È raro trovare un libro che parli del presente e che non ti dia l’impressione di durare più o meno quanto il prossimo reel che ti capiterà nel feed di Instagram o di Tiktok. Raro un libro che parli del presente in modo acuto senza trascendere in atteggiamenti moralistici o didascalici. Raro un libro che sappia essere intelligente e divertente insieme. Raro, ma non impossibile.
Ed è infatti il caso del primo romanzo di Lavinia Bianca: La vita potenziale. Il libro, pubblicato per Gramma, nuova e interessante collana di Feltrinelli, mi capita tra le mani un po’ a caso. Sfogliandone le pagine in libreria, mi accorgo subito che è uno di quei libri che ti parla. Perché ci sono i libri, quelli belli, anche stupendi; e poi ci sono i libri che, per una serie di fattori direi personali, sentimentali, sembra che parlino proprio a noi.
La vita potenziale è uno di questi. Non è un romanzo di trama, è un romanzo di voce: per leggerlo bisogna mettersi nelle mani dell’autrice, disporsi all’ascolto, affidarsi. Ma ne vale la pena.
E così, dopo averlo letto ho pensato che sarebbe stato bello continuare a parlarne con l’autrice. L’intervista che segue è il risultato di questa conversazione. Lo spunto è stato il suo libro, ovviamente, ma poi le tematiche si sono espanse, come accade del resto a ogni grande libro che non parla mai unicamente di quello che sta scritto: dalla ricerca di visibilità per compensare una primigenia mancanza di affetto, alla depressione, al sesso, la tecnologia e la morte. Dai i film di Von Trier, i romanzi di Roth e pezzi jazz struggenti, alla differenza tra vita privata e pubblica, vita potenziale e vita agita.
Perché, come ci ha ricordato l’autrice, chi scrive è come se lanciasse dei sassolini nell’acqua senza sapere fin dove arriveranno le onde.
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Intervista a Lavinia Bianca, autrice de La vita potenziale
La prima domanda è come nasce l’idea che ti ha portato a scrivere il tuo primo libro La vita potenziale?
Non c’è stato un momento preciso. Io ho sempre tenuto un blog in cui riportavo episodi aventi ad oggetto la vita di Lavinia, il mio alter ego, che si sono via via sedimentati nel corso degli anni. Questo ha suscitato l’attenzione di diverse personalità nel mondo dell’editoria ma onestamente dietro non c’è mai stato un pensiero organico. Più che un momento o una scintilla si è trattato piuttosto dello stratificarsi di vario materiale. Materiale che ruota tutto intorno al personaggio di Lavinia che è stato in questo senso polarizzante. Dopo aver individuato questa figura centrale, ho proceduto a sviluppare le vicende che la vedono coinvolta e che hanno dato luce al romanzo La vita potenziale.
Come ti sei avvicinata alla scrittura? È qualcosa che ti ha sempre accompagnata nel corso della vita oppure è una scoperta più “recente”?
C’è sempre stata, ho sempre scritto. La mia in fondo è una storia banale: ero una bambina che amava scrivere e leggere e sopratutto mi riusciva bene. È stata un’attitudine che ho coltivato con energia e che ha avuto momenti anche segnatamente patologici che però si sono rivelati propulsivi. La mia vita è stata costellata da disturbi del temperamento e dell’umore leniti anche grazie a questa specie di locus amoenus. Inizialmente quindi una sorta di Eldorado. Si può dire che la mia scrittura sia stata il frutto di una vita che alterna periodi euforici e disforici.
Hai parlato dell’aspetto curativo e privato della scrittura quindi ti chiedo come hai vissuto il passaggio da una dimensione privata a una pubblica?
Non avevo pensato a questo “effetto collaterale”. Al contrario di quello che intrattengo con la vita, il mio rapporto con la scrittura è molto ingenuo. Perché rispecchia una parte di me più immediata e ancestrale, meno artefatta. Dimensione che è possibile rintracciare anche nel romanzo. Scrivere è stato quindi un modo di liberarsi, anche a seguito di un percorso terapeutico che mi ha aiutato a non «far saltare il tappo». Attraverso la scrittura sono emerse le tracce tangibili di un percorso psicanalitico. La pubblicazione era qualcosa che non avevo considerato fin da subito. Per me, in ogni caso, non è stato doloroso.
E come ha reagito il pubblico?
Dopo la pubblicazione c’è stata una risonanza importante. Il fatto di trovarmi a parlare di fronte a un pubblico che aveva letto il mio libro è stata una circostanza nuova per me. Le domande personali, la volontà di frugare l’altro voyeuristicamente è stata una costante ricorsa anche nel mio caso, ma in generale mi posso dire fortunata perché il libro è stato recepito con intelligenza. Considerando anche che tratta di temi che tangono la vita di altre persone e potenzialmente in grado di ferirli. Circostanza di cui lo scrittore non si cura perché come diceva Arbasino: “fa incetta di vita per poi volgerla a beneficio della letteratura”. Non sempre in maniera viscida anzi spesso in modo puro senza pensare a quello che accadrà dopo. In tema di causa effetto, mi sono accorta solo con il tempo che i sassolini che ho figurativamente lanciato nello stagno hanno prodotto una serie di cerchi concentrici e che alcuni si sono propagati più in là del previsto.
Sempre per rimanere sul tema dello scrivere, questa è una domanda un po’ più personale, c’è qualcosa o qualcuno per cui scrivi?
Senza spingermi troppo in là ti dirò che ci sono delle vicinanze tra la mia storia e quella della protagonista. Lavinia cerca di eccellere in più campi coltivando una sotterranea ricerca di visibilità. Perché ha patito, di contro, una certa invisibilità nell’infanzia a causa di genitori anaffettivi o scomparsi prematuramente.
Ho dedicato il romanzo a due persone a me molto care, una delle due è mia madre; quindi si ti direi che io scrivo per lei.
Nel libro ci sono due personaggi molto presenti anche se incorporei, Mr. Freud e Mr. Roth ma oltre loro c’è un reticolato culturale vasto e usato in modo naturale, per nulla affettato, quindi ero curioso di sapere quale fosse il tuo e se in qualche modo differisse da quello della protagonista.
Mi fa piacere che tu abbia riconosciuto questo modo”naturale” di trattare i riferimenti presenti nel libro. Cerco di utilizzarli nel modo più agile possibile per evitare di sembrare pedagogica o didascalica.
Per rispondere alla tua domanda: i miei autori di riferimento a parte Roth, non corrispondono esattamente a quelli menzionati nel romanzo. Sono autori dai quali ho cercato di trattenere qualche caratteristica che mi potesse essere utile. Flaubert per quanto riguarda la ricerca spasmodica de le mot juste. La sua capacità di cesellare il linguaggio è sorprendente. Io, mutatis mutandis, ho cercato di fare mio questo approccio linguistico.
Quella che usi nel romanzo è una lingua complessa e stratificata
Mi sono anche state mosse della critiche in tal senso. Qualcuno ha detto che risulta artificiosa. Dal canto mio posso dirti che è figlia di una serie di esperienze personali. Ho un background giuridico e lavoro a contatto con i ministeri. Ci sono dei residui burocratici, è una lingua rizomatica che attinge anche al mondo della pornografia e al mondo della psicologia. Tutte cose che vengono della mia vita.
E per tornare invece ai tuoi riferimenti…
McEwan è un altro autore che ammiro, per il suo stile chirurgico così diverso dal mio. La sua capacità di centrare sempre con straordinaria precisione il cuore del discorso. E per lo stesso motivo apprezzo molto anche John Fante.
Di Houellebecq apprezzo sopratutto i primi romanzi (in particolare Estensione del dominio della lotta e Le particelle elementari). Poi purtroppo, per il mio gusto, è andato incontro a una fase calante, iniziata con Serotonina e tutt’ora in corso.
E poi autori come Eugenides. Poco prolifico ahimè ma dalla statura inarrivabile. Atwood, Mary Gaitskill che ha scritto un bellissimo racconto sul sesso e il potere che è poi un tema chiave del mio romanzo. Munro sopratutto per la dimensione dei racconti. E poi una certa letteratura Yiddish che fa capo a Bellow, I. B. Singer.
Si sta assistendo a un crescita dell’auto fiction imponente. Il tuo libro contiene alcuni elementi ascrivibili a questo genere ma nella copertina appare chiara la dicitura romanzo. Qual è il rapporto che il tuo testo intrattiene con questo genere?
È verosimile che ci siano dei richiami all’auto fiction essendoci un alter ego. Ma è anche vero che intendevo marcare un confine. Scrivere un diario pedestre con qualche inserto finzionale sarebbe stato meno interessante. Mi piaceva l’idea di inserirmi invece nel solco di una certa narrativa psicologica, Portnoy di Roth per fare un nome su tutti, pur essendo questa una forma di realismo particolarmente complessa. C’era l’intenzione di sperimentare con una forma narrativa più sofisticata, ambiziosa forse. L’auto ficiton quindi c’è, ma è un po’ svogliata. Attingo dalla mia vita perché credo di essere il personaggio migliore di cui dispongo al momento. Se fosse stato solo un racconto biografico mi sarei annoiata e avrei annoiato il lettore con le minutaglie del quotidiano.
Anche il tema non è univoco, se ne possono individuare almeno tre principali: sesso, morte e tecnologia. Come si legano assieme?
Il sesso e la morte fanno parte di un gioco di contrappesi. Il sesso nasce da uno slancio vitalistico, ma per la protagonista non ha nulla di edonistico: è piuttosto un dispositivo di rappresentazione, legato al controllo e al bisogno di validazione, in assenza di quella familiare. Diventa così un surrogato dell’affetto. La morte, invece, non si esaurisce negli eventi espliciti, come la scomparsa del padre della protagonista o di Samuele, ma attraversa carsicamente l’intero romanzo. Accanto ai tre temi già individuati, se ne aggiunge un quarto: la depressione, una sorta di bisettrice silenziosa che li tiene in tensione. Era necessario calibrare questi elementi: il sesso, altrimenti, avrebbe rischiato di risultare troppo ingombrante e cannibalizzante. In questo equilibrio, funziona anche come antidoto alla morte, mentre il tema della caducità si insinua precocemente nell’infanzia della protagonista, diventando una presenza costante e intrusiva.
Come si rapporta la protagonista con la tecnologia?
In quanto nativa digitale, la protagonista non separa la vita vissuta da quella online. La tecnologia si configura così come un ponte tra i due piani e, al tempo stesso, come un universo dei possibili: amplia lo spettro delle esperienze. Fin dall’infanzia si moltiplicano le vite possibili, ancora prima di comprendere la propria.All’interno di questo spazio, anche la ricerca sessuale, intrapresa per esorcizzare il senso di morte, si espande e trova nella tecnologia una complice. Una complicità ambivalente: la tecnologia può infatti rivelarsi anche nemica, come dimostra l’esperienza di Lavinia, vittima di un episodio di revenge porn che, pur risolvendosi in un nulla di fatto, ne evidenzia i rischi latenti. La tecnologia diventa così il collante attraverso cui i due poli centrali, sesso e morte, entrano in dialogo: è il medium che li mette in relazione, li riflette e li amplifica.
Mi sembra che si assista a una crescente patologizzazione della malattia mentale. Per cui se qualcosa non va è sempre colpa dell’individuo mai del sistema che lo circonda. Questo è anche il caso della protagonista del romanzo ?
Questo è sicuramente vero, ma la voce di Lavinia è anche un grido di aiuto. Si assiste sempre più a una patologizzazione della sofferenza: alla responsabilizzazione dell’individuo corrisponde una progressiva de responsabilizzazione del sistema.
Lavinia è così sensibile a questa dinamica da arrivare a obliare completamente le responsabilità materne: definisce la madre “malata di incomprensione” e, in questo modo, finisce per assolverla. È il segno di quanto questo schema sia stato interiorizzato. Allo stesso tempo, la madre appare a sua volta come vittima dello stesso meccanismo, intrappolata in un sistema che tende a colpevolizzare l’individuo. Si produce così una tensione tra due prospettive: da un lato la patologia come condizione individuale, dall’altro il suo riconoscimento come effetto sistemico.
I disturbi psichici restano, in parte, ancora un tabù. Eppure oggi si assiste a una maggiore apertura: la psicologia è diventata più diffusa, persino “di moda”. Un fenomeno che, pur con le sue ambiguità, ha anche effetti positivi.
Certo, si osserva talvolta un abuso di linguaggi e pratiche terapeutiche: termini clinici usati con leggerezza, un ricorso sempre più disinvolto agli psicofarmaci, quasi fossero un accessorio prêt-à-porter. Ma in una società profondamente disorientata l’iper-medicalizzazione appare meno sorprendente di quanto si potrebbe pensare, forse persino inevitabile.
Nel libro spesso l’ambiente del lavoro richiama la protagonista alla vita reale, che valore ha il lavoro in rapporto alla sua vita potenziale, digitale?
Si tratta di un piano contrastivo costruito consapevolmente. La protagonista è immersa, per scelta e per diletto, nella virtualità, che diventa una sorta di isola felice in cui può sottrarsi alle asperità della vita agita e, al tempo stesso, non confrontarsi fino in fondo con le proprie fragilità, anche fisiche, come nel caso del tema scatologico, miliare e già esplorato da autori capitali come David Foster Wallace per esempio.
Il lavoro, tuttavia, la richiama alla realtà. E se per Lavinia il mondo reale risulta alienante anche lo spazio virtuale non è privo di ambiguità. Il lavoro la espone a un’umanità da cui istintivamente rifugge: percepita come dozzinale, radicata in una dimensione corporea e fortemente orientata alla monetizzazione, quindi distante dal suo orizzonte. Per Lavinia, studio e lavoro non rispondono a un’ambizione di potere, bensì a un bisogno affettivo: il desiderio di macinare consenso e dunque essere vista da una madre che non la riconosce. È questo il vero motore delle sue azioni.
Anche se inconsciamente il corpo si manifesta, da segnali chiari dei nostri desideri, paure insicurezze…
È evidente che un corpo che rifiuta ed espelle in modo patologico ciò che accumula, funzioni come metafora di qualcos’altro. Le affezioni del tratto intestinale si configurano come il riflesso di stati tensivi e depressivi: l’intestino, spesso definito, anche se in modo un po’ facilone, un “secondo cervello”, diventa il luogo in cui si trasferisce e si somatizza una pressione di natura psichica.
Nel romanzo questo meccanismo si manifesta con chiarezza. La protagonista è esposta a un eccesso di stimoli esterni, a un investimento continuo di energie psicofisiche che, in quanto personalità performativa, sa di dover sostenere. A questa sollecitazione,Lavinia risponde attraverso il corpo: un corpo che traduce in sintomo il disagio.
Quel sintomo è il segno di un’iper stimolazione che proviene dal reale e che non trova altre vie di elaborazione. Il corpo, allora, non è più solo superficie, ma diventa linguaggio: registra, filtra e infine espelle ciò che la coscienza non riesce a contenere.
Ti proporrei allora l’ultima domanda. Un consiglio a me e a chiunque leggerà l’intervista, volevo chiederti due libri, due album e due film che secondo te sono imprescindibili.
Beh ti direi subito il teatro di Sabbath di Roth, poi Storia della follia nell’età classica di Focault, ma anche Herzog di Saul Bellow e, guardando la mia libreria ti dico anche Il cappello piumato di Ortese, testo stupendo che ho letto colpevolmente tardi. Per quanto riguarda i film ti direi Le onde del destino di Lars Von Trier, Boogie Nights di Paul Thomas Anderson, pazzo chi non li ha ancora visti. Ma consiglio anche Hollywood party di Blake Edwards con un iconico Peter Sellers, film meraviglioso, matrice di un certo tipo di comicità per quanto mi riguarda. E poi anche Thomas Anderson e in particolare Sleuth gli insospettabili. Von Trier, se dovessi fare un paragone un po’ azzardato, è il Roth della cinematografia e non a caso il mio preferito. Per quanto riguarda gli album invece, (guarda sulle playlist del telefono) ti consiglio tre brani: Tangerine di Coleman Hawkins e Ben Webster, Elisir di Paolo Conte e poi l’album di un cantautore italiano per me imperdibile, Viaggi e intemperie di Ivan Graziani.
Poi parliamo di Carmelo Bene, di una certa tv che ormai non esiste più, né più tornerà, di Costanzo che secondo Federica è stato uno dei più grandi talent scout italiani e di Dylan Dog, di cui siamo entrambi grandi aficionados, Facebook, Twitter e Instagram ma sono cose che il tacere è bello. E penso sia questa la cosa ancora bella e vitale della letteratura che è occasione di incontro e dialogo oltre che possibilità di leggere un bel romanzo. E non uno solo perché Federica ci ha anticipato che sta lavorando a un secondo romanzo, e che sarà molto diverso dal primo.






