In radio vi sarà capitato di intercettare "Sweet Face" l'ultimo singolo di Bu Cuarón, disponibile dal 16 settembre, oppure vi sarete imbattuti in "Mienteme" brano dai toni country di Orville Peck a cui la cantante ha collaborato, o magari avete avuto la fortuna di vedere il suo esordio sul palco de La Prima Estate, al Lido di Camaiore, nel 2023. In qualunque modo abbiate scoperto il suo talento emergente, Bu Cuarón è qui per farvelo esplorare ancora più a fondo. Lei che cura produzione musicale, regia dei videoclip e scrittura e che nel 2023 ha pubblicato il suo EP d'esordio Drop By When You Drop Dead, ha tutta l'intenzione di farsi notare per ciò che fa e non per chi è.
Classe 2003, Bu Cuarón è nata a Londra ma è cresciuta in Versilia in un ambiente familiare ricco d'arte. «Il privilegio più grande della mia vita è stato quello di crescere in un ambiente esposto ad arte, cultura e lingue diverse. È questo che ha creato l’artista che sono oggi» racconta la cantante, figlia di Alfonso Cuarón e Annalisa Bugliani, «è bellissimo parlare della mia arte con la mia famiglia ed essere capita, supportata, anche da un punto di vista emozionale, perché capiscono che l’arte non è solo un hobby, può essere una cosa seria». Perciò non appiccicatele addosso il concetto di nepo baby perché, spiega Bu Cuarón, questa è una mossa decisamente misogina. Ma ci arriveremo. Prima è il momento di parlare di Bu e della sua musica.
Cominciamo dalla tua ultima uscita "Mienteme" con la stella del country Orville Peck. Ci dobbiamo aspettare una tua svolta country?
Quella collaborazione è stata un po’ inaspettata e sono molto contenta di averlo fatto, ma tra tutti i generi che sento di capire di più, questo è quello a cui probabilmente sono più lontana. D'altra parte il country adesso sta impazzando quindi se dovesse esserci una svolta country sarebbe una sorpresa anche per me stessa, ma mai dire mai.
Nella tua musica, e si sente bene in Drop By When You Drop Dead, viaggi con disinvoltura tra inglese, spagnolo e italiano. Associ ogni lingua a un genere preciso, o meglio, c’è un genere che ti viene più naturale fare in una lingua o nell’altra?
Per come scrivo mi piace fare quello che viene più naturale, mischiare le cose. Una canzone come "6" è molto più anglo come produzione, però mi è sempre uscita in italiano. Forse non è il genere a influenzare la lingua, ma ciò che voglio dire, il sentimento. La tristezza nella letteratura italiana è molto diversa dalla tristezza in quella spagnola. Magari c’è un sentimento che ho sentito più in una lingua che nell’altra.
Quando produci i tuoi brani da sola, a chi ti ispiri?
Per quanto riguarda la produzione mi ispiro a Mike Dean, i Daft Punk, Kanye, Rosalia, Tyler The Creator, Frank Ocean. Ho studiato per tanti anni musica classica, tanto che la mia risposta è stata una ribellione verso la musica elettronica. Ho iniziato a giocare con synth, arpeggiatori, scoprire le macchine della musica invece di quelle più organiche a cui sono stata esposta crescendo. Per esempio "Viceversa" l’avevo fatta per un progetto di scuola al Liceo e avevo giocato con tutte queste cose, è stata la mia prima sperimentazione in quel senso. Lì ho scoperto che se tu hai un synth e metti un arpeggiatore sopra la melodia risulta più piena.
Di base comunque seguo il mio istinto. Per "Come For Me" ho usato una specie di pad su cui ho cantato seguendo quello che sentivo nella mia testa, seguendo l’arpeggiatore che entrava e usciva continuamente. Per il bridge ho tolto tutti gli alti dell’IQ perché volevo si sentisse il coro, ma lontano, in un’altra stanza. Così ho fatto seguire alla musica la narrativa della canzone, come se tu stessi pensando a ciò che succede da un punto di vista più distante. Tanta della produzione per me ha a che fare con la narrativa, un po’ come se fosse un film, io cerco di renderla visuale.
A proposito di film, considerando anche l’influenza paterna, qual è la tua impronta registica per la creazione dei videoclip?
"Viceversa" è stato completamente improvvisato, poi abbiamo scoperto di avere più tempo per fare più shots, quindi ho detto ‘voglio usare la stessa location ma farò un video completamente diverso’. Tutti mi hanno detto che ero pazza, anche mio padre mi ha detto praticamente che ero delusional.
Io ho ignorato tutto e seguito la mia strada. Ho chiesto una panchina senza spalliera, cercato cose, fatto il prep in 15 minuti. Così per "Sweet Face" abbiamo fatto la parte del tank 3 volte in 9 minuti. Abbiamo improvvisato tante cose come le persone che ballavano dietro. E non è tutto, perché usando la stessa location, lo stesso mare, ho filmato anche parte del videoclip per un terzo brano, il finale di "Come For Me".
Tuo papà si è ricreduto sul tuo approccio alla regia quindi?
Assolutamente sì [Ride,ndr]
Ai Billboard Women in Music Awards hai partecipato insieme a tuo fratello Olmo. State lavorando a un progetto congiunto?
Sempre. Lui ha appena fatto parte della sceneggiatura di una serie che sta per uscire, Disclaimers, dove ha lavorato insieme a Finneas. Nell’ultimo anno abbiamo sempre scritto insieme, poco tempo fa eravamo a Toronto in studio e abbiamo fatto un sacco di musica. Io voglio che lui faccia uscire qualcosa prestissimo, ma non so. Noi siamo complementari nel nostro modo di lavorare, la sua musica è diversa dalla mia, molto più rock. Io voglio tutto veloce, se ho un’idea la voglio concludere subito. Lui è più tranquillo, molto less is more, e all’inizio la scambiavo per lentezza, invece no, alla fine è lui il più veloce di tutti. Il risultato finale del nostro lavoro è grezzo, puro, ci sono cose che non puoi studiare, ci vengono d’istinto.
Abbiamo parlato della tua famiglia, quindi te lo devo chiedere: a chi ti dice che sei una nepo baby, cosa rispondi?
Sono un po’ combattuta sul concetto di nepo baby perché secondo me è qualcosa in cui le donne sono più categorizzate su questo, perché sono viste come l’estensione dell’uomo, del fidanzato, padre, figlio. Invece non siamo l’estensione. Abbiamo la nostra narrativa, le nostre storie da raccontare e non è per colpa o grazie a un altro uomo dietro le quinte.
Davanti a quello che potrebbe essere l’inizio di un Me Too nel mondo della musica legato al caso P Diddy, quali sono le tue sensazioni?
Non è la mia storia, non centro nulla, ma mi ha dato un esempio di quante persone, quante donne, soffrono di una cosa così crudele, dentro e fuori da Hollywood. Non mi piace che venga preso come un gossip, non è gossip. Mi fa tristezza pensarci. In generale, ho visto tante persone che ho sempre ammirato dimostrarsi poi altro e quello che vorrei dire è solo: don’t believe what you see. Spero che questa sarà una conversazione più grande sui diritti delle donne, sull’ascoltare le vittime di abusi, uomini o donne che siano.
Cosa c’è nel tuo futuro, come continua progetto Bu?
Altri concerti, musica nuova, più collaborazioni.
Un'ultima domanda di rito: la GenZ prende le distanze dal mito di Harry Potter, tu?
Sono molto fiera di aver avuto un cameo in Harry Potter. Questo è il mio statement.














