«In questi giorni frenetici sono felice perché sta per succedere» così comincia la mia conversazione con Emma Nolde, la cantautrice classe 2000 che l'8 novembre pubblica il suo terzo album e primo per Carosello Records, NUOVOSPAZIOTEMPO. Come si può immaginare dal titolo, in questo progetto Emma gioca e combatte con le ore, i giorni, gli anni che passano. Soffre la fretta, il non essere presente nell'attimo che sta vivendo, e allora prende il tempo e lo modella con le sue parole sempre ben incasellate e la voce potente.
Così immagina di incontrare suo padre alla sua stessa età in "Universo parallelo", pensa a come saranno tra dieci anni le relazioni che oggi ci legano in "Sconosciuti", racconta a un bambino appena nato cosa lo aspetterà in "Mai fermi", aiuta una persona cara a combattere il proprio spazio tempo in "Sirene" e rivendica la sua libertà di stare per terra a guardare le stelle in "Pianopiano!".
Quella del tempo non è una posa, è un dubbio generazionale reso musica, è una sincera ossessione. «Nessuno ti chiede mai cosa ci sarà dopo» mi dice riferendosi all'uscita di NUOVOSPAZIOTEMPO e tracciando una linea ben precisa, «ma nel mio dopo ci sarà sicuramente l'ascolto del disco quando esce a mezzanotte, per poi non ascoltarlo più. O meglio, lo sentirò tra 5 o 6 anni, quando avrò voglia di sentire com'ero».
Come hai incontrato le storie che poi hai messo in NUOVOSPAZIOTEMPO?
«Sono partita dalle persone che ho accanto tutti i giorni, i miei amici, la famiglia, parlando di loro in modo non troppo esplicito. Mi interessava riuscire a fare questo passo, dal parlare di me - che è abbastanza semplice perché nessuno può dirmi che la sensazione che descrivo è giusta o sbagliata, perché solo io so cosa sento - mentre parlare di una persona che hai accanto e che conosci così bene ti mette davanti a una sfida di cui volevo farmi carico. Scrivere degli altri mi permette di essere esatta. Mi aiuta a scegliere le parole giuste perché se le persone poi ascoltano quel pezzo che parla di loro e io ho usato parole troppo forti o troppo deboli si vede subito dalla faccia. Avere in mente che un giorno la ascolteranno è la bussola che seguo per scrivere. Poi, quando la canzone è finita, gliela faccio ascoltare. Prendiamo "Universo parallelo" che è dedicata a mio padre, gliel'ho fatta ascoltare solo una settimana fa, e la reazione è stata quella che speravo».
È più complicato scrivere canzoni parlando di sé o degli altri?
«Ci sono dei dolori in cui ti riconosci anche se, in quell'esatto momento, non stai provando quello che prova l'altro. Spesso chi scrive ha bisogno di stare molto male per sentirsi ispirato e secondo me c'è talmente tanto dolore nel mondo che non è necessario sentirsi male soggettivamente, ci sono dei momenti in cui stai meglio e io ho vissuto davvero un bel momento in questi due anni, per una questione personale mia, perché ero felice con la persona con cui stavo. Osservare gli altri è un modo per farti domande che magari in quel momento lì non ti vengono sbattute in faccia, ma sui comunque hai bisogno di ragionare. È un passo che allarga quello di cui vuoi scrivere. In questo disco ci sono pochi "io" ma nella musica che sto scrivendo adesso sta un po' tornando. Dipende».
Nelle tracce c'è un protagonista costante: il tempo. Qual è il tuo rapporto con lui?
«Io ho questa sensazione: in questo momento siamo tornati a parlare di velocità ma non siamo i primi a farlo. Una delle prime cose che mi ha detto mia mamma quando le ho parlato di NUOVOSPAZIOTEMPO è che anche mia nonna le raccontava quanto soffrisse per il mondo che andava veloce quando era piccola. I miei dicono che quello di cui parlo sia già da qualche decennio protagonista dei discorsi. Secondo me però c'è una differenza molto forte e innegabile, che è questo attrezzo che ci è piombato in mano e che ha cambiato tutto. Non è facile vivere così, mi piacerebbe che mi venisse portato via, non solo per il confronto con gli altri sui social, ma proprio perché c'è sempre qualcosa da vedere, qualcosa su cui informarsi. Per chi come me sente il diritto e il dovere di conoscere, diventa un po' pesante cercare di avere tutto a portata di mano.
La velocità è cardine di questo disco e mi è servita per andare sia avanti che indietro nel tempo. Quando ho chiuso il disco e ho iniziato a vederlo da lontano, mi sono resa conto di essermi presa delle pause dalla freneticità di tutti i giorni, andandomi a immaginare come sarà tra dieci anni o come sarebbe stato essere amica del mio babbo quando era giovane. Il NUOVOSPAZIOTEMPO in questo disco è stare dentro a tutto mentre stiamo fermi, ma è anche il futuro e passato raccontato viaggiando nello spazio».
A proposito di tempo, ormai sono 4 anni che porti il tuo progetto in giro per l'Italia: ti senti ancora una cantante di "nicchia"?
«Il concetto di un artista di nicchia è una scatola di sabbia, nel senso che essere di nicchia non vuol dire arrivare a poche persone, vuol dire prendere delle decisioni e delle scelte che non abbiano come obiettivo quello di piacere indiscriminatamente a tutti e a tutti i costi. Non è una questione, è qualcosa che fai e basta. Che poi io faccio cose sia più comprensibili che meno, magari senza ritornello, però ecco: piacere a chiunque non è un obiettivo che mi spinge a scrivere in un determinato modo».
«C'è chi vuole salire e arrivare alle stelle e c'è chi come noi preferisce guardarle», aspiri a una vita libera e lontano da tutto?
«Ho tantissima paura di una vita che diventi lavoro, casa, televisione, letto e, al contempo, sono affascinata da questa cosa. Sono affascinata dalla libertà che ti può dare la normalità, il vivere senza essere improntati ad arrivare per forza in alto. Lo stare bene a valle è un po' una cosa di cui la nostra generazione ha bisogno. La mia voglia in questo momento è quella di rimanere dove posso ancora vedere le stelle, io vivo in Toscana, e per quanto stimi tantissimo le persone che prendono e vanno a Milano, non avrei mai il coraggio di farlo.
Allo stesso tempo chi scrive come me e va lì per cercare di raggiungere qualcosa, poi incappa in una serie di distrazioni. Io e le persone che suonano con me abbiamo questo motto nella vita, ovvero di rimanere in un posto dove magari hai difficoltà ad arrivare ad essere una stella, ma puoi rimanere con le stelle a vista e farti guidare da loro. Il fatto di andare piano dipende dall'ambiente in cui stai e, soprattutto alla mia età, sei così influenzato dall'ambiente in cui vivi che pensare di avere il tuo isolotto felice in una città frenetica come potrebbe essere Milano è una pretesa troppo grossa per me.
Voglio rimanere qua finché voglio avere un'influenza di questo tipo. Poi, come dico spesso, se vorrò fare urban oppure una musica più cittadina, elettronica, allora sarà necessario non guardare tutto questo verde che ho davanti. Ma finché l'obiettivo è parlare di pancia, dire la verità, allora mi interessa di più avere una situazione in cui sono sicura di essere vicina alla mia verità.
Il discorso ovviamente vale solo per me, non mi piace dare regole alla vita, questa al momento è la cosa giusta per me, ma magari se non avessi almeno la possibilità di andare in una città come Milano scriverei di come mi sento oppressa dalla provincia. Forse è la possibilità di stare da una parte o dall'altra che mi salva da questa cosa».
La libertà è qualcosa che si costruisce anche insieme, come racconti in "Sirene"
«"Sirene" è uno di quei pezzi che racconta di qualcun altro, di cui non svelerò mai l'identità. La mia speranza è che questa persona, per quanto grande sia, sconfigga il suo spazio tempo. Perché poi man mano che una persona cresce e diventa grande avere il coraggio di fare determinati passi diventa sempre più difficile. A me piacerebbe vedere questa persona che si dimentica di essere grande e prende delle scelte che avrebbe dovuto prendere 30 anni fa.
Quando io dico «mascheriamoci da Sirene» intendo «giochiamo a essere una cosa diversa», è proprio un modo per immaginare me e quest'altra persona che giochiamo come bambini a vestirci come ciò che ci piace. Liberarti da questo spazio tempo diventa possibile se hai accanto le persone che ti danno l'entusiasmo giusto per dire 'facciamolo', e tra queste spero di esserci anche io».
Prendiamo "Noid" di Tyler, The Creator come esempio, ma ultimamente sempre più artisti si aprono sulle difficoltà in termini di salute mentale del lavorare nell'industria musicale
«Bellissima "Noid", ora sono arrivata a metà di Chromakopia e devo ancora finire di ascoltarlo, ma lui mi piace tantissimo e mi piace questo disco più scuro rispetto ai lavori precedenti. Detto questo, io le sue paranoie da invasione della privacy ovviamente non le vivo, anzi, sono in quella fase in cui se qualcuno mi ferma per salutarmi sono felice e anzi più imbarazzata dell'altra persona. Su tutto ciò che riguarda invece fare musica e prenderla talmente tanto come stile di vita da farsi assorbire, ci devo lavorare.
È come se mi facessi prendere da un tornado: non faccio mai pause, quando sto in studio ci sto 15 ore, davanti a un pianoforte o davanti a un computer, mi piace avere tutto sotto controllo, quindi stare dietro a ogni fase che sia produzione, mixaggio, mastering. A volte talmente tanto che poi finisco per non avere la lucidità di rendermi conto delle cose. La musica ti porta a essere così se ti piace mettere le mani in pasta.
Ho visto giusto ieri un'intervista in cui Tyler, The Creator diceva che tanti artisti oggi si lasciano così tanto guidare dalle persone che li affiancano che con la musica non hanno un rapporto stretto. Lui invece diceva che ha talmente rispetto per la musica che ci pensa tutti i giorni a tutte le ore, fino a farsi mangiare il cervello. Io sono completamente dentro a quello che faccio, a volte anche facendomi rubare il sonno».
Concludiamo con una riflessione dolce, proprio come fai nel tuo album con "2"
«L'ho voluta mettere alla fine del disco perché ci sono tantissimi dubbi, tantissime domande irrisolvibili, tanta frenesia e velocità e poi in realtà tutto si risolve quando hai una persona accanto. Tutto è più semplice e più bello. La felicità esiste se vissuta in due, come hanno detto tante persone prima di me. Io ho vissuto l'esperienza di essere in due e lo confermo (ride, ndr). Le paure diventano meno pesanti, perché sono sollevate da quattro spalle. Anche il discorso di vivere attaccati a uno schermo, essere in tutti i posti e nessun posto, diventa meno pesante se sei con qualcuno così. Almeno, nei primi tempi, poi dopo qualche anno forse subentra un po' la routine ed è difficile non mettersi a guardare Netflix o i Reel prima di dormire, anche quando si è insieme (ride, ndr)».















