È un periodo intenso, quello che precede l’uscita di un libro. Lo è sotto ogni punto di vista: emotivo, psicologico, fisico, mentale. Lo sa bene Carrie Leighton, che me lo racconta durante la nostra chiacchierata in videocall, tra una risata spontanea e uno sguardo sincero (il suo ultimo libro, "Unfair play. Primo tempo" sarebbe dovuto uscire il 13 maggio, qualche giorno dopo la nostra intervista, ndr). «Tutto sommato, però, devo dire che è un bel periodo», mi confida sorridendo. «Sto bene, sono felice e profondamente grata per quello che sto facendo». È sempre bello e un po' emozionante sentire delle persone contente per quello che stanno facendo nel mondo, a livello lavorativo ma anche nella loro vita privata. Prima di quella call, non avevo mai incontrato Carrie. Conoscevo il suo nome, certo – o meglio, il suo pseudonimo – e anche la sua iconica trilogia "Better", che ha fatto "andare a mille" gli ormoni di un'intera generazione, tra sogni, batticuori e pianti. Guardando le sue foto online, mi ero spesso chiesta che tipo di persona si celasse dietro quelle storie così intense, piene di amori travolgenti, relazioni tormentate e personaggi carichi di emozione. Carrie Leighton scrive di passioni che graffiano e lasciano il segno, di sentimenti forti che fanno battere il cuore ma anche di altri che fanno riflettere. E forse, proprio perché scrive sotto pseudonimo, intorno a lei aleggia un alone di mistero che rende tutto ancora più affascinante. Poi eccola lì, davanti a me, sullo schermo di una call. Quello che mi colpisce subito è la sua autenticità. Prima di tutto, vedo una ragazza come me. Una ragazza dal sorriso dolce e dai modi gentili, a tratti quasi timida, con una voce che si illumina quando parla delle sue storie, dei suoi personaggi, della scrittura come rifugio e come potenza creativa. Carrie è una di quelle autrici che ce l’hanno fatta partendo da zero. È nata tra le pagine di Wattpad, la piattaforma online di scrittura e lettura gratuita, nata nel 2006, dove chiunque può pubblicare le proprie storie e leggerne altre, spesso in tempo reale, capitolo dopo capitolo. Carrie Leighton ha conquistato migliaia di lettori su Wattpad fino poi ad esplodere come fenomeno editoriale su #BookTok, dove la sua comunità di fan è diventata una vera famiglia. È la prova vivente che oggi, nella nostra generazione, si può partire da una stanza e da un sogno e arrivare a pubblicare romanzi amati in tutta Italia. Carrie Leighton è l’autrice che parla d’amore nei suoi lati più belli e nei suoi abissi più dolorosi. Ma è anche una ragazza che, con umiltà e passione, ha saputo trasformare le parole in casa, rifugio e rivoluzione personale.
Tutto è cominciato su Wattpad: cosa ti ha spinta a pubblicare i tuoi racconti proprio lì?
«In realtà, la scrittura non è sempre stata parte della mia vita. È arrivata in modo del tutto inaspettato. Ricordo perfettamente che tutto è iniziato durante il periodo del Covid: eravamo chiusi in casa, con poche possibilità se non quelle di dedicarci alle faccende domestiche o ad attività casalinghe. In quei mesi guardavo molti film, e già da un po’ avevo delle idee che mi frullavano per la testa. Però, non avendo mai avuto un vero contatto con la scrittura, non gli davo troppo peso e lasciavo andare quei pensieri. Poi una sera è cambiato tutto. Ero a letto e, prima di dormire, ho deciso di fare un po’ di pulizia nel telefono. Stavo cancellando tutte quelle app che avevo scaricato tempo prima ma che non avevo mai usato davvero. Tra queste c’era anche Wattpad. Mi sono chiesta: "Perché non l’ho mai usata?". L’avevo scaricata solo per curiosità, perché in quel periodo se ne parlava molto, soprattutto dopo l’uscita del libro di Cristina Chiperi "My Dilemma Is You", che era disponibile in quella piattaforma e volevo leggerlo. Quella sera ho deciso di riaprirla. Ho iniziato a esplorarla, a capire come funzionasse, a leggere le storie pubblicate da altri utenti. È lì che ho compreso che non era necessario scrivere qualcosa di perfetto. Lo scopo non era la perfezione, ma la condivisione, il coinvolgimento, la creazione di una community. Così mi sono detta: "Quasi quasi ci provo anch’io". All’inizio però non ero sicura di quello che avevo in mente, né di come avrei scritto la storia, quindi ho scelto di pubblicare con uno pseudonimo. Non ho mai messo il mio nome o la mia faccia. Pensavo: "Se va male almeno così nessuno sa chi sono". È cominciato tutto così. Ho iniziato a pubblicare "Better", capitolo dopo capitolo. All’inizio i lettori erano pochissimi. Per un anno, se non di più, mi leggevano davvero in pochi. Poi è arrivata la svolta con TikTok. Pubblicando contenuti e facendomi conoscere anche lì, la visibilità è aumentata tantissimo. Le visualizzazioni crescevano e molti follower di TikTok si trasformavano in lettori su Wattpad. Questo mi ha permesso di far conoscere la mia storia a molte più persone. Da lì è nato un passaparola: chi leggeva il mio libro lo consigliava, e pian piano l’interesse è cresciuto fino ad arrivare — con grande sorpresa — alla proposta da parte di una casa editrice».
Hai accennato prima alla scrittura, dicendo che non ha sempre fatto parte della tua vita. E la lettura? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che scrivere sarebbe diventato qualcosa di più per te?
«Devo ammettere che nemmeno la lettura, intesa proprio come abitudine di leggere, è sempre stata parte della mia vita. Da bambina, anzi, mi rifiutavo categoricamente di leggere qualsiasi cosa. Mia madre cercava di propormi dei libri, ma io rifiutavo sempre. Anche a scuola, quando ci assegnavano i classici temi da fare, per me era un incubo. Ogni volta che arrivava quel tipo di compito, dentro di me pensavo: "No, non posso farcela, non voglio farlo." Le cose sono cambiate solo più tardi, intorno ai 18 anni, quando uscì la saga di "Cinquanta sfumature di grigio". Ne parlavano tutti, suscitava molta curiosità, e anche io mi sono lasciata incuriosire. Quello è stato il mio primo vero approccio alla lettura, soprattutto verso un genere un po’ più adulto. Anche lì, però, non è scattato un amore vero e proprio per i libri. Leggevo qualcosa ogni tanto, sempre rimanendo nell’ambito del romance, che è un genere che mi ha sempre affascinata. Poi è arrivato il momento del Covid, di cui parlavo prima. Anche in quel periodo ho letto un po’ di più, e questo mi ha dato lo stimolo per iniziare a scrivere. Volevo darmi una possibilità, mettermi alla prova. E più scrivevo, più mi rendevo conto che mi piaceva e che mi veniva naturale farlo. Questo per me è stato sorprendente, anche perché sono sempre stata una persona che tende ad abbandonare le cose a metà. Ho questo “difetto”: mi entusiasmo facilmente all’inizio, ma poi mi annoio e mollo tutto. Quindi, quando ho iniziato a scrivere "Better" su Wattpad, ero convinta che, prima o poi, l’avrei lasciato lì come tante altre cose. Invece, è successo qualcosa di diverso. Quando è arrivata la proposta della casa editrice, non potevo più tirarmi indietro. Dovevo continuare, dovevo portarlo a termine. Da quel momento ho iniziato a prendere la scrittura più seriamente, come un vero impegno, un lavoro. Ma la cosa più bella è stata che non ho vissuto questo impegno come un peso. Al contrario, mi sono divertita tantissimo, ed è lì che ho capito che la scrittura poteva davvero far parte della mia vita».
Hai scelto di usare uno pseudonimo: come mai questa scelta e perché proprio “Carrie Leighton”?
«All'inizio avevo fatto qualche ricerca un po’ casuale per scegliere uno pseudonimo, ma poi mi sono detta: “Perché non cercare qualcosa che mi rappresenti davvero?". In quel periodo guardavo Sex and the City, una serie che ho sempre amato. Tra le quattro protagoniste, quella che mi ha sempre colpito di più è Carrie, che nella serie è una scrittrice. Mi sono sempre sentita molto vicina a lei, sia per il suo ruolo che per le sue vicende sentimentali, spesso complicate e tormentate, proprio come quelle che racconto io nelle mie storie. In più, "Carrie" è il diminutivo inglese di Caroline o Carol, e il suo significato è “donna libera”. Un concetto che sento mio, perché la libertà — in tutte le sue forme, anche quella creativa — è qualcosa in cui mi riconosco profondamente. "Leighton", invece, l’ho scelto semplicemente perché mi piaceva come suonava accanto a Carrie. Non ha un significato particolare, ma insieme formavano un nome che sentivo giusto per me».
Hai costruito una community affezionata che ti segue con grande entusiasmo. Che tipo di rapporto hai con loro?
«Lo dico sempre: per me la mia community è come una seconda famiglia. Anche se spesso si tratta di un legame virtuale, io lo percepisco come qualcosa di molto reale, molto vicino. Con loro condivido spesso momenti della mia quotidianità, piccoli episodi che mi accadono e che mi piace raccontare per riderci su insieme o semplicemente per coinvolgerli nella mia vita. Nonostante io non sia molto presente sui social, almeno non quanto altre colleghe per cui condividere tutto è più naturale, cerco comunque di mantenere un contatto autentico. Per me i social sono sempre un po’ un equilibrio, un 50 e 50: li uso, ma senza esagerare. Eppure, anche nelle poche volte in cui sono attiva, cerco di far sentire la mia community parte di ciò che faccio, perché io li sento davvero così: presenti, partecipi, fondamentali. La verità è che molti dei traguardi che ho raggiunto li devo a loro. Al loro supporto costante, alla fiducia che mi hanno dato — spesso più di quanta ne avessi io stessa. E quando ho la possibilità di incontrarli dal vivo, fuori dai social, tutto assume un’altra dimensione. I social, per quanto ci tengano connessi, a volte danno la sensazione di parlare a uno schermo. È come se raccontassi qualcosa a te stessa, senza un vero scambio umano. Anche quando ricevi messaggi in risposta, non è come una chiacchierata vera, non è come un caffè al bar. Per questo gli eventi pubblici, dove posso incontrare di persona chi mi segue, sono molto importanti per me. Mi ricordano che quelle persone esistono davvero, che ci sono, che sono lì per me. E io sono lì per loro».
Nei tuoi romanzi affronti temi forti come la violenza, la dipendenza e la depressione. Come riesci a parlarne, soprattutto sapendo che molti lettori sono giovanissimi?
«Io sono convinta che alcune tematiche vadano sempre portate alla luce. Credo sia fondamentale parlarne, affrontarle da ogni punto di vista: il bello, ma anche il brutto. Perché anche il male fa parte di noi, della nostra vita, delle esperienze che ci formano. È giusto raccontare la realtà, anche quando è scomoda. Uscire da relazioni tossiche, riconoscere dinamiche familiari sbagliate: sono tutte cose che, purtroppo, esistono. E parlarne può fare la differenza. Personalmente, ho ricevuto solo feedback positivi dai miei lettori. In tanti mi hanno ringraziata per aver trattato certi argomenti, dicendomi di essersi sentiti capiti, accolti, meno soli. E per me questo è importantissimo, perché significa che quello che scrivo arriva davvero, tocca qualcosa di profondo. Alcune delle situazioni che racconto le ho vissute sulla mia pelle, altre le ho osservate da vicino, vissute indirettamente attraverso le storie di chi mi è accanto. In ogni caso, ho sentito il bisogno di trasformare tutto questo in parole. Di condividere, di tramandare esperienze ed emozioni. Raccontare come si vive una certa realtà, sia da dentro che da fuori, può essere uno strumento potente. "Better", per me, è stato terapeutico. Questa trilogia mi ha permesso di tirare fuori tanto di me, di mettere nero su bianco emozioni che magari altrimenti avrei tenuto dentro. E la cosa più bella è che, facendo questo, ho scoperto che poteva essere d’aiuto anche per qualcun altro. Questo mi dà la conferma che parlarne è sempre la scelta giusta».
Com’è nata l’idea della trilogia "Better"? C’è qualche aneddoto o retroscena che puoi raccontarci?
«Come ti dicevo, tutto è nato in modo molto naturale. Avevo già da tempo alcune idee che mi giravano per la testa, piccoli spunti che si erano formati mesi prima. Quando ho iniziato a scrivere, non l’ho fatto con l’intenzione di lanciare un messaggio preciso o profondo. All’inizio scrivevo semplicemente perché ne sentivo il bisogno, era un modo per sfogarmi, per dare voce a qualcosa che avevo dentro. Poi, con l’evolversi della storia, sono cambiata anch’io. Sono cresciute le mie idee, si è rafforzata la mia voglia di dare un senso più profondo a ciò che stavo creando, di scrivere qualcosa che non fosse solo una storia da leggere, ma che potesse anche lasciare qualcosa. Così ho iniziato a prendere la scrittura più seriamente, a dedicarle più tempo, più attenzione, più cuore. All’inizio non sapevo nemmeno se la scrittura fosse davvero qualcosa per me. Era tutto nuovo. Ma man mano che andavo avanti, ho iniziato a riconoscermi in quello che scrivevo. È stato un percorso di apertura, prima di tutto verso me stessa. Scrivendo ho tirato fuori pensieri, emozioni, cose che forse avevo nascosto per anni nei meandri della mia mente. E metterle su carta è stato liberatorio. Mi è tornato in mente un episodio di quando ero ragazzina, che in un certo senso ha ispirato una scena di "Better." All’epoca avevo un fidanzatino, e un giorno l’ho accompagnato a fare visita a un parente al cimitero. Era un momento molto forte e carico di emozioni per entrambi, ma la situazione ha preso una piega quasi surreale: siamo rimasti chiusi dentro. Sì, letteralmente chiusi dentro al cimitero. Ricordo che per uscire abbiamo dovuto scavalcare il muro di cinta. Lui, che era molto più alto di me (e non ci voleva molto), è riuscito ad arrampicarsi senza troppi problemi. Io invece no. Mentre cercavamo di capire cosa fare, abbiamo visto il guardiano allontanarsi in macchina. Lì mi è preso il panico totale: nella mia testa ero già pronta a passare la notte tra le tombe. Anni dopo, quando stavo scrivendo una scena in Better, mi è tornato in mente quell’episodio. Ovviamente l’ho rielaborato e adattato in un contesto più coerente con la storia, ma quella sensazione di tensione mista ad assurdità è rimasta. E poi, devo dire che mi divertiva anche un po’ l’idea di sovvertire i cliché. Di solito le dichiarazioni d’amore nei libri si fanno in riva al mare, a Parigi, sotto le stelle... Io invece ho pensato: “Perché non in un cimitero? Vediamo che effetto fa"».
Rispetto a questa storia che mi hai appena raccontato, dove trovi l’ispirazione per costruire le tue storie e i tuoi personaggi? Parti da esperienze reali, persone che conosci, o è tutto frutto dell’immaginazione?
«Quasi sempre prendo ispirazione da situazioni reali: cose che ho vissuto, che ho visto o che ho sentito dire. Per esempio, mi ricordo un episodio che mi ha fatto sorridere e che poi è finito, rielaborato, all’interno della saga. Ero alle poste, seduta ad aspettare il mio turno, e davanti a me c’erano due signore anziane che chiacchieravano tra loro. Parlavano di cose loro, nulla di particolarmente rilevante, ma il tono e il modo in cui si esprimevano erano talmente bizzarri e divertenti che, senza accorgermene, mi sono messa ad origliare. Non potevo farne a meno: mi stavano letteralmente ispirando una scena! Ecco, per me funziona così. Mi ispiro tantissimo a quello che mi circonda: persone, dialoghi, atteggiamenti, piccole situazioni quotidiane. Poi c’è anche quello che ho vissuto in prima persona — e, a volte, anche quello che vorrei vivere. Ma alla fine è sempre la realtà il motore più forte della mia creatività. È da lì che parte quasi tutto».
Sei una grande fan delle serie tv: quali sono le tue preferite e perché? Ti ispirano anche nella scrittura?
«Devo ammettere che, da quando ho iniziato a scrivere, il tempo per mettermi sul divano e farmi una maratona come ai vecchi tempi è praticamente sparito. Però sì, li ho visti tutti! Grey’s Anatomy, The Vampire Diaries, The Originals, Shameless, Euphoria... insomma, potremmo parlarne davanti a un caffè per ore! Tu dimmene una, e vedrai che la conosco. Le ultime due serie che mi hanno colpita di più sono state proprio Shameless ed Euphoria. Mi sono piaciute tantissimo perché trattano tematiche forti, reali, attuali. E tornando a quello che dicevamo prima, io apprezzo profondamente questo tipo di narrazione. Credo sia importante parlare anche degli aspetti più crudi e complessi della vita. Farlo attraverso una serie — così come attraverso un libro — è un modo potente per far riflettere, per creare empatia, per aprire un dialogo».
Cosa possiamo aspettarci da te nel prossimo futuro? Hai nuovi progetti in cantiere?
«Sì, in questo momento sto lavorando a un nuovo progetto: lo spin-off della saga principale. Il primo volume uscirà, il 13 maggio, e intanto sto già continuando a scrivere il seguito. È un progetto a cui tengo molto, perché mi permette di espandere l’universo narrativo di "Better" e di approfondire altri personaggi che i lettori hanno imparato ad amare. Tra i programmi futuri, c’è sicuramente l’idea — già in cantiere — di raccontare finalmente la storia di Thomas, il protagonista maschile di "Better". La saga originale, infatti, è interamente narrata dal punto di vista femminile, e in tantissimi mi hanno chiesto di leggere anche il suo punto di vista. È una richiesta che ho ricevuto davvero a gran voce, e sto cercando di costruire qualcosa che sia all’altezza delle aspettative, ma anche fedele allo spirito della storia».










