Il 14 dicembre è stato eletto come presidente della Georgia l’ex calciatore Mikheil Kavelashvili, unico candidato in lizza, proposto e sostenuto dal partito filorusso che si trova al governo dal 2021, Sogno Georgiano. L'elezione è stata decisa non dal popolo, ma da un collegio elettorale (come deciso da una riforma costituzionale voluta del 2017). E mentre la presidente uscente, Salomé Zourabichvili (eletta con sistema democratico nel 2018) si è schierata all'opposizione e ha chiesto nuove elezioni, le manifestazioni già in corso da ottobre (dopo le elezioni legislative) hanno rinnovato la propria intensità. Oltre a chiedere un presidente che sia votato dai cittadini, a Tbilisi si invoca a gran voce di entrare a far parte dell'Unione Europea, mentre la polizia reprime le proteste, perquisisce, arresta giornalisti, attivisti e manifestanti.

«From the club to the streets fight for equality» si legge sui manifesti che sventolano al centro della Capitale. A portarli sono centinaia di persone cha appartengono alla scena della musica elettronica e della club culture georgiana: tra artisti, dj, etichette musicali, negozi di vinili, scuole di djing, media, collettivi queer e locali che da alcuni anni a questa parte hanno acquisito un nome rilevante nel panorama internazionale, come il Bassiani. Nel manifesto comune firmato da queste realtà e pubblicato, tra gli altri, proprio sul profilo Instagram del Bassiani, si legge una denuncia verso le repressioni sistemiche e l'ascesa dell'autoritarismo, la retorica anti UE, la repressione verso la comunità LGBTQIA+ e la società civile.

«Negli ultimi 12 giorni, oltre alla repressione delle manifestazioni di protesta e ai brutali attacchi ai giornalisti, sono stati arrestati più di 500 manifestanti e oltre l'80% ha subito abusi fisici, torture e umiliazioni in carcere. Eppure, nessun agente di polizia è stato punito» si legge via Instagram. Poi il manifesto continua: «Il Bassiani rimane chiuso come atto di solidarietà. La crisi minaccia l'intero ecosistema della cultura underground e la resistenza che rappresenta. Questo movimento di base segnala la determinazione del popolo a lottare per la giustizia, l'uguaglianza e l'allineamento ai valori democratici».

Per capire il valore intrinsecamente politico e sociale del clubbing di Tbilisi occorre fare un passo indietro. In quello che è un Paese di stampo sovietico, la musica elettronica ha cominciato a espandersi verso la fine degli Anni '90, ma è solo alla fine dei 2000 che si inizia a creare la club culture per com'è ora. Anche grazie al Bassiani, costruito sotto lo stadio Dinamo di Tblisi, i dj georgiani sono diventati noti a livello internazionali e lo stesso club ha fatto diverse partnership, dal Berghain di Berlino al Messico, oltre ad aver creato una propria etichetta discografica. Ma oltre alla musica c'è di più, i club sono uno spazio di aggregazione per i giovani di vedute progressiste, un rifugio in un Paese che ha un tasso altissimo di praticanti cristiani ortodossi (l'84% della popolazione) e risente moltissimo dell'influenza russa. La partita tra club e politica si gioca soprattutto sul campo della lotta alle droghe e la repressione LGBTQIA+, con i club che diventano uno spazio accogliente per persone e associazioni che invece ne promuovono i diritti.

Per avere un'idea di quanto le sfere governative temano e cerchino di ostacolare l'attività dei club occorre tornare al maggio 2018, quando il Bassiani e il Café Gallery sono stati presi d'assalto da raid armati della polizia militare. Sotto la motivazione ufficiale della ricerca di spacciatori, il governo ha nascosto (nemmeno troppo bene) l'intenzione repressiva verso i due locali che venivano usati per gli incontri del White Noise Movement, associazione che dal 2015 si batte per rendere meno severe le pene dei reati legati alla droga. In tutta risposta, in quei giorni migliaia di ragazzi sono scesi in strada davanti al Parlamento per protestare contro l’azione della polizia, dando vita a un rave lungo due giorni in viale Rustaveli, davanti al Parlamento. I quindicimila partecipanti si sono uniti sotto lo slogan: «We dance together, we fight together».

Le ragioni delle proteste oggi sono diverse, eppure collegate. Si tratta sempre della libertà personale e collettiva, della necessità di un progresso, di un passo verso l'Europa e la democrazia. Si legge nel già citato manifesto pubblicato dal Bassiani sui social: «La Georgia sta attraversando una crisi politica ed economica senza precedenti, caratterizzata da elezioni truccate e fallite, repressioni sistemiche e un'allarmante ascesa dell'autoritarismo. La retorica anti-UE esaspera l'isolamento, mentre la legge sugli "agenti stranieri" di stampo russo e la legislazione anti-LGBTQ alimentano collettivamente la disuguaglianza, emarginando le comunità queer e indebolendo la società civile nel suo complesso». Poi, gli autori concludono chiedendo supporto politico ed economico anche dall'estero: «Invitiamo i nostri sostenitori a stare con noi nella lotta collettiva, ad amplificare le nostre voci e ad aiutare a sostenere lo spazio, la comunità, il movimento di trasformazione e gli atti di resistenza attraverso le donazioni. [...] Estendiamo i nostri auguri di cuore al mondo, immaginando un futuro in cui ogni individuo possa vivere libero da oppressioni e discriminazioni».