Ci sono storie artistiche che passano sotto il pelo dell'acqua finché non c'è il perfetto allineamento astrale. Forse più che mai viviamo in un momento musicale in cui l'infinità di input fatica a comunicarci davvero qualcosa e, per risvegliarci, abbiamo bisogno di andare a riscoprire chi eravamo, la musica della tradizione, quella che abbiamo faticato a riconoscere come nostra e che, oggi, ci sembra incredibilmente personale. Di questa riscoperta artistica fa parte anche LA NIÑA, il progetto solista di Carola Moccia, cantautrice e produttrice classe 1991, che insieme al produttore Alfredo Maddaluno ha pubblicato il 21 marzo secondo album in studio, FURÈSTA.

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Gesualdo Lanza
La Niña è la nuova cover Extra di Cosmopolitan Italia.

Perché sempre più artisti attingono alla musica della tradizione?

«Io scomoderò una teoria di Marx, che aveva predetto tutto ciò molto tempo fa: il capitalismo è destinato per forza al collasso, magari non al collasso della moneta, ma ad un collasso del raziocinio che regge il capitalismo, perché l'essere umano avrà sempre una natura mutevole, furesta, indomabile. Questo per dire che non possiamo addormentare del tutto le persone con la distruzione della cultura e l'abbassamento del livello di consapevolezza. Questo tipo di comunicazione massiva che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni ha inevitabilmente abbassato il livello culturale, ma c'è sempre qualcuno che resiste e che poi risveglia un po' le coscienze, nell'arte come nella musica, come nella pittura, nella politica, nella società in generale a tutti i livelli.

Io ho fiducia nell’essere umano, quindi penso che questo senso di stanchezza rispetto alla musica più mainstream ci sia perché si stanno risvegliando un po' di coscienze ed era un po' un destino scritto. La storia si ripete, è sempre stato così con l'Illuminismo, nell'arte. Pensa alla corrente dei Fauvisti (movimento pittorico europeo del XX secolo, ndr) nome che significa letteralmente belve. Perché auto-definirsi selvaggi? Perché si ribellavano a quello che era uno schema prestabilito di pittura, richiesto principalmente dalla committenza del momento, in voga in quel secolo, e chi non seguiva quelle norme era subito etichettato come qualcosa di ribelle, bestiale, forestiero. Secondo me la storia si ripete, semplicemente siamo in un momento di Fauvismo, anche musicale. E ce lo dobbiamo godere».

Ascoltando questa teoria mi verrebbe da chiederti se hai fatto studi classici...

«Mi sono laureata in Storia e filosofia nel 2014. In eredità mi è rimasta un'attitudine al pensiero critico, per fortuna, che mi salva dal dormire su certi argomenti sui quali non si deve dormire, non si devono chiudere gli occhi».

Dopo che ti sei laureata in Storia e filosofia, come hai deciso che la musica sarebbe diventato il tuo lavoro, il tuo futuro?

«È stata una decisione molto veloce, anche un po' sofferta, perché mi piaceva tanto studiare, avevo anche vinto un dottorato, dovevo andare a Parigi. Ho rinunciato al dottorato, a tutto, ho salutato la mia insegnante, seguendo il mio imperativo morale nei confronti della musica. Ho avuto questa netta sensazione che se avessi tolto tempo alla ricerca musicale e avessi fatto ricerca filosofica, me ne sarei pentita per tutta la vita. Mi ero resa conto che la musica richiedeva molto più tempo di quello che potevo ritagliare facendo ricerca filosofica, e non volevo fare una carriera di quel genere, volevo immergermi nella carriera musicale. È stata una rinuncia anche sofferta, perché ti ripeto, io sono una persona che ama leggere e studiare, mi manca molto, perché non ho più il tempo, mi sento ignorante su tante cose in questo momento, però avevo bisogno di immergermi nella musica e quindi l'ho fatto».

Il progetto de LA NIÑA è nato insieme ad Alfredo Maddaluno, com'è venuta la collaborazione con lui?

«Allora io e lui ci conosciamo da 11 anni, ci siamo conosciuti all'interno di una band nella quale suonavamo, poi da lì abbiamo cominciato a fare un po' di musica insieme perché eravamo molto compatibili e non ci siamo mai divisi. Penso che Alfredo sia l'artista migliore che c'è in Italia e parlo del suo valore artistico, a prescindere dal valore umano. Quindi è andata così, abbiamo cominciamo a collaborare e poi siamo cresciuti insieme, letteralmente, artisticamente. Nel senso che abbiamo sperimentato tantissimo nel corso di questi dieci anni, facendo tre dischi insieme, e FURÈSTA è il terzo, appunto.

Nel progetto de LA NIÑA abbiamo trovato secondo me una sinergia ancora maggiore. A livello proprio di scrittura, perché si sono automatizzate una serie di cose che hanno a che fare con la poesia, la ricerca, i ruoli che non sono mai distinti perché tutti e due facciamo tante cose all'interno del progetto. Scriviamo e produciamo entrambi, chiaramente lui ha delle skills da producer che io non ho, e io ho quelle canore. Però tendenzialmente facciamo tutti e due tutto, quindi non c'è un vero e proprio ordine del lavoro».

Qual è stato il momento in cui hai sentito che c'è stato un cambio di rotta tuo, ma anche per come è percepita LA NIÑA?

«Ovviamente la musica ha senso di esistere quando viene condivisa e io me ne sono resa conto quando ha cominciato a scrivermi gente da tutto il globo: Turchia, Messico, Inghilterra, Francia, italo-americani, veramente tutto il mondo, tutti con questa cosa in comune che dicono: «questa musica risveglia in me qualcosa di antico che avevo perduto, qualcosa di antico che ha a che fare chiaramente con le radici mediterranee». Una grande sorpresa è arrivata con l'uscita di "FIGLIA D''A TEMPESTA", brano che indaga la condizione della donna nella società, anche con una certa rabbia, e il cui tema è stato compreso nonostante la lingua napoletana sia una lingua di minoranza».

Parlando di FURÈSTA, come hai trovato e amalgamato i diversi spunti sonori?

«Allora, partiamo dai campionamenti. In "GUAPPARIA" abbiamo la voce di Zia Viola, dal documentario di Salvatore Raiola, Voci del popolo contadino, Voci di tamburo. Se non l'hai mai visto lo consiglio perché è meraviglioso ed è gratis su YouTube. Comunque, dicevo, dal documentario abbiamo campionato la voce di questa donna di 93 anni, che nelle campagne, dopo aver visto arrivare un suo amico di vecchia data che non vedeva da tempo, invece di fare altro, di salutarlo o di andargli incontro, comincia a cantare.

Quando io e Alfredo Maddaluno abbiamo visto questa scena surreale ce ne siamo innamorati, per cui abbiamo deciso di iniziare proprio il disco così, con la voce di zia Viola nella prima traccia di FURÈSTA. "GUAPPARIA" è stato anche il primo singolo ad uscire, perché è la traccia che meglio riassume l'attitudine del disco: corale, battagliera, radicata nel passato e nel presente. Allo stesso tempo era un summa, con tutti gli strumenti della tradizione, perché in "GUAPPARIA" ci sono tutti gli strumenti della tradizione napoletana: la chitarra battente, il mandolino, la chitarra classica, i tamburi a cornice, i miei capelli sul tamburo».

Per raccontare Napoli in FURÈSTA, quindi, non parti dalla città, ma da ciò che sta attorno?

«Esatto, la voce di zia Viola è la voce del popolo vero, quello delle campagne, non quello di Napoli. Perché dire che si sta parlando di Napoli non vuol dire niente: è una città, è un quadrato. La campagna è la culla della civiltà, della nostra tradizione musicale, è nelle campagne che è nata questa musica, ed è stata poi trasportata dai migranti verso la città nel Novecento. Non è il suono della città, non è urban, esattamente come il disco che non vuole essere urbano, ma molto più antico dell'urbanismo».

A proposito di campagna, nel disco c'è la presenza di molti animali, cosa simboleggiano?

«Prendiamo "O BALLO D''E 'MPENNATE" dove c'è un campionamento animale che nasce dall'idea del produttore Matteo Parisi. Matteo è stato veramente prezioso su "O BALLO D''E 'MPENNATE" perché ha campionato il galoppo dei cavalli, e abbiamo fatto questo pattern con il rumore di zoccoli. Risulta così questa aggressività elegante dell'animale cavallo che secondo me regge benissimo la narrazione surreale di questo pezzo, che parla di tutto e di niente tendenzialmente, di streghe che sono cavalli.

L'altro campionamento che riguarda il mondo animale è quello di "PICA PICA" che si ispira alle gazze che ogni mattina vengono a posarsi nel giardino della casa in cui vivo. Devi sapere che il titolo del brano è il nome scientifico della gazza, ma pica pica è anche parte di un modo di dire tipico della lingua napoletana che significa «ti metti ad insistere quando non ottieni una cosa».

Ti rivedi un po' nella figura della gazza, della pica pica, con questa resilienza nel credere nel tuo progetto musicale?

«Questo è uno spunto bellissimo grazie, non mi ero associata alla gazza per questo, però è bello, lo userò, perché mi ci ritrovo. Per me comunque il verso della gazza simboleggia casa, in tutti i sensi. Gli uccelli tornano anche in "CHIENA 'E SCIPPE", perché per me sono gli animali più importanti, per la mia spiritualità, anche più del gatto, che è il mio animale preferito. Per il mio spirito, il mio senso di vita, per il mio sentirmi viva, gli uccelli sono fondamentali perché il loro suono mi evoca mondi lontani nel tempo e nello spazio, mi evoca l'infanzia e mi evoca la libertà, l'ampiezza, la lontananza, l'irraggiungibile, il non comprensibile: sono animali misteriosi. Per cui "PICA PICA" per me è forse uno dei pezzi più importanti, perché è il mio sogno prog ad occhi aperti, ci tengo tantissimo».

Questo processo di riscoperta musicale è diventato anche personale?

«Mi sono resa conto che a livello vocale, espressivo, avevo una potenza inespressa, nel senso non mi ero resa conto di tutte le emozioni che avrei potuto esprimere in maniera così naturale anche senza controllo, semplicemente rifacendomi a quei suoni della mia terra che avevo dimenticato, allontanandomene. Soprattutto gli Anni '90 sono stati caratterizzati da tanto antimeridionalismo, le persone del Sud sono cresciute con questo complesso diciamo anche un po' di inferiorità, per cui a volte nascondevano le radici invece di andarne fieri. Ho impiegato tantissimo tempo a riconnettermi con il mio mondo interiore e la mia cultura, per questo il lavoro con LA NIÑA e con FURÈSTA per me ha ancora più valore, perché è veramente una liberazione da tutti i punti di vista, anche sociali».

Cosa vedremo sul palco durante il tuo tour?

«Siamo in 5 sul palco e siamo tutti quanti polistrumentisti, quindi ci sono io, Francesca Del Duca che ha suonato per anni con Bennato, Lidia Palumbo, Denise Di Maria e Alfredo Maddaluno che sarà sul palco, oltre che sotto il palco. Chiaramente è un disco che ha tutti gli strumenti della traduzione che noi porteremo sul palco. Ci sarà un impianto polifonico, quindi ci saranno cori, e c'è da aspettarsi sicuramente un live estremamente folk dal mio punto di vista. Tutto sarà totalmente suonato, non ci sarà nemmeno un momento in cui non ce la suoniamo».

FURÈSTA TOUR 2025

17/05 - TORINO @ HEROES FESTIVAL

25/05 - FANO (PU) @ SOPRAVÈNTO

1/06 - PALERMO @ GISIRA, CANTIERI CULTURALI ALLA ZISA

11/06 - MILANO @ TRIENNALE MILANO

26/06 - SALERNO @ LIMEN FESTIVAL

04/07 - BOLOGNA @ GEMINI EXTRA

12/07 - NAPOLI @ EX BASE NATO

19/07 - VICENZA @ JAMROCK FESTIVAL

23/07 - CALCI (PI) @ MUSICASTRADA FESTIVAL

03/08 - CAMIGLIATELLO SILANO (CS) @ BE ALTERNATIVE FESTIVAL

06/08 - GALATRO TERME (RC) @ CARLINO'S WAVE

09/08 - RIVELLO (PZ) @ POLIFONÍE MUSIC FESTIVAL

14/08 - LOCOROTONDO (BA) @ LOCUS FESTIVAL

13/09 - ROMA @ TBA