Avere il coraggio di osare, di sperimentare, di giocare con il corpo e con l’immaginario. Il drag è politica, è rivoluzione, è resistenza. Un linguaggio che parla di libertà, un atto creativo che scuote e rivendica. In Drag Italia. Storie e sogni di ieri e di oggi (24 ORE Cultura), Stefano Mastropaolo racconta con passione e consapevolezza un universo che affonda le radici nella storia ma continua a parlare al presente. Con la direzione creativa di Nick Cerioni e nuovi scatti di Leandro Manuel Emede, il libro è un viaggio visivo, culturale e umano dentro le mille facce del drag, in Italia e non solo. Un racconto che mette in luce ciò che spesso si ignora: che sotto ogni trucco c’è una voce potente che ha qualcosa da dire. E di questo ci ha raccontato proprio l'autore del libro.

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Leandro Manuel Emede

Che cosa rappresenta il drag e perché hai sentito la necessità di diffondere e divulgare la sua storia?

«Il Drag, oggi, per il grande pubblico è spettacolo, intrattenimento, evasione. E lo è davvero: ci sono artiste, come amano definirsi, che portano sul palco performance completamente diverse tra loro. I Karma B, ad esempio, fanno monologhi e cantano live; Tekemaya, con la sua voce straordinaria, porta in giro un concerto-tributo alla musica italiana iconica; artiste come Dramna o Andromeda X alternano lipsync, stand-up, comicità; Tsunami è una lipsync killer con battute taglienti come il freddo. Ma per i detrattori, le drag sono figure disturbanti, messaggere di un “pericolo” sociale. È proprio per questa dicotomia — tra festa e paura, tra applauso e censura — che ho sentito la necessità di raccontare cosa c'è dietro: la storia di una figura ormai iconica, parte di una comunità marginalizzata, troppo spesso sotto attacco, quella LGBTQIA+. Con Drag Italia ho provato a raccontare anche il nostro Paese — che, come dice Jack McFarland di Will & Grace, “ha la forma di uno stivale da Drag Queen” — con tutte le sue contraddizioni, resistenze e bellezze. Finché ci saranno parlamentari che si indignano per una Drag Queen in una scuola che parla di accettazione, di corpi, di diversità, ma restano zitti davanti a un femminicidio o a una baby gang che pesta un disabile… allora sì, il Drag è ancora profondamente politico. E per fortuna».

Parli di camp e di kitcsh: perché giocare con l’assurdo possiamo considerarlo così rivoluzionario?

«Il camp è una filosofia di vita. È amore per l’innaturale, per l’eccesso, per l’estetica massimalista. Susan Sontag l’ha teorizzato decenni fa, ma non ha mai smesso di essere rivoluzionario. Perché traccia una linea sottile — e affilatissima — tra il falso e il volgare. Io parlo di kitsch consapevole: quella capacità di molte donne e uomini di vivere sopra le righe, di sentirsi “sbagliati”, pacchiani, fuori tempo… eppure farlo con una grazia leggera, con una dignità spensierata. Quello è kitsch che si eleva, che sfiora il camp. Il kitsch volgare, invece, è un'altra cosa: è quello che rende “iconici” personaggi che non hanno nulla da dire e che spesso sono portatori di non-valori. Può sembrare un discorso snob, ma è solo una constatazione di quello che vediamo ogni giorno. L’assurdo, se è giocato con consapevolezza, non è solo provocazione: è libertà. E quindi, sì, è rivoluzionario».

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Leandro Manuel Emede

Oggi quanto il mondo drag rispecchia la necessità contemporanea di esprimerci senza limiti?

«Al 100%. La forza del Drag è sempre stata proprio questa: l’assenza di confini. Non esistono “corpi sbagliati” nel Drag. E non esistono limiti di genere, di estetica, di espressione. Superare la linea — anzi: attraversarla con glitter e tacco 15 — è l’obiettivo di tutta la cultura drag. Se i Jedi combattevano il lato oscuro con la spada laser, le Drag usano il gloss e la battuta tagliente per combattere l’omologazione. Se Rambo si mimetizzava nella giungla con strisce nere, le Drag si scolpiscono con un contouring così potente che nemmeno un test del DNA potrebbe svelare chi c’è dietro. Alcune ciglia finte sfidano le leggi della fisica — e vincono. Il vero limite che il Drag ci aiuta a superare non è estetico, ma mentale: quello che ci autoimponiamo quando pensiamo che essere visibili ci possa danneggiare. Il Drag, invece, ci mostra che la libertà di essere è un atto d’amore verso noi stessi».

Nel libro racconti che si parlava di coming out già nel primo Novecento, eppure ancora oggi si lotta per essere se stessi. Cosa ci dice questo sul tempo che stiamo vivendo?

«Viviamo in un tempo di caos culturale e politico. Dopo Stonewall, dopo le grandi battaglie per i diritti degli anni ’70, è arrivato l’AIDS: ci ha frenato, spaventato, decimato — non si può non dirlo — ma ci ha anche resi più forti, più consapevoli. Ha generato comunità, attivismo, memoria. Oggi tutto è nuovamente in discussione. Stiamo vivendo un’evoluzione — nella lingua, nella comunicazione, nella rappresentazione di sé — ma così veloce da non lasciare il tempo per un’elaborazione profonda. Personalmente, ho rimesso in discussione molte delle cose in cui credevo. Non per obbligo, ma per volontà: un bisogno interiore di coerenza, di crescita. Credo che oggi ci sia un fortissimo bisogno di dialogo tra generazioni. Noi “grandi” abbiamo il compito — e la responsabilità — di trovare un modo per passare il testimone. Perché la storia va raccontata, ma soprattutto va trasmessa nella sua verità. Altrimenti, si perde».

Parli di una cultura viva, fatta di nomi, di look, di corpi che si reinventano, e il drag, come anticipato prima, non è intrattenimento soltanto, ma anche una forte forma di attivismo. A breve sarà il mese del pride, se dovessi scegliere il messaggio da lanciare, cosa ha più bisogno di urlare il mondo drag?

«Userò una battuta de La Karla Du Pignè: “Bella ce sarai tu, io sono favoloooosa”. Il Drag deve gridare fierezza. Deve disturbare, scuotere, sedurre, ammaliare. È una sirena di Ulisse che non ti fa schiantare contro gli scogli, ma ti trascina in un mondo più colorato, più libero, più orgoglioso. Il messaggio da lanciare oggi? Che si può essere sé stessə senza chiedere il permesso. Che l’orgoglio non è un vezzo, è sopravvivenza. E che, se ti lasci trasportare, magari trovi anche tu la strada di mattoni d’oro per la tua personale Città di Smeraldo».

In queste settimane il tuo lavoro si sta concentrando sul Pride di Roma, previsto per il 14 giugno, che cosa ci puoi anticipare?

«Posso dirti i nomi già annunciati: Rose Villain sarà la madrina e guest del party finale Pride X, insieme a BigMama, Ditonellapiaga e moltissime Drag Queen protagoniste anche del mio libro. E poi ci sarà la Pride Croisette, il villaggio gratuito che torna per il terzo anno in via delle Terme di Caracalla: tre settimane di eventi, incontri e spettacoli. Lì presenterò Drag Italia con un’amica speciale, Chiara Tagliaferri, e con le regine che hanno dato voce e anima a questo racconto».