Io Taylor Swift l'ascoltavo al liceo. Me l'aveva fatta conoscere la mia amica Giada che è per metà australiana e sosteneva che le sue infauste storie d'amore adolescenziali trovassero un perfetto riscontro nei testi della giovane cantante country della Pennsylvania. Ai tempi avevo poco meno di 17 anni e, da teenager figlia di musicisti abituata ad apprezzare i Nirvana come De André, i Club Dogo come Rihanna, Loredana Bertè come Kid Cudi, mi scoprii con sorpresa - e abbastanza senza spiegarmelo - anche fan di quella biondina un po' sfigata con i boccoli biondi e la chitarra, che intonava "You Belong With Me".

Ai tempi Swift era poco più che adolescente - ha solo quattro anni più di me - e da allora non mi ha più abbandonata, o meglio, io non ho più abbandonato lei. Taylor c'era quando durante l'estate della mia maturità decisi di chiudere finalmente la pseudorelazione tossica che mi aveva accompagnato gli ultimi due anni di superiori anche grazie a "We Are Never Ever Getting Back Together". Il brano uscì proprio quell'agosto il giorno del mio compleanno, che cade il 13, come anche come quello della pop star: ai suoi concerti le sue fan se lo tatuano per finta, io me lo sono tatuata davvero, perché è il mio numero fortunato, ma anche un po' per lei.

Taylor c'era quando, libera dagli impicci liceali, mi sentii dunque pronta a riempire tutti i "Blank Space" che ogni settimana aggiungevo o toglievo dalla lista. Taylor c'era quando pochi mesi dopo conobbi il mio primo amore e cantavo sotto il momo, mentre scorrazzavo leggera in vespa nelle serate fresche d'ottobre, «I don't know about you but I'm feeling 22, everything is gonna be alright». Ai tempi, avevo davvero "22" anni. Taylor mi ha accompagnato per le successive tappe di quella storia, nei momenti di rabbia da cui sembrava non ci saremmo mai ripresi, "Bad Blood", e quelli di tentata riconciliazione, "Wildest Dreams". E Taylor c'è ovviamente stata anche quando un luglio tutto è ineluttabilmente davvero finito, e il mio cuore è andato in mille pezzi nella peggiore "Cruel Summer" che io abbia fino a oggi vissuto, fra ricordi dolorosi, "All too well", (e, non servirebbe neanche aggiungerlo, in tutta la disperazione dei 10 minuti della sua versione integrale) e disillusione verso il mio futuro sentimentale, "Cardigan".

Quando, dopo innumerevoli "I Know You Were Trouble" e "Look What You Made Me Do", ho lentamente iniziato a guarire fino a realizzare che ciò che mi avevano assicurato per mesi, e cioè che tutto passa e l'amore torna, in una nuova, inaspettata, maturata, meravigliosa forma, potesse forse essere vero, anche lì, Taylor Swift c'era. Mi cantava "The Man" mentre lottavo per il mio spazio nella carriera che sognavo e "Delicate" quando uscita da redazione desideravo solo abbandonarmi alla casualità di un drink e una chiacchiera che si protrae fino a tardi e poi, come per magia, "Karma", si trasforma nel più grande degli amori: "Willow"; "Lover"; "Love story".

Infine, Taylor è con me ancora oggi, forse più che mai: sono stata a San Siro, sotto palco, per assistere al suo concerto che è già leggenda e ho pianto litri di lacrime. E questo non solo perché passare attraverso le sue "ere" è stato in fondo anche un po' rivivere le fasi della mia vita, ma anche perché è stato come ritrovarsi all'improvviso in una terapia collettiva con un gruppo di altre 65 mila persone, in paillettes e texani colorati, dilaniate dall'emozione almeno quanto me. Tutti insieme, abbiamo cantato ogni singola parola di ogni singola canzone delle innumerevoli intonate da Swift nel corso della sua strabiliante performance, durata tre ore e un quarto, senza mai una pausa.

Ho capito, confrontandomi con amici e colleghi che forse questo, e il fatto che io abbia un 13 tatuato sulla mano, fa di me ciò che in inglese viene volgarmente definito una "basic bitch". Perché per quanto Taylor Swift abbia composto da sola 11 album, li canti per ore e ore senza sbagliare mai neanche per caso una nota, suoni vari strumenti (la sessione acustica, iniziata dopo aver dimostrato di saper aggiustare un pianoforte nel bel mezzo di un concerto, è stato uno dei momenti più intimamente emozionanti), balli instancabilmente con tanto di svariati cambi di outfit, la pop star più influente e celebre mai esistita sulla faccia del pianeta terra è ancora considerata «uncool».

Non mi interessa qui chiedermi se sia perché il mondo è misogino oppure Taylor troppo "normie"; se sia perché i suoi vestiti non sono in tendenza come quelli Chloe Sevigny o il suo stile non figo come quello di Charlie Xcx - che, comunque, pure amo da ben prima che Brat si prendesse questa estate insieme all'Eras Tour, creando una stupida rivalità polarizzata, criticata anche dalla cantante londinese stessa, fra i due fenomeni. Perché se, come ha scritto Clara Mazzoleni su Rivista Studio, «è bellissimo essere Brat», questo non significa che non sia bellissimo essere anche Swifties. E Taylor, domenica sera a Milano, mi ha impresso questa certezza per sempre nel cuore.