alcuni periodi, ad ascoltarla pochissimo e ad affermare di odiarla – a dire in giro che non aveva senso nulla se non il reggaeton (ora dico semplicemente che il reggae è la mia vita). Mi ha chiamata groupie, scherzando, anche l'ultimo musicista di cui mi sono innamorata. Qualche mese fa, non ricordo bene, gli stavo raccontando di un altro tipo dell'ambiente con cui avevo avuto qualche sorta d'intrattenimento. «Non sono una groupie», mi è uscito dalla bocca come un razzo, prima che riuscissi ad elaborare a una risposta decente. Ora, quel termine me lo rivendico. E a lui posso solo dire: ti amo ancora, ma mi hai ferito. Ai miei vecchi amici, invece: vi voglio bene, ma mi avete fatto male. Tutti voi ora guardatemi spaccare: non ne fate parte.