Ogni tanto mi sembra che se le cose della vita si incastrano naturalmente, come tasselli di puzzle complessi risolti senza troppo effort, significa che si è sulla strada giusta. Che si stanno facendo le cose che si dovrebbe fare (anche se forse è solo un modo di essere delusional). L'approccio controverso alle coincidenze, tuttavia, mi ha sempre affascinato; da un punto di vista statistico, per chi non crede in nulla, risultano inevitabili – semplici circostanze che capitano, in un modo o nell'altro, per nessun motivo specifico. Attraverso uno sguardo intuitivo, le stesse appaiono tuttavia molto meno casuali: "Everything it's a sign if you are crazy enough", ci dicono ora i nostri meme preferiti. Io non riesco a parteggiare per l'uno o l'altro modo affrontarle; rimango spaccata a metà, convinta allo stesso tempo di entrambi e di nessuno dei due. Sono mesi, però, che vado in giro a dire che questa è l'estate delle isole, tutto perché il 5 gennaio del 2025 è uscito il disco di Bad Bunny, Debí Tirar Más Fotos, in cui c'è la nostalgia, ma soprattutto Porto Rico, terra di salsa e patria natale del reggaeton. Con l'isola, gli accenni a una New York latinoamericana e alle Hawaii, ci sono i temi, inusuali per il genere, del colonialismo, della gentrificazione, dell'occupazione degli USA. Tutto ciò che serviva per farmi ossessionare con questi lembi di terra scollegati dai Continenti, avvolti, come se fossero eterni, dalle onde del mare.
È nei primi tre minuti di videochiamata con, Mariachiara Rafaiani, poetessa marchigiana, che mi rendo conto che i conti stanno tornando, i momenti si stanno intrecciando, le cose stanno infilandosi al loro posto specifico, in quel puzzle arduo ma genuino che sono le sfaccettature della vita. Penso allora di stare facendo l'intervista giusta al momento giusto: L'ultimo mondo è il titolo della raccolta di poesie di Rafaiani, uscita per Tlon, anche lei, a gennaio 2025. Questo agosto – scopro perdendo la testa – saremo entrambe sull'isola di Procida, non solo meta, ma anche luogo in cui l'autrice immagina, attraverso la scrittura, il ritiro delle genti dopo l'Apocalisse. I testi suddivisi in tre scenari narrano infatti la fine del mondo, ma non in maniera tradizionale; è più che altro il sentimento o il catalogo di una trasformazione in atto. Della nostra generazione, dei nostri tempi. Il libro infatti mi sembra parlare di noi, di quella generazione ibrida, a metà tra i Millenial e la Gen Z, ma anche di tutti quelli che verranno dopo; di cosa abbiamo vissuto durante i nostri vent'anni e di cosa potremmo vivere durante i trenta. «Secondo me siamo l ultima generazione a cui è stato promesso qualcosa», mi dice, mentre parliamo (anche di) futuro. Parliamo di tutto: di pandemia e di guerre, di coolness e politica, di Venezia, di Jeff Bezos e delle proteste studentesche, di come stiamo; di musica, di serie tv, di angosce e di incertezze, di lingua e di poesia, di cosa queste significhino oggi, della loro capacità di farci sentire, sempre, l'infinito. Di isole.
Nata a Recanati il primo maggio del 1994, Mariachiara Rafaiani muove i primi passi della sua vita in una città dove tutto parla di poesia. I luoghi sono tra i più evocativi, i versi di Leopardi vengono recitati ad alta voce ogni 29 giugno (compleanno del poeta) nella piazzetta del sabato del villaggio: è impossibili non assorbirli. Studia al Liceo Classico Giacomo Leopardi, nel cui cortile svetta un orologio con le lancette rotte, incorniciato dalla scritta "Volat irreparabile tempus". Dopo il liceo, quasi per caso, inizia l'università ad Urbino e si innamora della filologia classica. Decide per la magistrale di trasferirsi a Milano, che le sembra il posto migliore per poter studiare, scrivere e vivere. Inizia così a collaborare con riviste come Lucy e Domani e a lavorare nella comunicazione culturale. Attualmente sta studiando le maschere nella Commedia Antica grazie a una borsa dottorato in Letteratura Latina. A parte i natali, se pensa all'inizio del suo rapporto con la Poesia le viene in mente la raccolta Silenzi di Emily Dickinson, che per lei è stata un vero e proprio viatico di salvezza attraverso l'adolescenza. Non ricorda quando ha iniziato a scrivere poesie, le sembra di scriverle da sempre. Il suo libro appoggiato sul mio comodino, Procida e Bad Bunny mi sembrano sempre meno delle mere coincidenze.
L'ultimo mondo parla di apocalisse. Ma in che senso? La fine deve arrivare o è già avvenuta?
«Effettivamente è un libro che affronta il tema dell'apocalisse, ma si tratta di un'apocalisse moderna, che non attraversiamo in maniera vergine – è un tema, questo della condizione di transitorietà, di fragilità, di dubbio del contemporaneo, molto approfondito di recente, molto pop, da The Affaire a Interstellar, da The Leftovers a The Last of Us. Oppure libri sulla percezione di come le cose stiano cambiando: Essere una macchina di Mark O'Connell, del 2018. Intendo quindi un'apocalisse non come fine, ma come punto di passaggio, come punto di collegamento, di snodo. Però nuovo; se nel Settecento si parlava di fine del mondo causata da uno specifico cataclisma – pensiamo al grande terremoto di Lisbona –, oggi la si percepisce nei cambiamenti netti del nostro modo di vivere, come la crisi climatica o l'avvento delle nuove tecnologie, ad esempio».
Cos'altro di contemporaneo parla di fine del mondo?
«La cosa che mi colpisce è che tutte le distopie post-apocalittiche che sono state immaginate negli Anni '90, quasi futuristiche, non si sono poi, nei fatti, concretizzate. Mi sembra che la vita, nonostante il progresso, sia continuata nella sua umanità, nella sua banalità, nella sua finitezza, nella sua mediocrità. Quello che invece è diventato distopico è proprio il rapporto umano, i rapporti di potere che sono andati sempre più nella direzione della distopia. Le cose che stanno succedendo ora per noi, come generazione, erano inimmaginabili; sembrava che non dovessimo andare più in là della pandemia e, invece, dalla guerra in Ucraina in poi, ci siamo adattati. Tanto che oggi i bombardamenti a Teheran non fanno più questo scalpore. Stanno filmando un genocidio a Gaza e noi lo guardiamo in diretta, eppure va avanti di fronte a questa consapevolezza. Ho scritto questo libro in un momento in cui la fine del mondo non mi sembrava così vicina come mi sembra ora e sono passati soltanto pochi anni».
Come è nato il libro?
«Qualcuno ha detto: "Dopo i 20 anni, se uno scrive poesie, o è un poeta o è un cretino. Io ho subito pensato: "Oddio, cosa scrivo?" A lungo ho fatto dei tentativi di scrittura, ho lavorato sul concetto di siccità. Però scrivevo dei testi che non trovavano una forma, non trovavano una direzione. Poi a fine 2019, inizio 2020, mentre ero a Londra, ho avuto una percezione quasi materica che il mondo fosse a un punto di svolta e ho capito, nonostante io fossi sempre stata restia a procedere per temi, che avrei dovuto parlare di quello».
E cosa ci racconta la lingua che utilizzi?
«Io volevo fare due cose. Innanzitutto, uscire da una forma di poesia tradizionale. Non volevo che i miei testi fossero dei mondi impenetrabili, lirici e non narrativi, non volevo che questo libro fosse un esercizio di stile, ma che dicesse qualcosa. Quando ho deciso che la fine del mondo era quello di cui dovevo parlare, ho cercato di capire che linguaggio parlasse questa fine del mondo. E ho proprio cercato di fare in modo che le mie poesie avessero un linguaggio del 2025: non mi sono fatta problemi a rubare parole, impressioni, immagini e scene a Grey's Anatomy, Gossip Girl, Harry Potter, Bridgerton. Volevo che la mia lingua usasse proprio il linguaggio delle serie TV, non il mondo di Virgilio, non certo il mondo di Leopardi, non il mondo di Montale – tutti uomini, tra l'altro. Il nostro è anche il primo mondo femminile: volevo una lingua diversa da quella che la storia letteraria ha infatti sempre utilizzato. Non dico neanche femminile – io non credo nemmeno nelle categorie di maschile e femminile, però se c'è una cosa sicura è che c'è sempre stata una categoria predominante, nella storia e nella storia della letteratura, quella maschile. Ho quindi deciso che la categoria letteraria del maschile a cui la letteratura italiana è sempre stata ancorata non andava più bene. Volevo una lingua contemporanea, anche se mi sembra che tutti ne abbiano paura. Era importante per me che si adattasse a ciò che abbiamo nelle orecchie, anche se magari qualcuno può considerarlo un linguaggio meno nobile. Tramite la musica, ho assorbito determinate parole, modi di dire, dalla lingua di Tiziano Ferro a quella di Motta e Calcutta. Ma poi anche Paolo Conte, De André e Guccini, con cui sono cresciuta. Come posso fingere che tutto questo non abbia costituito la mia lingua? Un'altra cosa che mi ha influenzato è l'immediatezza del linguaggio digitale: noi parliamo su WhatsApp, è chiaro che la nostra è la lingua dell'SMS».
C'è quindi un forte bisogno di parlare della fine del mondo, oggi più che mai?
«Il sentimento di fine è una cosa che c'è sempre stata. Per Il Saggiatore era uscito, infatti, Il senso della fine di Frank Kermode, un saggio che indaga il rapporto tra letteratura e apocalisse. Al suo interno, l'autore riflette sul concetto di fine e su quanto serva alla letteratura, e cioè all'indagine umana, per affermare l'esistenza. Quindi la vita, e il mondo, si contrappongono e si legittimano in relazione a una fine. Mi ero segnata una sua frase che dice proprio: "Esiste ancora un bisogno di parlare in termini umani dell'importanza della vita, un bisogno che ci accompagna durante l'esistenza di appartenersi, di potersi riferire a un inizio e a una fine". Significa che il potersi riferire a un inizio e una fine dà un senso di appartenenza; quindi, anche il sentire di essere dentro un'epoca come la nostra, così fortemente connotata da elementi critici, ci dona un'appartenenza artistica e letteraria, ma anche sociale e politica. Non è un terreno neutro. Al tempo di Kermode, questa riflessione si faceva sulla guerra fredda: gli autori pensavano che il mondo sarebbe finito per il timore dell'atomico. Dopo pochi mesi da quando ho cominciato io a scrivere il libro, c'è stato lo scoppio della pandemia, l'ennesima preoccupazione nuova, ancora inedita. Oggi, lo spettro atomico è tornato a spaventarci. Quello che mi sembra interessante, in fondo, è che la riflessione sulla fine è sempre allo stesso tempo sia attuale che inattuale. Da un lato è un sentimento perpetuo dell'umano, anche nelle categorie letterarie, mentre dall'altro è costantemente inattuale perché capita sempre qualche nuova fine, qualche nuova incombenza, qualche nuovo cambiamento. Si potrebbe dire che il mondo non finisce mai, ma è costantemente minacciato; oppure che non sappiamo come finirà, ma è certo che finisca. Questo stato di tensione è quello che mi ha portato a fare quelle riflessioni nel libro, anche se in forma poetica, e a intitolarlo L'ultimo mondo».
Possiamo dire che questa raccolta di poesie nasca dalla tua angoscia?
«L'avvento delle macchine mi ha sempre angosciato quasi più che il cambiamento climatico. La voce poetante dice a un certo punto: "sfuggiamo da questo posto/andiamo da qualsiasi parte/a patto di rimanere qui/tra le cose degli uomini". Mi angoscia pensare di andare a vivere nello spazio, che è chiaramente qualcosa che succederà tra molto tempo, o forse non succederà mai, molto di più dell'ipotesi di un mondo che se ne va morendo. Il mondo è sempre morto, ci sono state varie catastrofi nei 4,5 miliardi di anni della sua storia. Pensare di lasciare la Terra mi spaventa di più. Mi spaventa la disumanizzazione».
Nel libro, le poesie sono suddivise in tre scenari che parlano di tre fini del mondo diverse; poi c'è una fuga verso le isole...
«Gianbattista Vico che dice che la storia è una spirale che ogni volta si chiude e ricomincia, uguale, ma imprevedibile, sempre diversa. Avendo io questa questo senso di ansia, proprio della nostra generazione, non sapendo poi dove andasse, ho deciso di suddividere il libro in tre scenari che si compenetrano, ma che volevano rappresentare tre ipotetiche fini. Una fine tecnologica – un sopravvento smodato, incontrollabile della tecnologia che ci avrebbe fatto sentire un senso di non appartenenza, di disumanizzazione – , una fine proprio causata dal cambiamento climatico e una fine, invece, morale. Una fine più silenziosa, quasi un addormentarsi in questo mondo, così sovraccarico di informazioni. Dopo questi tre scenari c'è un polittico, in cui immagino che Venezia venga sommersa dalle acque che invadono le gallerie dell'Accademia, poi una fuga verso le isole. Alla fine infatti ci sono il Primo post scriptum Isola di Procida e il Secondo post scriptum Isola di Ortigia».
Cosa rappresentano per te le isole?
«Nella mia fantasia, sull'isola di Procida, in un momento serale, si sono ritirati gli ultimi superstiti, per sfuggire da una Napoli in fiamme. I vulcani mi hanno sempre suggestionato, i Campi Flegrei pure. Ci affanniamo facendo guerre, o le peggio efferatezze, ma esiste un filo su cui non abbiamo nessun controllo – cause naturali che potrebbero stoppare tutte le nostre attività da un momento all'altro. Questa di Procida è una delle poesie a cui sono più affezionata, e dice: È sempre come l'ultima volta/tu mi dicevi: salta/ed io convinta alla gloria/saltavo. Io adoro le isole, mi sembrano uno stato di sospensione, banalmente se il mare è brutto non te ne puoi andare, per me sono un simbolo di resistenza al capitalismo. Tutto è più lento, Amazon non riesce a fare la consegna nel giro di 24 ore. Cioè per me è assurdo: ti sei comprato Venezia (Jeff Bezos), ma a Procida non ci puoi arrivare in fretta nemmeno tu. Nel bene e nel male, le isole sono luoghi di isolamento. Questa poesia è una riflessione sulla connessione che c'è tra il passato e il futuro. L'ho scritta quando stavo finendo questo libro, sul traghetto che dal continente mi portava a Procida. Arrivando su un'isola, mi sembrava comunque di tornare indietro, almeno di vent'anni, mi sembrava l'apice della speranza, quell'isola».
Mi sembra di ritrovare speranza anche nella poesia che dedichi a questo Ultimo Mondo. Ma alla fine cos'è per te l'Ultimo Mondo?
«In questa poesia è come se ci fosse una discesa dalle macro cose – dall'ultimo mondo che non arriverà mai perché lo abbiamo già vissuto, in riferimento a tutte le "apocalissi" che abbiamo già affrontato e continueremo ad affrontare – a invece cos'è poi, in fondo, l'ultimo mondo per me. Cioè il ricordo dell'ultimo momento di enorme gioia, di coesione con un altro essere umano che si ama, in una dimensione fisica della carne e dell'orgasmo. Di fronte alla paura, al disgregarsi delle cose, l'unione con gli altri diventa più forte, più intensa. A volte qualcuno dice che la letteratura sia pessimista; io non credo sia così, per due ragioni. La letteratura ha istinto di speranza, da un lato quella di cambiare il mondo, perché raccontandolo lo si cambia (la storia che conosciamo è la storia che abbiamo raccontato), dall'altro, quella di essere capiti, quindi di incontrare l'altro. Scrivere è l'atto di comunicazione più violento: si instaura un rapporto eterno di comunicazione con il mondo, anche laddove non possiamo più parlare e anche con dei termini che normalmente non utilizzeremmo. Si dice: "Sei/è la fine del mondo", anche quando quando una persona, una cosa è bellissima. Strano no? La fine del mondo è brutta di solito. No, io penso che la fine è bella e che, come l'inizio, sono dei momenti in cui succede qualcosa. Forse era Pavese che diceva: "Per me giorni di catastrofe, giorni di crisi sono i giorni in cui non succede niente". Se non fossimo mortali, soggetti all'invecchiamento, quel momento di intimità sarebbe descritto nella poesia sarebbe solo uno in mezzo a un'eternità. Sull'ambivalenza della fine del mondo come cosa negativa e positiva ci ho riflettuto molto».
Fine del mondo non vuol dire anche fine della poesia, però. Che cos'è la poesia nel 2025?
«Secondo me la poesia oggi è differente da ciò che sembra. È molto viva perché che crea una grande comunità tra le persone che la praticano; chi scrive poesie ha una comunità di altri poeti con cui interfacciarsi, che la sostengono. Vedo che nascono dei collettivi di poesia giovani, a Milano c'è Murmur. Nell'epoca dell'overesposizione alle informazioni, la poesia potrebbe trovare uno spazio più grande di quello della narrativa, perché è più immediata, più veloce, cioè in fondo è più contemporanea del romanzo classico, a mio avviso. Il verso è il tweet prima del tweet; il verso è lo stato su Instagram, Thread prima di Thread. Il verso, che sta in un respiro, dice una cosa e la dice dritta, subito. Il verso è anche uno slogan, per questo è uno strumento che a mio avviso può anche avere un valore politico efficace. Per la complessità dei tempi a cui assistiamo, la poesia è anche un momento per andare in un mondo altro. Cioè, per stare su un'isola. In quello spazio bianco, che si annida tra tra tra le strofe, si può trovare un uno spazio di riflessione, che i versi suggeriscono. Se si pensa alla storia letteraria, effettivamente, la poesia, come anche il teatro che però è sempre una forma di poesia, è quanto di più attuale e resistente ci sia, secondo me. Io spero che ci sarà sempre uno spazio per i libri, soprattutto quelli di poesia. A volte gli diamo altri nomi, ma è un filo che tiene insieme musica, narrativa, arte, attraversando il tempo. E non importa se le persone si accorgono che c'è questo filo, ma quando a un certo punto vedranno ancora delle manifestazioni di piccole componenti di eterno, momenti in cui dalla realtà si strappano alcune piccole illuminazioni, questo accadrà proprio grazie alla poesia, che permea e concede».
Secondo te è cool la poesia?
«Quando nominiamo un testo breve poesia, secondo me no. Quando lo è davvero, è la cosa più cool del mondo. I poeti sono i più cool del mondo. Sylvia Plath, Baudelaire, Rimbaud… Sono i migliori. La poesia detta l'estetica nella maniera più assoluta. Adesso c'è Kae Tempest che è super cool; anche musicista, la sua è una poesia iper fluida, diretta, forte. Ha una certa schiettezza e immediatezza tipiche dell'essere di oggi, quindi rappresenta un po' la nostra generazione, il contemporaneo».
Cosa significa per te scrivere?
«C'è una frase di Julian Grac che mi ha sempre guidata, da quando l'ho incontrata. Dice che gli uomini sono quelle cose che salvano il mondo dalle barriere del vuoto, cioè sono le barriere che salvano le cose dal vuoto. Per me scrivere è sempre stato un modo di salvare le cose dal vuoto. Non dico con un intento diaristico, ma proprio di rendere le cose cose ordinarie – straordinarie. Io a un certo punto ho capito che la mia vita, superati 14 anni diciamo, più o meno come tutti, sarebbe stata ordinaria: non sarei stata il presidente degli Stati Uniti o una pop star. Ho capito che la mia vita sarebbe stata fatta di cose ordinarie, ma queste cose ordinarie, riscritte dalla letteratura, avrebbero avuto la capacità di diventare straordinarie; persino l'amore è diventato straordinario grazie alla letteratura. La letteratura ha dato all'amore un codice, un linguaggio dentro cui muoversi. Secondo me le cose non si conoscono se non si è capaci di dirle. Quindi io credo che per me la scrittura sia proprio un un mezzo per imparare a dire le cose».
L'ultimo mondo dà una risposta sulla domanda che attanaglia la nostra generazione, e cioè, cosa c'è dopo il futuro, dopo che il futuro ci ha deluso? Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro?
«Secondo me la risposta che dà a questa domanda è che il futuro non esiste, è un concetto. Esiste molto più il passato, che coesiste con il presente, mentre nel momento in cui afferriamo il futuro, questo diventa presente. Il futuro è semplicemente il passato che non abbiamo ancora attraversato. È inutile riflettere sul futuro, perché il futuro non è nostro, non ci appartiene. Come dicevamo prima, l'Apocalisse in ogni sua forma può portarcelo via da un momento all'altro. Per me l'unico investimento da fare sul futuro è scrivere».














