«Non è vero che noi atleti non abbiamo paura, dobbiamo imparare a gestirla. È una parte importante del nostro lavoro», racconta Roberta Melesi, classe ’96, sciatrice alpina italiana delle Fiamme Oro, specializzata in super-G e gigante. Per lei, parole come vittoria e sconfitta hanno un significato concreto: quello di chi ogni giorno raggiunge i 90 chilometri all’ora, sfidando la fisica e i propri limiti per cercare di conquistare il miglior tempo possibile.
La raggiungiamo in videochiamata dopo l’allenamento in Val Senales, dove si prepara per la Coppa del Mondo: Roberta è stanca, «oggi non è proprio giornata». Risponde subito alle nostre domande e quando vanno fuori dal seminato si stupisce un po’. Nel suo mondo non c’è spazio per l’improvvisazione: ogni gesto è visualizzato decine di volte, un rituale a partire dall’ultimo sguardo prima della discesa, quello con il proprio skiman, «l’ultima persona che vedo allo start gate. Ci diamo il doppio pugno e ci guardiamo senza dire niente». Poi la corsa contro il tempo, e nessuna interpretazione possibile, solo un numero sul tabellone a ricordarle che «la velocità è la tua migliore alleata o la peggior nemica». Anche la strada verso Cortina segue la stessa disciplina silenziosa di ogni giorno, con la consapevolezza che «se servirà per arrivare lì, bene. Altrimenti so di aver dato tutto».
È la maturità nata dal brutto infortunio del 2019 negli Stati Uniti, che ha interrotto all’improvviso la sua corsa: un trauma cranico, le ginocchia lesionate e il silenzio. «Non ricordavo nulla, ma il corpo ha la sua memoria. Ho dovuto lavorare tanto con il mio psicologo per ritrovarmi». Da allora, Roberta ha imparato a misurare il limite, a fare pace con l’imperfezione. «Sono molto autocritica, ma sto imparando a godermi di più il percorso.
Non puoi essere sempre al cento per cento, e va bene così».Negli ultimi mesi, due incidenti mortali hanno scosso il mondo dello sci, giovani atleti che Roberta conosceva bene, amici, più che colleghi. Roberta ne parla con voce ferma, poche frasi mentre guarda fuori dalla finestra e cerca una risposta nei boschi di fronte a lei. «Siamo umani, e la paura c’è. Questi episodi ti fanno riflettere su dove sia davvero il limite, su quanto possiamo spingerci oltre senza perderci. Mi sono chiesta spesso fino a che punto valga la pena rischiare, ma poi capisci che non si tratta di vincere o perdere, ma di restare fedeli a ciò che ami». Forse sta tutto lì, nel rispetto per i propri sogni dopo anni di sacrifici, e che oggi Roberta, chiama Cortina.
Come ti stai preparando alle Olimpiadi?
«Sto lavorando una settimana alla volta con piccoli obiettivi, più vicini. Le grandi manifestazioni mi spaventano sempre un po' perché sono sempre stata infortunata o reduce da operazioni. Quindi non sono mai riuscita ad arrivarci in condizioni giuste, ad esserci davvero. Il fatto che siano in Italia è una cosa stupenda e spero che la squadra italiana saprà avvalorare questa fortuna».
A chi rivolgi l’ultimo sguardo, prima di partire, e qual è il tuo ultimo pensiero prima della gara?
«Il momento in cui vedi tutte le persone a cui tieni, la tua famiglia, gli amici, è a fine gara, quindi già a “cosa fatta”. Non ci sono spalti in partenza. Essendo uno sport comunque individuale, siamo molto incentrati sul “qui ed ora” in quel momento. Guardo il mio skiman, perché è l’ultima persona che ti accompagna in casetta di partenza. Ogni atleta ha una sorta di routine: il pugnetto, due pugnetti, un abbraccio… Io da sempre faccio il doppio pugno forte al mio skiman e poi ci guardiamo. Quello è l’ultimo momento. Riuscire a focalizzarsi è fondamentale per riuscire a essere presenti al 100% ogni giorno nella miglior versione di noi stessi. Siamo abituati a chiedere alla nostra mente e al nostro corpo tanto, tutti i giorni».
È una competizione con te stessa o contro gli altri?
«In primis con il cronometro. Non è come in altri sport in cui c'è un piccolo margine di interpretazione. Quello è il tempo e non puoi cambiarlo. La squadra tira e ti spinge sempre più in alto. Io sono sempre stata molto competitiva. Già da piccola volevo vincere, arrivare prima quindi sono sempre stata molto dura con me stessa, era una gara contro gli altri, ma poi me la prendevo sempre con me stessa».
Cosa diresti alla Roberta di dieci anni fa?
«Di viversi tutto con più leggerezza. Troppe volte sono stata a rimuginare, a spaccarmi la testa su alcune situazioni. Invece ad oggi le direi: vivitela un po’ più serena, un po’ più alla leggera. Parlo soprattutto di infortuni».
Qual è l'incidente più pesante che hai dovuto affrontare?
«L'infortunio negli Stati Uniti, in cui ho avuto un trauma cranico forte e ho lesionato entrambe le ginocchia. È successo in un timing di carriera cruciale: ero appena arrivata in Coppa del mondo, ero carica a molla, ero più piccola, arrivata nel mondo dei grandi. Lì, a livello mentale, ci ho messo tanto ad accettare che sarei stata fuori tutta la stagione. Il trauma cranico, poi, mi ha fatto dimenticare tutto. Pensavo fosse meglio così, perché almeno non avevo nessun trauma “cosciente”. Invece no: il nostro corpo immagazzina tutto. Con il mio mental coach e con lo psicologo ho lavorato per ritrovare la fiducia giusta».
Quanto è importante il supporto psicologico nel tuo mestiere?
«È molto importante. Io l’ho sempre usato più per la parte lavorativa e basta. Solo quest'anno ho lavorato anche per cose più personali, fuori dalla “Roberta atleta”. Ognuno di noi lavora per soddisfare le proprie esigenze, ma tutti lavoriamo per gestire la pressione».
Cosa auguri alla te del futuro?
«Di trovare un equilibrio: mentale e di prestazioni, senza troppi picchi. E aggiungo che è quello che direi anche alla Roberta più piccolina: di godersi di più le giornate, il percorso, invece di voler primeggiare ad ogni costo. Di accettare risultati che io reputo mediocri, ma che magari sono gran risultati per qualcun altro. Di vivere il momento, perché da un giorno all’altro tutto può cambiare».
Quanto conta la paura?
«Ti rispondo velocemente, sennò vado giù. Quest'anno abbiamo perso due compagni di squadra per due incidenti in pista, sono argomenti pesantissimi che affrontiamo proprio con lo psicologo, perché siamo umani anche noi. La paura c’è e proviamo a gestirla. È tutto un equilibrio tra sapere qual è il limite e non spingersi oltre».










