L’articolo conțiene spoiler.

“It’s a murder on the dance floor / You’d better not kill the groove”. È sulle note di "Murder on the Dancefloor" di Sophie Ellis-Bextor (dall’album Read My Lips, pubblicato nel 2001) che si chiude Saltburn, il film più discusso di questa stagione natalizia che sta per concludersi. Si tratta di una scena epica, meravigliosa, accompagnata da una canzone pop, cult per gli inizi del nuovo Millennio.

E così partiamo dalla fine di questo film per smontare, prima, e rimontare, poi, la narrazione di una colonna sonora che sta facendo discutere - positivamente - e che in maniera quasi maniacale - per riprendere un termine coerente con il film - continua a essere riprodotta soprattutto da quella generazione di nati a partire dagli anni Novanta. La colonna sonora disturba, quasi disgusta negli ultimi minuti del film ed è proprio su note incoerenti con il dramma, ma tra le quali prende vita un testo azzeccatissmo, che ci si sofferma.

È un imperturbabile e maniacale Oliver Quick, interpretato da Barry Keoghan, a ballare su quella canzone: il suo corpo si muove tra i corridoi della tenuta ricreando movimenti quasi scultorei. In quei movimenti, uniti alla musica, si manifesta tutta la follia di un uomo che ha compiuto il suo folle piano. Una scelta musicale curata da Kirsten Lane che ricrea il grottesco. E sono proprio loro, le canzoni, che, nonostante sembrino ancora recenti, ci catapultano quasi in un’epoca lontana, regalando a un film altamente contemporaneo lo stupore di atmosfere già distanti da noi.

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Netflix

È l’estate del 2007 nella pellicola di Emerald Fennell che, per la seconda volta, si mette alla prova alla regia. Dopo il profondo Promising Young Woman, vincitore di un premio Oscar, la giovane Camilla di The Crown cambia prospettiva e, ponendosi dietro la cinepresa, tocca vari temi, tra i tanti, quello della mascolinità tossica. Accompagna a un thriller gotico, ma ad alto tasso erotico, una scelta musicale che subito ci trasporta nei primi anni Duemila. Le musiche pop accompagnano, ma allo stesso tempo diventano loro stesse elemento di disturbo, capaci di infastidire e di stupire.

«La prima volta che ho messo due dita in gola a mia madre avevo otto anni», lo dice un brillante Barry Keoghan mentre in sottofondo riecheggia "Satisfaction", il brano di Benny Benassi & The Biz che un po’ ci trasporta alle estati della nostra adolescenza. Mentre partono le prime note di "Time To Pretend" dei MGMT invece scorrono immagini di un’estate apparentemente felice di Oliver insieme a Felix, il suo amato, o meglio la sua ossessione, interpretato da un sempre più acclamato Jacob Elordi. Ma è sulle note di "This Modern Love" dei Bloc Party che esce tutta l'atmosfera di un passato senza ritorno, in cui ci si stupiva ancora di poter contenere brani - quasi - infiniti in piccoli mp3, il tempo dei primi karaoke, intrattenimento che troviamo anche nella pellicola con il brano amatissimo dell’epoca, "Low" di Flo Rida, e, poi, "Rent" dei Pet Shop Boys.

Insomma, quella che ritroviamo di Saltburn è una colonna sonora che non lascia indifferenti i Millennials, soprattutto quella fascia di ormai trentenni (o quasi) nati a partire dagli anni Novanta e che, guardando il film, si ritrova a vivere canzoni di un passato in fuga. Tra malinconia di ieri e realtà di oggi, si empatizza con un sentimento tipico di una generazione perennemente legata a ciò che è stato e che, con occhi sempre lucidi, vuole in ogni modo contestualizzarlo per mantenerlo il più possibile vivo.

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Netflix

E così in quei brani si riflette il tempo che scivola via, e ci si rende conto di quanto sia lontana l'adolescenza, ad esempio. Una sensazione simile a quando, a ogni capodanno, i rintocchi di mezzanotte ricordano la fugacità del tempo e, in quel rumore, facciamo i conti con la realtà. Così comprendiamo che, anche se continuiamo a cantare a squarciagola "Mr Brightside" dei The Killers, il tempo (s)corre. Così come riascoltando "No Cars Go" dei Arcade Fire e "Loneliness" di Tomcraft.

E se tra i fluidi corporei, i tantissimi che vediamo in Saltburn, si trova il senso di una vita che pulsa, ma allo stesso tempo perisce, è nella musica scelta che si coglie la malinconia di una generazione sempre alla ricerca di una perfezione irraggiungibile. Un po’ come quella che Oliver ricerca spiando, con quel fare viscido e spaventoso, Felix. Il film da dicembre su Prime Video, drammatico e dai tantissimi riferimenti - dalla tragedia classica del Minotauro al cinema di Woody Allen - sbalordisce e, nonostante la sua recente ambientazione, raccoglie in sé tutti gli elementi tali da renderlo già film d’epoca.

Saltburn è un film intergenerazionale, sì, che parla a tutti e tutti colpisce, un minuzioso studio di pose e dialoghi che mettono insieme gli stratagemmi del perfetto film condivisibile ovunque, con scene che sembrano vivere da sole. Protagonista il castello, i bellissimi volti dei protagonisti, piani americani che danno spazio ai look e props che trasformano il girato in una successione di dipinti. Ma è soprattutto il film dei Millennials, con musiche che parlano di noi, di un passato di neo-trentenni che fanno i conti con la malinconia di camminare, oggi, in una vita di e tra adulti.