Nell'introduzione al suo nuovo libro, Le vergini suicide, dedicato al film amatissimo del 1999, Sofia Coppola parla di come, Corinne Day, la fotografa che l'ha seguita sul set, l'avesse colpita per la sua capacità di cristallizzare i «momenti intermedi» delle ragazze con cui lavorava. «Momenti», scrive la regista, «che sembravano reali, non posati, con una naturalezza rilassata che non avevo mai visto prima nella fotografia di moda. Sembrava di essere lì con loro, di conoscerle, o di volerle conoscere».
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È lo stesso effetto che fanno anche oggi, dopo 25 anni, le sorelle Lisbon del film (e quindi le attrici Leslie Hayman, Chelse Swain, Kirsten Dunst, A. J. Cook e Hanna R. Hall), con i loro capelli biondi, i sorrisi da ragazzine e le tuniche lunghe a fiorellini con le calze bianche. Stanno distese mezzo abbracciate nelle camere da letto della casa in cui sono confinate (nel libro per volontà dei genitori, sul set per esigenze legate ai tempi delle riprese), mentre mangiano mele caramellate, parlano con Coppola, posano tra crocifissi, reggiseni di pizzo, cagnolini di ceramica e altri oggetti di scena.
Guardando le foto si è incerti se percepirle come attrici, come le adolescenti del romanzo omonimo di Jeffrey Eugenides o come ragazze qualsiasi colte nei momenti di caos «non posati», come dice Coppola, con il mascara aperto sul lavandino, i vestiti buttati ai piedi del letto, la luna storta e i capelli spettinati, gli attimi in cui ci si dimentica chi si vuole essere per essere e basta. In tal senso gli scatti di Day oggi potrebbero anche costituire il profilo Instagram di qualche ragazza particolarmente cool, proprio per questo saper cogliere l'intermedio, che è anche quello che cerchiamo di fare noi con noi stesse, come se lì stesse la chiave per capire il nostro esistere al mondo.
Il nuovo libro di Sofia Coppola
Dopo aver pubblicato Archive, il libro fotografico che ripercorre i suoi primi 25 anni da regista, Coppola si è trovata con tantissimo altro materiale. Mentre rovistava tra i ricordi ha scoperto i negativi delle foto di Day e così ha stretto una partnership con la casa editrice Mack per lanciare la sua etichetta. L'ha chiamata "Important Flowers", «Adoro le composizioni floreali che sono abbastanza grandi da poter essere definite "importanti"», ha spiegato a Vogue. Virgin Suicides è il primo libro della nuova casa editrice, se così si può definire, e per chi ha condiviso le foto delle vergini suicide sul proprio profilo Tumblr nei primi anni 2000, un libro che le raccoglie tutte è l'oggetto feticcio per eccellenza della sad girl.
Non è una novità che, con Il giardino delle vergine suicide, Coppola sia riuscita a fissare un'estetica che supera la storia di 5 sorelle che si tolgono la vita di fronte all'incapacità del mondo di capire il loro essere ragazze (quando il dottore dice a Cecilia che non può avere idea di quanto complicata è la vita, lei gli risponde quello che abbiamo pensato tutte a quell'età:«Evidentemente dottore, lei non è mai stato una ragazzina di tredici anni»). Ed è proprio la patina di malinconia di quando non combaci con tutto il resto che emerge dalle foto anche a distanza di anni. È quella ad esserci rimasta addosso come melassa sulle dita (e per questo col tempo l'abbiamo resao l'immaginario di Coppola quasi sacro), perché racconta i nostri momenti di mezzo che la fotocamera interna dell’iPhone non riesce a cogliere e racconta la nostra adolescenza, il momento di mezzo per eccellenza a cui noi Millennial continuiamo a tornare mentre fatichiamo a prendere una forma stabile, non tanto perché ci spaventi l'approdo nel mondo adulto, ma perché questo ha smesso di costituire un orizzonte fisso.










