Sono passati esattamente 89 giorni dal momento in cui Alice Bellandi ha alzato l'oro sul tatami delle Olimpiadi di Parigi. Lo scontro finale è stato quello con Inbar Lanir, campionessa Israeliana, che ha battuto portando al medagliere italiano un ulteriore riconoscimento e al suo percorso professionale il titolo più prestigioso a cui si possa ambire. Alice ha solo 25 anni, gareggia per il Gruppo Olimpico delle Fiamme Gialle, e un'Olimpiade l'aveva già vista, ma non era andata così bene: a Tokyo 2020 si era piazzata settima nei pesi medi (-70 kg), lottando con un disturbo alimentare che ancora oggi racconta a fatica e che per anni l'ha portata a fare i conti con il proprio corpo in maniera ossessiva, più di quanto un atleta debba già fare per via del suo lavoro.
Fino a quando non ha deciso di prendere coraggio e rivolgersi a Laura Pasqua, la sua nuova mental coach, che l'ha spinta a intraprendere un percorso volto a stare meglio, a tratti doloroso, ma necessario per essere più consapevole, identificare i traumi e quindi poterli rielaborare. Lo scrive anche su una nota dell'iPhone, che poi screenshotta e pubblica sul suo profilo Instagram in occasione dell'International Mental Health Day: «Se potessi volare nel pensiero e sussurrare al mio stesso orecchio, sopra i singhiozzi di quella giovane donna, che “solo tu ti puoi salvare”, lo farei. Lo farei e le risparmierei le fatiche. I dolori. Le avrei risparmiato i mesi che le sono serviti per capirlo da sé, sulle crepe dell’esistenza. Sul tatami dell’anima. (...) Passano. Perché quel dolore adesso è oro».
Che valore ha questa medaglia, a più di due mesi da quel momento?
«L'oro è stato la ciliegina sulla torta, l'ultimo mattoncino di questo grande e bellissimo edificio, che altrimenti non sarebbe completo La bellezza sta nel rendersi conto che il proprio percorso è fatto di tanti mattoni, di una complessità che va oltre l'agonismo, gli allenamenti quotidiani, la fatica. È un traguardo che viene dopo un periodo molto difficile per me».
Da Tokyo ad oggi, che anni sono stati?
«Mi ero presentata da Laura (mental coach, ndr), perché non performavo e pensavo che il problema fosse quello. Per i primi cinque mesi ho parlato solo di me e ho intrapreso un percorso psicologico in cui mi sono aperta, ho ripercorso il mio passato e ritrovato degli aspetti di me che avevo perso. Mi ha insegnato tanto: ad avere pazienza, a lavorare, a credere in me stessa».
Che persona eri prima e che persona sei oggi? Qual è stato il cambiamento più grande?
«Prima ero sempre in preda alle emozioni, incapace di gestirmi, arrabbiata, attaccavo. Oggi penso di essere una persona molto solida ed equilibrata. Se da un lato il percorso psicologico non va avanti per sempre, in realtà quando ti abitui a riflettere su di te non smetti più, se scavi trovi sempre qualcosa».
Hai lavorato anche sul tuo passato?
«Sì, se lavori solo sul presente lavori solo sulla performance. Se entri nel passato lavori sulla persona. Ci ho messo quasi due anni per entrare in contatto con la me bambina, è lì che sta la maggior parte dei miei traumi. Me ne sono presa cura».
Per la giornata dedicata alla salute mentale hai pubblicato un post dedicato a te stessa e alle persone che ti sono state vicino. Di chi parli?
«In questi anni sono riuscita a costruire relazioni che poi sono diventate una vera e propria famiglia. In primo luogo proprio Laura, la mia mental coach, per cui provo un grandissimo affetto. Chiaramente Jasmine (Martin, judoka anche lei, ndr), la mia ragazza, e la mia famiglia che però mi sostiene da lontano».
Il bacio con Jasmine dopo la tua gara è diventato una delle immagini più potenti di quest'edizione delle Olimpiadi. Come vi siete conosciute?
«La conoscevo perché questo mondo è molto piccolo. Ho vinto una gara e da lì abbiamo iniziato a parlare in amicizia, perché prima era stata soltanto con ragazzi. Mi fece i complimenti e da lì abbiamo iniziato a parlare. Poi aveva bisogno di lasciare l'Inghilterra perché si era stufata per una questione sua personale, stava cercando un posto dove andare e quando ha deciso di venire ad allenarsi in Italia le ho proposto di andare a vivere insieme a Roma».
Com'è stare con una persona che fa il tuo stesso mestiere?
«Come due persone che tornano dall'ufficio, ci sono coppie che tendono a parlare solo di lavoro e chi preferisce lasciarlo fuori dalla porta di casa. Noi siamo più il secondo tipo di coppia».
Quando hai vinto hai cercato subito Jasmine sugli spalti.
«Si è parlato molto di quel gesto, come se fosse stato costruito a tavolino. Diciamo che non è stato pensato per niente, un momento estremamente normale, bellissimo e magico. Alle gare di judo è difficile che le tribune siano così attaccate al tatami, di solito sono più in alto. Invece a Parigi erano molto vicine, non mi era mai successo di averla così sotto. Raggiungerla è stato facilissimo. Voi da chi andreste dopo aver raggiunto il traguardo più importante della vostra vita?».
Com'è stato tornare a casa dopo l'Oro, nella tua Brescia?
«Turbolento. Con la mia famiglia è stato tutto bellissimo, però purtroppo e per fortuna Brescia è un paesino piccolo, quindi i discorsi arrivano sempre lì. Diventi quella medaglia e mi è pesato perché comunque, vuoi o non vuoi, un risultato del genere ti veste di qualcosa di grosso. La gente dimentica che c'è anche la persona. Io per prima ho iniziato a vedermi in modo diverso: se ero triste non mi legittimavo a esserlo perché avevo vinto l'Oro e allora di cosa potevo lamentarmi? Mi chiedevo come mai non fossi sempre felice. Il giorno dopo la vittoria era già un altro giorno e io ero già un'altra persona. Le persone giuste accanto a me mi hanno fatto capire che stavo andando un po' in allarme perché la mia frustrazione di non essere estremamente felice per tanto tempo dopo quel risultato mi stava un po' mangiando».
Per un po' basta judo o hai ripreso?
«Per ora sono in Scozia con Jasmine in vacanza, poi con calma, quando me la sentirò, riprenderò ad allenarmi. Per ora mi dedico ad altre arti marziali, diciamo così, e al paddle. Sono un po' oberata dal judo, preferisco riavvicinarmi con calma».













