A guardarla dal mare, sembra una nave incastonata nel promontorio. Che ha sfidato il vento, le onde, per poi fondersi con la roccia e diventare tutt’uno con la natura circostante. Capri, Punta Massullo. Lì, alla fine degli anni Trenta, l’eclettico scrittore Curzio Malaparte riuscì ad ottenere il permesso per costruire una meravigliosa villa immersa nel verde, quasi invisibile, che - in un certo senso - rappresentasse la sua complessa personalità. Forte, impetuosa, ma anche solitaria. «Casa come me».
A poche centinaia di metri, spostandosi verso il centro dell’isola, sorge la splendida Certosa di San Giacomo, dove domenica 6 ottobre la scrittrice inglese Rachel Cusk ha ritirato il Malaparte 2024, un riconoscimento letterario per personalità internazionali giunto alla sua 27esima edizione e supportato da Ferrarelle Società Benefit, sponsor unico negli ultimi 13 anni, ossia da quando ha sposato con entusiasmo il progetto di Gabriella Buontempo che ha ripristinato il premio rimasto a lungo in stand-by.
«Lo sguardo di Rachel Cusk si è sempre contraddistinto per la ricerca di originalità», ha affermato la stessa Buontempo, nipote di Graziella Lonardi Buontempo che nel 1983 ha fondato il Malaparte. «Un’originalità che è emersa sia affrontando tematiche private, come il matrimonio o la maternità, sia allargando lo sguardo all’umanità tutta intera». Di cui la scrittrice parla e, soprattutto, a cui parla, senza distinzione di genere ed età, ribaltando l’idea che la letteratura sia un’affare al femminile.
«Non sono d’accordo che il pubblico sia prevalentemente composto da donne di mezza età», ci ha rivelato Cusk. «Per quanto mi riguarda, sono sempre più letta da persone giovani: uomini, donne, persone con altre identità di genere. È una generazione che ha un ruolo cruciale per me, perché è alla ricerca di cose che non si limitino alla storia o alla narrazione, bensì rappresentino un mondo più frammentato e complesso», ha aggiunto l’autrice britannica, che ha ribaltato la concezione tradizionale di romanzo.
Basta con la trama, basta con il narratore onnisciente. Premesse necessarie per la costruzione di «un mondo destrutturato e fluido, ben più interessante di quello raccontato dalle storie che hanno un inizio, una parte centrale e una fine». Esempio ne è la trilogia che ha scalato la classifiche (Resoconto, Transiti e Onori), o l’ultimo libro pubblicato in Italia, Coventry. Sulla vita, l’arte e la letteratura (Einaudi Stile Libero, 2024), che gioca sull’espressione inglese «essere mandati a Coventry».
Si usa quando qualcuno decide volontariamente di non parlare con qualcun altro, di ignorarlo. Il gancio perfetto per tornare sulla solitudine, un luogo in cui Rachel Cusk ha sottolineato di aver scoperto la sua voce e la sua individualità: «Tutto è iniziato, ed è durato per parecchio tempo, con la consapevolezza che un sacco di persone intorno a me si stavano divertendo molto più di me», ci ha raccontato sorridendo e tornando a focalizzarsi sui giovani, connessi perpetuamente tra social di vario tipo.
«Non so dire con precisione come le nuove generazioni interpretino la solitudine, ma esiste un tipo di solitudine che si traduce nel rifiuto dei modelli che ci vengono presentati, e dal mondo che questi modelli ha creato. Credo stia accadendo proprio questo: riprendendo il discorso precedente, credo che la presa della narrazione che ci viene proposta, del racconto del futuro che ci viene proposto, si stia gradualmente allentando», ha proseguito Cusk, allancciandosi al concetto di mondo frammentato.
«È evidente che i giovani ci stiano dicendo che loro, a questa storia, non credono più. E se è una storia, è probabile che non finisca benissimo», ha concluso la scrittrice. «Esiste quindi una solitudine che ti getta nel momento presente, che fa molta paura, ma che è anche fonte di verità e di possibilità». Una solitudine - in un certo senso - rivoluzionaria, che Curzio Malaparte, dalla sua terrazza su Punta Massullo, ha lungamente assaporato.











