La storia dei Pinguini Tattici Nucleari inizia a Bergamo. Amici che si trovano in sala prove e scelgono il nome in un pub, senza pensarci neanche troppo, iniziando a suonare in giro. Locali piccoli, a volte pochissime persone davanti. La formazione cambia nel tempo, alcuni componenti se ne vanno. Anni di concerti al weekend in giro sopra a un van sulla cui fiancata si legge Dentista Croazia perché in settimana porta gli anziani a curarsi oltre confine. Il pubblico aumenta poco a poco, i primi pezzi iniziano a girare in radio. Dal 2014 primi dischi autoprodotti, fino al 2019 quando arriva il contratto con Sony Music e il disco Fuori dall’Hype. Poi il Sanremo che li fa notare al grande pubblico, con “Ringo Starr” e l’annuncio del primo tour nei palazzetti, che non parte per due anni, per colpa della pandemia. Due anni in cui cambia tutto, a dicembre esce Ahia! e le canzoni collezionano platini (da “Scrivile Scemo” a “Scooby Doo”, fino a “Pastello Bianco” che rimane per mesi il brano più streammato). E finalmente la band si prende i palazzetti annunciati due anni prima e nei live si accorge di quanto il pubblico sia ormai enorme. Il tour è tutto sold out, viene annunciato il primo stadio, sold out anche quello, in solo dodici ore. Ora gli stadi previsti la prossima estate sono dieci, Fake News è il nuovo album e le quattordici nuove canzoni al suo interno, che parlano tanto di loro e della loro verità, quasi il titolo fosse un ossimoro all’intenzione, confermano la forza di una band che ha voglia di dimostrare che il successo conta meno della voglia di fare buona musica per restare. Riccardo Zanotti, Elio Biffi, Nicola Buttafuoco, Matteo Locati, Simone Pagani e Lorenzo Pasini si godono tutto, ma tengono i piedi per terra, rimanendo gli stessi di sempre. Vivono nelle stesse case, restano nella loro Bergamo dove entrano in studio almeno due ore al giorno, tutti giorni, consapevoli che quando tutto va bene, bisogna solo lavorare di più. E forse è anche per questo che funzionano. Non ci sono star, ma ragazzi normali che funzionano come una famiglia. Abbiamo parlato con Riccardo, voce e penna della band, che non farebbe mai il solista. Nonostante le fake news, appunto, sul suo abbandono.

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Adriana Tedeschi
Fotografia di Adriana Tedeschi

Se guardi all’inizio di tutto, cosa vedi?

«La nostra è una storia come potrebbero essere tante altre. Quella di una band di ragazzi che inizia a suonare per un’esigenza emotiva. Non economica o lavorativa, non ambivamo assolutamente a farne un lavoro. È una storia come tante che semplicemente per una concatenazione di stelle, di culo e buona sorte, e forse anche merito, che non è però l’ingrediente principale almeno per me, ha visto succedere quello che è successo. Mi rende felice, ma dall’altra mi continua a sussurrare che dobbiamo lavorare sempre di più per mantenere questo mondo che abbiamo creato. Ti senti condizionato dalla fortuna che senti di aver avuto. E questo mestiere è anche fortuna».

Hai paura che questo momento finisca?

«Sì, c’è la paura. L’ironia che abbiamo sempre di sottofondo, la simpatia… sono tutti elementi che servono mascherare, a esorcizzare la paura atavica di non essere più rilevanti a un certo punto. Sono tre anni che sta andando tutto estremamente bene. Non possiamo sapere cosa succederà domani. Questo ci spinge a impegnarci nel presente. Il disco si apre con “Zen”, che è quello che vorrei avere un po’ di più nella vita. Più zen e meno ansia. È come un augurio. Si chiude con “Cena di classe” perché la risposta a quest’ansia e paura è sempre quella del trovarsi insieme. Essere una band rende la nostra vita più equilibrata. Lo ripetiamo spesso, anche per dirlo a noi stessi. È più bello insieme che da soli».

Ti aiuta anche vivere una relazione stabile?

«Mi aiuta moltissimo. Ma come penso aiuti tutti avere qualcosa di equilibrato, stabile e duraturo. È una sicurezza. Io lavoro con l’insicurezza, esce in tante canzoni. La musica è un mondo instabile, non si sa quanto si durerà, ma nel focolare domestico cerco di avere una ragazza accanto che mi sopporta molto. Anche il fatto che lei sia stata a Parigi nell’ultimo anno mi ha aiutato. Umanamente perché andavo a trovarla, ma anche dal punto di vista geografico scappare in un'altra città mi ha aiutato a rilassare la mente. A Parigi posso andare in giro per strada vestito come un deficiente e nessuno mi dice niente, nessuno mi guarda. Adesso è tornata ma abbiamo ripreso a viaggiare e questo mi aiuta a stare in pace. E lei mi dà la rotta. Se no lavorerei tutto il tempo».

In “Zen” canti anche di tuoi dolori che a volte ritornano. Quali sono?

«Il dolore di non essere Giorgia o Elisa o Marco Mengoni. Non sono un cantante perfetto, cerco di compensare con l’intrattenimento sul palco. Però cavolo, faccio il cantante. Scrivo canzoni, siamo una band e io dovrei essere il cantante, ma ogni tanto non mi sento un frontman. Per fortuna ho la band. Se io dovessi andare su un palco da solo proverei una paura ben più grande. Andarci con altre cinque persone, lo dico da egoista, mi protegge. Ci spalleggiamo a vicenda, posso essere più rilassato, l’attenzione non è sempre tutta su di me, posso muovermi, andare al piano, lasciare il palco agli altri. Certo però ci sono cantanti che non sbagliano una nota, ci penso».

La musica ti salva dalle tue insicurezze?

«Se la musica non fosse la risposta, penso che non faremmo questo mestiere che è bellissimo, ma duro, ti fa perdere i capelli sempre prima del tempo. Diventi stempiato a vent’anni. E quindi noi crediamo davvero, non tanto che si possa cambiare il mondo con la musica ma che il mondo possa cambiare noi. Ci vogliamo far cambiare dalle esperienze, dalle contaminazioni, da mille influenze diverse che poi diventano musica. La musica mi salva sempre».

Nessuno di voi sei ha mai voluto voglia di mollare, a un certo punto?

«Negli ultimi tempi no. Qualche diverbio ci può essere, ma mai grave e mai nessuno ha detto che se ne voleva andare. Anche perché quando lo dici e poi non lo fai ormai lo hai detto. È come quando dici a un fidanzato “non ti amo più”. Non puoi dire che scherzavi. Quando ancora stavamo scalando questa montagna che è la musica italiana, quando dovevamo condividere la stanza e uno si svegliava presto, l’altro voleva dormire fino a tardissimo e l’altro ancora russava, era tutto più difficile. La vita che abbiamo passato insieme per tanti anni, in condizioni anche scomode, ci ha temprato e resi insensibili alle arrabbiature del momento. A volte è stato difficile. Anche perché esistevano interessi diversi. Elio si offendeva con me, lui fa i giochi di ruolo dal vivo e capitava che stesse via il weekend e tornasse stanchissimo in sala prove. Non c’era solo la musica. Litigavamo per cose che oggi non ci sono più, siamo andati oltre, oggi siamo tutti al cento per cento nel progetto».

Quanto è cambiato attorno a voi?

«Vado a pranzo spesso nello stesso posto. Gli habitué mi conoscono, le persone nuove mi fermano. Mi chiedono le foto, i video, e per me è un piacere. Ma alcune volte noi, che siamo davvero persone normali, sentiamo di aver perso il lusso di poter “fare schifo”. Magari voglio uscire in tuta, magari non voglio pensare alla mia immagine. Questo aspetto lo soffriamo tutti. Oppure addirittura a volte ti dicono che sei uno stronzo per cose che non hai fatto. Paso era in un locale, ma una ragazza ha visto un altro tipo pelato e l’ha fermato. Non era lui, eppure lei ha fatto una story convinta che lui si volesse negare».

Sul carro dei vincitori è salito qualcuno?

«Sul nostro carro siamo in sei. È molto semplice buttare giù chi vuole approfittarsene. Ma nel nostro caso specifico è stata una cosa più unica che rara, non abbiamo mai avuto persone che hanno cercato di farlo. O forse non lo abbiamo mai saputo, siamo un po’ ingenui. Abbiamo da sempre lo stesso team, siamo ben protetti».

Quanto è importante Bergamo, casa vostra?

«La casa è sempre il punto di ritorno, ma dopo un grande viaggio. È fondamentale vedere quello che c’è fuori. Vedere cose nuove, culture diverse, diversi modi di vivere. Conoscere quello che c’è fuori permette di conoscere meglio se stessi. È quello che abbiamo realizzato, non ha senso chiudersi».

Ti recrimini qualche errore?

«Be’, ne abbiamo fatti molti. Ne ho fatti molti. Negli anni abbiamo fatto foto terribili, foto fatte per caso per strada, con vestiti orrendi. Alcuni giornali ora, forse per rafforzare l’idea che siamo ragazzi normali, postano quelle foto oscene. A livello di carriera quello è stato un errore. Però forse il vero errore che mi recrimino è stato non ringraziare abbastanza i primi membri dei Pinguini. Qualcuno se ne è andato per fare altri lavori, prima che si muovesse qualcosa. Ma i primi momenti di una band sono i più importanti… abbiamo ancora buoni rapporti, penso in particolare a due persone, ma ci vediamo pochissimo. Quando c’è stato il grande successo ci siamo sentiti quasi in imbarazzo nei loro confronti. Ecco, da questo punto di vista dovremmo manifestare loro più affetto e stima. Quando sono usciti non eravamo niente… ma poi è andata bene».

Ora che siete in cima, c’è ancora lo spazio per sognare?

«Il vero sogno è di poter durare nel tempo, di dimostrare che siamo qui per restare. Arrivato a questo punto però un sognatore continua a sognare. E allora so che se in questo momento abbiamo l’Italia, mi piacerebbe capire se c’è spazio per noi anche fuori. Ma non so se siamo sognatori fino a quel punto. Si parla di sfidare paradigmi che sono vigenti da decenni. I Mäneskin ci sono riusciti, anche loro con un po’ di fortuna buona. Ma quando guardo quello che stanno facendo penso che stiano davvero vivendo il sogno del rock’n’roll. Con una dimensione diversa mi piacerebbe iniziare a pensare di fare qualcosa anche fuori dal nostro paese. Cantando magari in inglese, giusto per divertimento. Perché sarebbe come ripartire da zero. E a me fare la gavetta è proprio piaciuto».