Ci sono poche cose che mi danno fastidio come la frase: "Chissà con chi è andata a letto per riuscire a diventare famosa". Lo sento dire in continuazione, tante volte anche da persone e donne stesse da cui mi aspetterei molto di più; amiche, compagne, colleghe, non solo gli incel nei commenti di Facebook. È diventato, negli anni, qualcosa di personale: probabilmente mi darebbe meno fastidio se mi insultassero, che ne so, la madre. Non tanto perché non riesco a concepire un giudizio negativo su un'artista, un'attrice una cantante o un'influencer (che mi piacciano o meno le celebrità di cui si parla qui conta poco), ma perché non riesco a fare pace con le implicazioni culturali che propongono queste parole infilate, quasi senza ragionamento alcuno, una dietro l'altra, così taglienti e superficiali.



È una questione che attanaglia il mio cervello da sempre: perché alle donne non è consentito diventare/essere famose solamente per il fatto di essere loro? Gli uomini possono farlo, il double standard di genere è forse più evidente solo nella differente considerazione che viene riservata a una persona che fa tanto sesso: se sei maschio, sei un grande, se sei femmina, beh.

Sarebbe forse naive da parte mia pensare che a nessun livello conti con chi si – o non si – scopa nel raggiungimento di un certo grado di fama, che sia questo di nicchia o globalmente riconosciuto. Dall'altro lato, mi chiedo fino a che punto possiamo permetterci di giudicare una donna che, ambiziosa in ogni sua forma, sceglie di trarre vantaggio come può per emergere, inserita in un contesto dove, già dalla base, viene privata delle medesime opportunità di un collega uomo. Ci sono davvero tante altra sfaccettature che concernono la questione della fama femminile – nel senso più ampio del termine – che mi ossessionano, anche da un punto di vista critico-femminista, e che più che altro mi fanno arrabbiare. Che mi fanno venire ancora più voglia di essere me: quanto sesso può usare una donna per diventare, o rimanere, famosa se il fatto stesso di spogliarsi, anche pur con l'autodeterminazione che ne compete, sfrutta la vendibilità di un certo corpo, nel capitalismo? A cui segue subito dopo: perché però viene messo un freno al desiderio sessuale delle donne? Perché un'artista donna che si spoglia su un palcoscenico non è accettabile, o meglio, deve farlo perché "evidentemente la sua musica fa schifo", mentre quando a farlo è un uomo, un rapper o chi per lui, viene giustificato perché, in qualche modo, "sta dando alle fan ragazzine urlanti quello che vogliono"? Avere a che fare con questo mondo è terribile, trovare delle risposte, raggiungere una giustizia sociale che sia equa, forse impossibile. Sarebbero terribili le cose che andrebbero fatte per averla. Cosa posso dire di un'artista donna geniale, la cui fama è stata probabilmente forgiata da una figura maschile, potente e opprimente (il più delle volte, che con gli anni si è scoperto essere un violento abuser)? Come faccio a renderle giustizia, a celebrarla, senza dare importanza a un uomo orribile? Senza considerare il ruolo che ha giocato quest'uomo orribile nella costruzione di un'icona?

Alcuni di questi quesiti e concetti vengono sapientemente analizzati da Philippa Snow all'interno di It's Terrible the Things I Have to Do to Be Me (Virago Press, 2025), una raccolta di saggi che indaga, con sguardo critico, cosa significhi essere donna e famosa al giorno d'oggi e in quelli appena passati, in un'analisi che intreccia cultura pop, studi di genere e critica sociale. Attraverso le storie di 14 celebrità femminili abbinate fra loro – Anna Nicole Smith e Marilyn Monroe, Aaliyah e Britney Spears, Louise Brooks e Kristen Stewart, Joan Crawford e Jane Fonda, Pamela Anderson e Tula, Lindsay Lohan e Elizabeth Taylor, Amy Winehouse e Billie Holiday – Snow indaga come queste donne si riflettano e si modellino a vicenda attraverso le generazioni, esaminando come la femminilità venga confezionata, performata, mercificata e, in ultima analisi, punita nel panorama globale della fama. Uno sguardo tagliente, senza sconti, ad alcuni dei momenti più oscuri e rivelatori nella vita delle donne sotto i riflettori, tutte sospese tra autenticità e artificio; "Fame is a Gun", cantava Addison Rae in uno dei brani del suo primo disco, dal pop patinato e hollywoodiano, quest'estate. In questo libro, Snow mostra lo scrutinio a cui le donne sono sottoposte tra i confini mutevoli di sorveglianza e consenso, dissezionando il modo in cui la loro performance, pubblica e privata, le definisce. Dalle sue riflessioni affiora l'ambiguità profonda della fama: la notorietà divora chi la incarna e, in una società che vive di immagini, l'esposizione regala fascino e insieme infligge un prezzo altissimo.

«È molto costoso essere me stessa. – diceva in tribunale Anna Nicole Smith, modelle e attrice statunitense, Playmate nel 1993, mentre cercava di ereditare (fallendo) l'enorme fortuna del suo defunto marito (sposato nel 1994, quando lui aveva 89 anni) – Sono terribili le cose che devo fare per essere me stessa». Le cose che le donne famose fanno per farsi strada, a volte per scelta e a volte per necessità, non sono tutte terribili, come sostiene Snow: "A volte sono astute, o creative, o strategiche, o un po' strane. C'è sempre, però, del lavoro manuale: sacrifici; notti pesanti; prove fino a tardi; alzate presto; interventi chirurgici importanti e minori; diete drastiche; ore trascorse sulle sedie del trucco, in trattative di pubbliche relazioni e accoppiamenti vantaggiosi". Quello che però interessa di più all'autrice è che, in qualche modo, sono le star femminili sono l'esempio più eclatante di quello che succede, tutti i giorni, anche al resto delle donne. Sono terribili le cose che dobbiamo fare per essere noi, dalla banale ceretta a quello che bisogna fare per essere ascoltate, qualsiasi significato ogni ragazza vuole dare a questa frase. Di seguito, l'abbiamo intervistata per sciogliere le nostre curiosità sul suo lavoro e sui nodi più cruciali della feminine fame.

Sulla fama femminile, intervista a Philippa Snow, autrice di It's Terrible the Things I Have to Do to Be Me

Da dove arriva l'idea di scrivere It's Terrible the Things I Have to Do to Be Me?

«Inizialmente sono partita dall'idea di scrivere un libro di saggi, ognuno dei quali avrebbe riguardato l'ultimo anno di vita di una donna famosa: vedevo una connessione tra il modo in cui le donne vengono trattate nella società, in generale, e il modo in cui le celebrità femminili vengono analizzate dai media. Ero particolarmente interessata a riflettere su cosa accade alle donne in quel periodo, sia quando sono alla fine della loro carriera, sia dopo la fama, prima di morire. Cosa può insegnarci quel lasso di tempo di inattività? Oppure, se una donna è rimasta famosa anche negli ultimi suoi anni: cosa possiamo dedurre sulle nostre priorità, rispetto a come una donna dovrebbe apparire o comportarsi, dal fatto che è riuscita a mantenere l'interesse pubblico? Una volta stilata la scaletta, tuttavia, mi sono accorta che un libro del genere avrebbe preso chiaramente una strada troppo deprimente. La mia brillante editor di Virago, Anna, mi ha quindi suggerito di prendere in considerazione alcune donne famose, sia morte ma anche vive, e di abbinarle, in modo che potessero apparire, a volte, tutti i due tipi di storie nello stesso pezzo. Aveva notato che ho la tendenza a scrivere di doppi e abbinamenti in modo naturale e voleva evidenziarlo».

Come hai scelto le celeb e gli abbinamenti?

«Ho scelto donne le cui storie o personalità si rispecchiavano in qualche modo. A volte, si trattava di un collegamento molto diretto: Anna Nicole Smith che voleva essere la reincarnazione di Marilyn Monroe, per esempio. In altri casi, il collegamento era qualcosa di più esoterico: Jane Fonda e Joan Crawford sono entrambe star che in un momento o nell'altro hanno presentato un'immagine estremamente femminile, ma che possiedono alcune qualità che sono state descritte da altri, o da loro stesse, come maschili. Queste coppie mi hanno permesso di esplorare come i percorsi delle donne verso la fama fossero diversi, pur avendo alcuni elementi del loro percorso in comune».

Qual è stata la parte che hai amato scrivere di più? E quella più dolorosa?

«In termini di puro piacere, ho amato scrivere di Kristen Stewart, una presenza scenica così profondamente carismatica e la cui storia è semplicemente trionfante: quel saggio probabilmente contiene anche la maggior parte della critica cinematografica, e poiché la critica cinematografica è una delle mie parti preferite del mio lavoro, è stato piuttosto piacevole da realizzare. Il saggio con cui ho avuto più difficoltà è stato quello su Britney Spears e Aaliyah, perché gli abusi subiti da entrambe sono stati incredibilmente inquietanti a livello di ricerca, soprattutto quando si è trattato di leggere le trascrizioni dei processi e così via. Ho amato e odiato scrivere di Amy Winehouse, una star verso cui provo un profondo attaccamento personale, la cui storia tuttavia è assolutamente straziante».

Come descriveresti la fama maschile? E quella femminile? Cosa rende la fama che un uomo può sperimentare diversa da quella di una donna?

«Per quanto riguarda ciò che differenzia la fama maschile da quella femminile: la misoginia, credo, è la risposta più breve e semplice. Le donne sono solitamente tenute a standard di comportamento diversi e sottoposte a standard più severi anche per quanto riguarda il loro aspetto. L'intensa sorveglianza della fama e l'ossessione mediatica per il corpo e il viso sembrano quasi intrinsecamente femminilizzate, in quanto tale attenzione è più tipicamente un'esperienza femminile nella vita quotidiana. Devo dire che l'ascesa del fisico da supereroe tra le star maschili sembra esercitare una pressione crescente anche sugli uomini affinché appaiano in un certo modo, il che non è assolutamente il tipo di uguaglianza che dovremmo auspicare: idealmente, dovremmo avere una liberazione con pari opportunità, piuttosto che un'oppressione con pari opportunità».

Qual è il ruolo dei media nella costruzione di un'icona femminile?

«Il ruolo dei media è considerevole, sebbene l'avvento dei social media abbia dato alla star stessa più strumenti per decidere come essere percepita. Spesso penso che alcuni dei resoconti scandalistici più crudeli derivino da una divergenza tra l'archetipo appiattito che i media hanno scelto per una donna e il suo comportamento effettivo. Le donne possono essere intrappolate in un'immagine – Britney, ad esempio, nell'immagine della studentessa vergine, anche dopo essere diventata adulta – e poi penalizzate per non esserne all'altezza».

Quando donne famose e vulnerabili sono sotto l'influenza e l'autorità di un uomo in una posizione di potere, come possiamo avvicinarci alla loro storia e celebrarle senza sminuirne il valore?

«Ne parlo un po' nel saggio su Britney e Aaliyah, dato che l'eredità di entrambe le donne è in qualche modo macchiata dal coinvolgimento di un uomo potente, rispettivamente Jamie Spears e R. Kelly. È un equilibrio difficile da mantenere, perché non si vuole dare troppo spazio alla cronaca degli uomini stessi, visto quanto poco si immagina che la star femminile predata voglia essere associata a loro. Allo stesso tempo, il coraggio necessario per affrontare questo tipo di situazioni è encomiabile, e credo che fornisca il contesto necessario quando consideriamo i successi di queste donne, anche se a volte il loro unico successo è stato rimanere in vita, o almeno rimanere a metà sani di mente. C'è un passaggio fantastico all'inizio della biografia di Aaliyah scritta da Kathy Iandoli, Babygirl, che cito in quel saggio: dice che all'inizio ha cercato di evitare di menzionare l'influenza di R. Kelly, ma alla fine si è resa conto che evitare l'argomento "avrebbe significato negare ad Aaliyah un altro titolo che meritava così tanto: sopravvissuta". Penso che riassuma bene il tutto».

Che ruolo gioca il sesso nella costruzione della fama femminile? È qualcosa da cui dovremmo prendere le distanze eticamente o può fornire uno strumento per rivendicare la nostra narrazione? Come dovremmo gestire questa dicotomia?

«Questa è forse una delle questioni più spinose al centro del rapporto tra femminismo e fama: alle donne dovrebbe essere consentito esprimere la propria sessualità individuale, eppure, allo stesso tempo, lo status della sessualità femminile come risorsa vendibile e sfruttabile rende quasi impossibile essere certi di come una donna possa esprimere questa sessualità in modo completamente autonomo. Separare il desiderio dall'influenza del capitalismo e del patriarcato è, per tutte le donne, un enigma; allo stesso tempo, rimuginare sul nostro rapporto con il sesso lo rende un po' meno, beh, sexy. Immagino che una star molto contemporanea come Sabrina Carpenter sia un buon esempio di questo equilibrio ben riuscito: la sua immagine pubblica è incentrata proprio su questa immagine sessuale camp, quasi rétro, eppure il contenuto delle sue canzoni a volte rasenta la misandria. Dal punto di vista dei testi, ha la botte piena e la moglie ubriaca, rivelando apertamente i suoi desideri, ma anche quanto trovi frustrante gestirli in un mondo patriarcale. È una cosa che mi affascina un po', e quasi vorrei avere una ragione per scrivere un saggio su di lei come quelli nel libro: lei e Lana Del Rey, forse, come due rappresentazioni opposte, chiare e scure, di cosa significhi essere una donna eterosessuale e focosa che sa che gli uomini possono essere crudeli, ma li ama comunque».


Tu vuoi essere famosa? Cosa consiglieresti alle ragazze che vogliono diventare famose?

«Non riesco a immaginare di voler essere famosa, ed è in parte il motivo per cui sono così interessata a scrivere di fama: l'idea di essere percepita dagli sconosciuti a quel livello e di essere tenuta a rispettare quegli standard è per me un incubo. Non so se consiglierei alle giovani donne di aspirare alla fama. Consiglierei loro di aspirare a essere brave in qualcosa che le renda felici e di cercare di preoccuparsi più di questo che di proiettare un'immagine di perfezione. E se decidete di diventare famose: non lasciate che vostro padre, o un uomo strano con la sua età, diventi il ​​vostro manager».