In questi mesi, in diverse librerie, biblioteche e centri culturali, capita che si riuniscano dei gruppi di persone per parlare di libri, di 5 libri in particolare. Succede in molte città: Milano, Torino, Bari, L'Aquila, persino all'estero, nei Paesi Bassi. Sono soprattutto donne e ragazze che forse non si sono mai incontrate, ma arrivano e si siedono in cerchio per discutere di Persuasione di Jane Austen, di Jane Eyre di Charlotte Brontë, di Via col vento di Margaret Mitchell, Amatissima di Toni Morrison, e L'arte della gioia di Goliarda Sapienza. Seguono il filo conduttore di questi romanzi, parlano di come certe autrici attraversino i decenni e riescano ancora a dirci qualcosa di noi, dell'essere donne, soprattutto. Del costante non sentirci abbastanza o del bisogno profondo di storie davvero nostre.

A riunire questi gruppi di lettura è stato, a propria volta, un libro: Maestre, scritto da Carolina Capria autrice e ideatrice del profilo social @lhascrittounafemmina. Capria racconta cinque vite e cinque opere di cinque autrici che sono state per lei delle Maestre e che, con le loro vite e le loro protagoniste, possono esserlo per tante altre. «Io credo tantissimo nella comunità fisica oltre che virtuale, nello stare coi corpi vicini che si sfiorano», racconta, «I bookclub sui libri che cito in Maestre si creano spontaneamente e i singoli gruppi mi comunicano il luogo e le date. Io faccio da megafono sui miei canali e se riesco partecipo ad alcuni incontri. Sono felicissima quando mi scrivono che è stato bello stare insieme in una stanza e parlare di libri».


Jane Austen, Charlotte Brontë, Margaret Mitchell, Toni Morrison, Goliarda Sapienza: chi sono queste tue Maestre?

«Sono donne che ci raccontano la loro esperienza con lo spirito di chi vuole, non dico insegnare, ma mostrare qualcosa, mostrare un modo di stare al mondo. Talvolta leggendo le loro storie mi ci sono riconosciuta, talvolta no. A volte non basta leggere e c’è bisogno di una comunità attorno per confrontarci, a volte c'è bisogno di più riletture, ma io ho fiducia nel fatto che i libri e le storie ti entrino dentro anche in modi imprevedibili. Pensiamo a Jane Austen che è conosciutissima: quando siamo ragazzina ci viene proposta perché parla d'amore e descrive delle protagoniste particolarmente intelligenti e sagaci. Io ci ho messo tanto tempo a capire che Jane Austen in realtà mi stava raccontando molto di più. Mi stava raccontando il disagio di essere donne, la difficoltà di essere donne in quell'epoca e non quanto è bello essere innamorate».

Perché è così importante, come donne, avere delle Maestre?

«Viviamo immerse in un mondo che è fatto dagli uomini e anche i riferimenti culturali sono spesso quelli maschili a cui ci adattiamo e che diventano anche i nostri. Prendiamo un romanzo come il giovane Holden che a me è piaciuto molto: quando l’ho letto mi è sembrata esattamente la voce che volevo sentire. Però era la voce di un ragazzo e avrei voluto sentire anche quella di una ragazza, ma nessuno me l'ha consigliata. Per questo è difficile trovare dei riferimenti dell'esperienza femminile e qualcuno che ti dica che le cose che ami hanno valore e dignità. Sentiamo il bisogno di ricostruirci la storia attorno perché non l'abbiamo avuta».

Con le nostre autrici preferite a volte si crea un legame che sembra rompere i confini spazio-temporali. Come succede?

«Io credo che Jane Austen, così come le altre quattro autrici che ho scelto, avesse l'intenzione di parlare anche a me, cioè volesse arrivare alle donne, anche quelle che non aveva davanti, e creare una sorta di sorellanza fuori dal tempo e dallo spazio. E poi sono convinta che in queste autrici ci fosse la volontà di prendersi il proprio spazio. A volte il loro percorso di scrittura in quanto donne è pieno di ostacoli e persone che disincentivano la loro ambizione. Così, sapere che in che modo scriveva Jane Austen mi dà la misura della fiducia che aveva in se stessa e dell'urgenza assoluta di prendere un foglio e una penna. Anche Goliarda Sapienza mi insegna a prendere spazio: una donna che ha deciso che a un certo punto avrebbe scritto un grande romanzo, che è una cosa che le donne non fanno perché non si sentono mai autorizzate a fare grandi cose. Goliarda Sapienza ha deciso, a un certo punto, di darsi autorevolezza da sola».

«Nella vita delle donne la differenza la fanno le altre donne: non i rapporti con gli uomini, non la carriera lavorativa, non i successi»

Parlando di fiducia in noi stesse mi viene in mente Ann Elliot protagonista di Persuasione di Jane Austen. Nel libro racconti come lei, pur pentendosi di una decisione che potrebbe condizionarle la vita, non si colpevolizza mai, non si lascia consumare dal senso di colpa…

«È un'altra questione molto sentita nel mondo femminile perché ci colpevolizziamo sempre di non essere brave a sufficienza di non arrivare in tempo agli obiettivi, di mancare qualcosa, un'opportunità. E invece Jane Austen ci dice che non è sufficiente che un'opportunità ci arrivi perché sia giusta per noi, serve anche che siamo in grado di coglierla. Forse perché siamo molto immersi in racconti di storie di successi, pensiamo che siano percorsi lineari. Nessun percorso che conduce anche al più grande successo (e il concetto di successo è qualcosa di personale) è lineare: è fatto di un sacco di momenti in cui ci si arena, di un sacco di momenti in cui si fanno dei passi indietro e che servono per capire dove vuoi andare e se quella cosa la desideri veramente. Ann prova del rimorso, ma è anche consapevole di aver fatto quello che per lei era giusto fare. A 19 anni, quando conosce Wentworth, probabilmente si sarebbe completamente persa in quell'amore, invece a 27 anni è una donna con un proprio equilibrio e a quel punto riesce ad affrontare una storia d'amore impegnativa. E poi lei non si pente mai di aver seguito i consigli di una donna che le voleva bene. Questo per me è un grande insegnamento».

Non tutte le tue Maestre sono perfette, anzi. Penso a Rossella O’Hara che vuole mostrarsi diversa dalle altre per attirare l’attenzione degli uomini. Come mai l’hai scelta?

«Siamo state tutte Rossella a un certo punto della vita e in generale ci servono racconti di donne imperfette, perché siamo troppo abituati al fatto che le donne debbano essere irreprensibili. Abbiamo bisogno anche di donne che non sono perfette ma che hanno degli aspetti positivi. Rossella ha un grande cuore, però è una donna arrivista, una donna egoista e pronta a tutto pur di sopravvivere. Le donne non devono essere necessariamente un esempio e poi, a volte, per capire capire chi siamo è utile anche il confronto con quello che non siamo».

Ci servono anche delle Maestre in grado di farci uscire dalla nostra comfort zone. Per questo hai scelto Toni Morrison?

«Sì, Toni Morrison ci mostra quello che, per tutti i privilegi che abbiamo, non riusciamo neanche a immaginare. Ci chiede di stare su una sedia scomoda, di stare in un mondo che non comprendi e non conosci proprio perché sei nata in un certo luogo, con certi privilegi e con la pelle bianca soprattutto. La leggiamo e le frasi suonano diverse rispetto a come conosciamo noi le frasi, perché le costruisce diversamente, perché ha dei riferimenti culturali che non sono i nostri. E questa cosa secondo me è utilissima se l'obiettivo è quello di aprire lo sguardo. Toni Morrison ti fa sentire il peso della responsabilità, io lo sento. Ogni volta che leggo i suoi libri sento di essere sbagliata, ma allo stesso tempo non c'è ostilità. Semplicemente stai entrando in un mondo che non è il tuo, quindi devi farlo a piccoli passi guardando e ascoltando e anche questo è un grande insegnamento».


Un filo conduttore che si ritrova nel libro è quello dei rapporti tra donne.

«È così! Perché per me è in assoluto la cosa più importante che possiamo fare in questo momento su questa Terra. La vicinanza con le altre donne non è solo finalizzata ad affrontare questa società, dobbiamo essere una comunità anche per sentire la forza delle altre, sentirci comprese, sentirci viste. È il significato del famoso slogan “Sorella io ti credo”. Significa “Io ti vedo, so cosa vivi, so cosa ti succede e di conseguenza ti credo”. Crescere insieme alle donne significa crescere più forti. E noi abbiamo bisogno di essere più forti, di avere più fiducia in noi stesse, di darci autorevolezza. Io sono convinta che nella vita delle donne la differenza la facciano le altre donne: non i rapporti con gli uomini, non la carriera lavorativa, non i successi».

È difficile trovare delle Maestre fuori dai libri, nelle nostre vite?

«Il mondo è pieno di donne da ammirare, basta guardare le nostre amiche, non serve cercare chissà quanto in alto. Però dobbiamo partire dall’idea che il femminile può insegnare e che le donne intorno a noi possono essere punti di riferimento. Le nostre madri, le nostre nonne, anche ragazze più giovani di noi possono essere delle Maestre: il femminismo ci insegna l’orizzontalità. Abbiamo questa impostazione per cui appena vediamo una donna ci concentriamo su quello che non ci piace e sul perché siamo migliori di lei. E invece dobbiamo cominciare a pensare: “Cosa ammiro di questa donna, cosa posso imparare dal modo in cui lei sta al mondo, a cosa posso aspirare guardandola?”. E possiamo essere a nostra volta maestre per le altre, senza metterci su un pulpito ma provando a lasciare qualcosa a chi verrà dopo di noi, come Jane Austen».

«Dobbiamo cominciare a pensare: “Cosa ammiro di questa donna? Cosa posso imparare dal modo in cui sta al mondo?"»

Dovremmo anche farci Maestre di noi stesse? Jane Eyre ci riesce, ad esempio.

«Per Jane Eyre prendersi cura di se stessa è quasi una missione. Tiene moltissimo a se stessa, ma non in modo celebrativo. Tiene a se stessa perché ha una dignità in quanto persona, non in quanto eccellente o migliore degli altri. Jane coltiva questa sua capacità nella solitudine, ma le donne stanno poco da sole: viaggiano poco da sole, non fanno passeggiate da sole, spesso viviamo la solitudine sempre come subalterna rispetto alla dimensione della compagnia. Jane vuole la solitudine perché è in quella dimensione che costruisce se stessa e, una volta che si è costruita e che sa chi è, di quella persona si prende cura. Lei non ha una madre, una sorella, un’amica, ma può essere tutte queste cose per se stessa. E questa è una cosa che possiamo fare tutte, ma non dico che sia facile».

Trovarsi nella testa di Jane è meraviglioso. A volte, invece, nelle nostre ci sono voci distruttive…

«Dovremmo chiederci da dove viene quella voce. Quando ci guardiamo allo specchio e ci giudichiamo, non ci stiamo giudicando con occhi scevri da qualsiasi condizionamento, ci stiamo giudicando con gli occhi della società. Nel momento in cui mi guardo allo specchio e vedo la cellulite, quella non è Carolina che parla, quella è la società che parla. Quindi anche questo non sapersi parlare con affetto fa parte del modo in cui la società guarda alle donne».